Le boccette odorose e i sogni di gloria su quattro ruote

Mi sembrava giusto annunciare, con squilli di tromba e strilloni sulla pubblica piazza, che pochi giorni fa ho finalmente preso la patente. No, lo dico soltanto perché ormai tutto il mondo è stressato dalle mie comunicazioni in materia. Ecco alcuni pratici esempi di dialoghi quotidiani:

Persona 1: Ciao, come va?

Io: HO PRESO LA PATENTE!!!1!!1!!

Persona 2: Allora, cosa ne pensi dell’inizio di questa legislatura?

Io: Beh…

Persona 2:

Io: HO PRESO LA PATENTE!!!1!!1!!

Persona 3: Aiuto! Ho un attacco di cuore! Sto morendo, portatemi all’ospedale!

Io: HO PRESO LA PATENTE!!!1!!1!!

Ma passiamo a cose serie. La patente, come sappiamo, non è un fine, ma un mezzo per coronare quello che sarà l’obiettivo più importante della mia vita: comprare un hippie van.

Prima di intrecciare collane di margheritine, darmi alle canne selvagge e intraprendere un road trip molto alla Kerouac, però, volevo aprire con i miei amati lettori un interessante dibattito. L’idea mi è venuta pensando alla primavera imminente, che invaderà le nostre stradine di boccioli e petali svolazzanti. Tutta questa natura ci porterà sicuramente diversi profumini. Ecco, sappiate che io ho la radicata convinzione che l’olfatto sia il mio senso più sviluppato. Posso escludere categoricamente la vista, dato che sono miope come le tattiche politiche del PD negli ultimi 10 anni – ormai dovrò mettere gli occhiali  anche per controllarmi lo smalto sulle unghie delle mani: la cosa è paradossale, in quanto l’osservazione è una delle mie attività preferite – e l’udito, per quanto sia abbastanza fine, non regge il confronto col magico potere del mio nasino.

Io ho un grande rispetto per il mio naso. Ha una forma accettabile, e mi stupisco della quantità di informazioni che riesce a captare, nonostante le sue dimensioni tutto sommato non sorprendenti. A volte fa delle vere prodezze: quando salgo le scale per entrare in casa, e qualcuno sta cucinando (di solito non io, chi ha letto le mie avventure culinarie QUI e QUI sa perché), riesco a riconoscere da svariate miglia di distanza ogni singolo ingrediente utilizzato.

Se non proprio ogni singolo ingrediente, la maggior parte. Molti. Un buon numero.

Insomma, ho un naso eccezionale, e guai a voi se sollevate obiezioni.

Volete altre riprove? Eccole: mi rendo conto subito se qualcuno ha cambiato profumo. Ed ecco che ci inoltriamo nel punto focale del discorso (vi siete accorti di come vi ho fatti arrivare, piano piano, dove volevo io? Che geniale stratega della scrittura che sono! Ve ne renderete conto, appena mi arriverà a casina il Nobel per la Letteratura). I profumi sono la mia gioia e il mio cruccio. Sono il centro di gravità permanente di cui parla il nostro Battiato. Per un certo periodo ho addirittura accarezzato l’idea di diventare maestro profumiere (come questo signore qui!), avere per cliente qualche celebrità del cinema d’essai, comprarmi una duecentesca casa diroccata a Firenze e sistemarmi a vita. O tuttalpiù lavorare per qualche importante e lussuosa maison di bellezza.

Mettetevi nei panni di un naso infaticabile come il mio. Capirete anche voi quanto possa essere impegnativo entrare in uno di quei carinissimi negozi di profumi / cosmetici / saponette / aromi da armadio etc.; ad esempio, uno dei posti in cui mi piace di più rifugiarmi è un delizioso buchetto che vende prodotti de L’ Erbolario. (Ciao, amico lettore che vendi prodotti L’ Erbolario!) Le fragranze sono così tante, lo spazio così poco e le mie narici tanto allenate da riuscire a catturare miliardi di note olfattive differenti, quindi il cervello si ritrova bombardato di informazioni – per lo più inutili – causandomi un bel mal di testa, come se già non ne avessi abbastanza da me.

I profumi che indosso più volentieri, e che mi piacciono veramente sia in estate che in inverno, sono quelli a leggera tendenza speziata. Lo so, voi non lo direste mai, perché a primo impatto sembro una tipa da margheritine, rosa candida & giglio di campo. Invece, attualmente, la mia combinazione preferita è così composta:

Per l’inverno. Note di testa: caramello, assoluta di rum; nota di cuore: fiori di sambuco, polvere di cacao; nota di fondo: assoluta di benzoino del Siam, assoluta di vaniglia.

Per L’estate. Note di testa: limone, limetta, alghe rosse; nota di cuore: fiore di ninfea blu, rosa bianca, lillà, violetta; nota di fondo: muschiato (muschi bianchi), bacche di vaniglia.

Bene, avete preso nota? E ora, per concludere questa minestrona odorosa, vi regalo questa saggia comunicazione: la cosa più affascinante, secondo me, è il ricordo che un determinato profumo ti scatena dal momento stesso in cui lo senti. Probabilmente la fragranza è, quasi proustianamente, uno dei veicoli più veloci ed efficaci che possiamo scovare per le nostre memorie.

Se siete commossi, soprattutto per quel “proustianamente” infilato a tradimento, vi presto un fazzoletto (profumato).

Affinità – divergenze fra la vita e noi e del conseguimento della maggiore età

Colonna sonora: New Order – Ceremony ♫

What is this, behind this veil, is it ugly, is it beautiful? 
It is shimmering, has it breasts, has it edges? 

I am sure it is unique, I am sure it is what I want. 
When I am quiet at my cooking I feel it looking, I feel it thinking 

‘Is this the one I am too appear for, 
Is this the elect one, the one with black eye-pits and a scar? 

Measuring the flour, cutting off the surplus, 
Adhering to rules, to rules, to rules. 

Is this the one for the annunciation? 
My god, what a laugh!’ 

But it shimmers, it does not stop, and I think it wants me. 
I would not mind if it were bones, or a pearl button. 

I do not want much of a present, anyway, this year. 
After all I am alive only by accident. 

(Da A Birthday Present, Sylvia Plath)

SONO MAGGIORENNE.

Ora ogni probabilità di una reggenza sul regno è definitivamente scongiurata, poiché i miei 18 anni mi permetteranno di ascendere al trono in tranquillità, essere incoronata nell’abbazia di Westminster e…

No, scusate, ho sbagliato identità. Devo ricominciare.

SONO MAGGIORENNE.

Ora potrete finalmente scrivere tutte le proposte indecenti che vi siete tenuti dentro per ben 2 anni. Ora nessuno dovrà più aver paura dei commenti che lascia. Ora non dovrete più criptare il vostro link che tanto vedevo lo stesso.

Stamattina mi sono svegliata e tutto era assolutamente come prima, salvo il fatto che nella penombra ogni mobiletto, lo specchio, l’armadio, le chincaglierie sembravano rivestite con un grande striscione da stadio urlante “E ADESSO SEI MAGGIORENNE”. Soprattutto lo specchio. Ma a parte questo, gnente di gnnente.

Ho riflettuto seriamente se mantenere la dicitura “adolescente” nel sottotitolo del blog, poi ho pensato che in inglese si è teenagers fino ai venti, e dato che il -teen c’è ancora alla fine della mia età, ve lo sorbite almeno altri due anni. Sarò ancora la vostra cara, incasinata, spietata giudicatrice adolescente.

Ho paura. Sono felice. Ho la divina possibilità di firmarmi da sola le giustificazioni, i documenti e tutta quella roba con le clausole minuscole, il che mi fa un po’ l’effetto di avere i superpoteri. Ho attacchi d’ansia. Posso guidare. Mi viene mal di pancia a pensare al futuro. Posso andare a votare, quindi adesso sarò considerata cittadina anche io, presa per il culo anche io, ritenuta importante a fini elettorali anche io.  Finalmente quelli del Moige se ne fregheranno di me. Responsabilità e tazze di tè al bergamotto.  Diciotto. (Fa anche rima)

E ora scusate, vado a passare la mia prima giornata da diciottenne. Stile Yzma.

Passatempi di fine primavera.

FERMI TUTTI! Scordavo di linkarvi il mio ultimo articolo per Clamm Magazine sulle Gibson Girls, e quello sulla scuola e il terremoto per HeyKiddo. Sarebbe stato un dolore per voi. 

Allora, era da un po’ che non vi facevo cadere i bulbi oculari dai rispettivi e deliziosi buchetti del cranio con le mie foto. Ora il mondo ha un po’ di spazzatura in più, e voi potrete deliziarvene. La verità è che mi sono messa a peregrinare per le ville, gli angolini, le chiesine delle mie zone. E niente, alcune foto le ho ritrovate e risalgono a qualche settimana fa, prima del terremoto, quindi sappiate che molte cosine che vedrete adesso sono danneggiate (anche pesantemente). Altre foto sono più recenti.


Volevo mostrarvi questi angolini, questi piccoli tesori misconosciuti, anche per ridare un po’ di speranza. Ricordate di passare il topo sulle immagini, devo sempre insegnarvi tutto. Ed ora una canzoncina di sottofondo, per fare atmosfera:

Katie Melua – Nine Million Bycicles <3

A presto.

Approccio al tipico esemplare di emiliano: il dialetto.

Avviso: post lungo e barboso.

Era nata questa interessantissima discussione, nei commenti dell’ultimo post, riguardo i dialetti (in particolare il marchigiano). A me ‘sta cosa è piaciuta molto, quindi ho deciso di erudirvi un po’ sulla mia amata regione, amata anche di più dopo il recente sisma (sarà finito? Sperèm), in particolare sul dialetto.

Ho deciso di occuparmi solo di quello emiliano, perché quello romagnolo lo sento più raramente e rischierei di dire qualche cavolata (è molto allegro, comunque. Sa di piadina. Mi sentirete spesso paragonare i suoni ai cibi, non so perché ma mi riesce bene.) Se fossimo persone serie e posate, inizieremmo subito e pomposamente dicendo che l’emiliano “appartiene al gruppo gallo-italico delle lingue romanze occidentali: pertanto, come il francese, l’occitano ed il catalano presenta fenomeni fonetici e sintattici innovativi che lo distinguono dall’italiano”.

Ma a nessuno frega del ceppo linguistico. Io vi sto donando un manuale di sopravvivenza con i fondamentali, sintetico e semplice, per parlare proprio come un emiliano d.o.c..

Tralasciamo le influenze dell’emiliano nelle altre regioni, quindi carrarese, pavese, mantovano, casalasco e viadanese che si trovano in Toscana, Lombardia e sconfinano linguisticamente anche nel Veneto. Concentriamoci su tre città in particolare, Bologna, Modena e Ferrara (chiedo scusa alle altre!).

Bologna. La lingua più chic è di certo quella cittadina, ovvero parlata fra le antiche mura che adesso sono i viali di circonvallazione. Ha un che di brioso e impertinente, ma negli ultimi anni ha preso molti suoni dall’italiano vero e proprio (si diceva Bulåggna, quasi con la e al posto della prima a, al tempo dei miei nonni; adesso si sente più Bulagnna). Questo non è accaduto al bolognese montano, che si divide in medio e alto. Quello medio si parla nella zona collinare (ad es. Porretta Terme), quello alto ovviamente in quota (Lizzano in Belvedere, Granaglione…). Per intenderci, fra Porretta e le sue frazioni c’è una grandissima differenza dialettale – figuriamoci fra Bologna City e la montagna. In linea generale, sono più nasali e mantengono le e laddove i bolognesi dicono la a (es. casĕtt, cioè cassetto, in città è casatt). Ancora più difficile è porre dei paletti al bolognese di pianura, che sfocia spessissimo nel modenese o nel ferrarese a seconda della posizione geografica. Posso testimoniare che molte parole sono prestiti dal francese, basta considerare pòmm (mela), che in francese si dice pomme.

Conoscete Andrea Mingardi? Ecco, le sue canzoni sono un esempio di bolognese cittadino.

Modena. Un dialetto poco conosciuto, e spesso confuso col bolognese da chi non se ne intende (guai! Questo è il miglior modo per farsi guardare male). Anche in questo caso c’è da distinguere fra il modenese cittadino, con suoni gutturali e influenze tedesche a causa della dominazione austriaca, e quello appenninico, parlato per esempio a Zocca, Palagrano, Sestola. Ma a questo punto dobbiamo aprire altre parentesi importantissime, ovvero il carpigiano (parlato anche nella campagna, fino a Novi) e il mirandolese. C’è campanilismo anche qui: il carpigiano, a differenza del modenese puro, ammette un solo suono per la lettera z, ovvero quello che in italiano ha la s in rosa. A Mirandola si parla una lingua differente ancora, diffusa in tutta la bassa modenese (Finale Emilia, San Felice, Camposanto, Medolla, Concordia…) fino ai confini della bassa bolognese (Budrio, Crevalcore, San Giovanni). Quei paesotti, insomma, dove potete ancora mangiare le tigelle senza sentirvi traditori del capoluogo.

Per avere un assaggio del modenese cittadino, dovreste recarvi in quella città il giovedì grasso, e ascoltare i discorsi della seconda famiglia più conosciuta dai modenesi dopo quella del Vangelo. Sto parlando di Sandrone, Sgorghiguelo e la Pulonia, ovvero la famiglia Pavironica, maschere carnevalesche dei geminiani. Notate che il discorso lo sanno a memoria.

Ferrara. Arrivo al mio tasto dolente, perché il ferrarese è veramente incomprensibile. Vi regalo un paio di esempi, frasi normalissime. Al par sut al parsut (il prosciutto sembra asciutto), A tiè séch bresch (sei secco asciutto, ovvero sei magro come uno stecco), poi il classico scioglilingua “Ti che at tachi i tachi tacam i me tachi!  Mi che at taca i to tachi? Tacati ti i to tachi!”. Ora provate a dirlo velocemente, e sappiate che ha un senso logico. La cosa più bella e buffa della pronuncia ferrarese è la l, che ricorda molto quella russa.

Il lessico fondamentale dei veri emiliani

Riporto qui di seguito le poche paroline che vi apriranno ogni porta (emiliana).

Nei nostri dialetti, la negazione non si dice con il non, bensì con la magica parolina brisa. Perché noi siamo speciali. Ad esempio: non c’è pane = an ghè brisa pan. Poi, a seconda che vi troviate in una delle città sopraelencate, la pronuncia cambia.

Soccmèl. Potrebbe essere l’inno dei bolognesi. La traduzione in italiano è volgarissima, ci arrivate da soli, ma in dialetto ha ormai perso ogni sfumatura scabrosa e si usa per ogni occasione. “Ho vinto un miliardo di euro” “Soccmèl!”. “Mi si è rotta la macchina” “Soccmèl che sfiga” e via soccmellando.

Maiàl. Versione ferrarese del soccmèl, ma di solito si è più portati ad usarla in contesti negativi, come parola liberatoria. Ovviamente ha sfumature di significato molto suine.

Ninet / Ninèta. Anche qui siamo nel campo suino, perché siamo emiliani e ci piace. Questi termini modenesi indicano sia l’animale vero e proprio, sia una persona unanimamente ritenuta di facili costumi.

Scevd (o scevàd). Il peggiore insulto che possiate mai dedicare ad un piatto emiliano, ovvero insipido, o in senso lato insapore.

Arzdòra (o arzdoura). La tipica massaia emiliana, che prepara la sfoglia, i tortellini, la casa. Donna dedicata alla famiglia e alla vita quotidiana, colei che vi lancerà i mattarelli in testa se le direte che i suoi piatti sono scevdi (vedi).

Giaz. Letteralmente sarebbe il ghiaccio, ma si usa per indicare gravi ristrettezze economiche.

E ora potete venire da noi, e farete un figurone.

Chemically calm

Gente.

Sono qui: sono tornata. Anche se in realtà non me ne ero nemmeno andata.

Allora, diciamo che ultimamente ne ho viste così tante da aver proprio bisogno di catarsi. Faccio l’unica cosa che sono in grado di fare quando ci sono tanti problemi: mi preparo il tè e lo sorseggio. Son fatta così, è meglio dell’aspirina, è la panacea. Magari un giorno vi ammorberò per bene con un post tutto dedicato.

Poi magari vi racconterò anche di tutto quello che è successo, e chiederò anche una curiosità ai miei eventuali lettori marchigiani (dai! Non mi dite che non c’è nessuno delle Marche fra noi impillolati!). Anzi no: pongo subito la questione. Quanti accidenti di dialetti/accenti avete nella vostra regione? Perché ho incontrato dei volontari della Protezione Civile Marche (simpaticissimi e in gamba) che parlavano con un misto di toscano e umbro molto chic.

Comunque, ora che sono uscita dal protettissimo bunker del mio pensiero, quel luogo nascosto dal quale mi spreco a giudicare Tutto e Tutti – sperando di non essere da Tutto e Tutti ricambiata – posso dirvi che ho bisogno di rinnovamento e freschezza. Difatti, a meno che non abbiate direttamente letto il post senza guardarvi in giro, in preda alla crisi d’astinenza, avrete di sicuro notato la nuova testata, altrimenti detta La Fighissima Illustrazione Personalizzata Per Me Che Nessuno Può Copiare In Stile Jugend Anni ’20 creata da quella anima eletta di Fed. Ditemi voi se non è una meraviglia: colgo l’occasione per ringraziarla, eleggerla mia illustratrice ufficiale (spero che voglia farmene altre, fra un impegno e l’altro), farle gli auguri per il futuro.

Poi vi presento anche la mia nuovisssssima GROSSA GROSSA PAZZA collaborazione con un sito veramente ben fatto e ben pensato, noto come Hey Kiddo.  Trattasi di un magazine online che si occupa di letteratura, con il target speciale di bambini e adolescenti, ma interesserà sicuramente anche gli adulti. Pensate che mi hanno addirittura dato la possibilità di una rubrica personale, dalla quale, come una specie di balconcino, sbircerò letture, autori e soprattutto scuola, avendo la privilegiatissima posizione di una che a scuola ci va ancora. Le mie opinioni non richieste vi invaderanno quindi con un mezzo in più: che altro si può volere dalla vita? Ah, già, dimenticavo: questo è il mio primo articolo.

Detto ciò, e aggiornati i miei amati concittadini del comune Pillole (VT), vi regalo una canzoncina per risollevarci il morale.

The days were long and open, the nights were full of stars

No! Lettori! Amici, cittadini del comune del mio blog! Navigatori bussolati sulle vostre belle navi! Se ancora non vi si sono incrociate le pupille a forza di vedere tutti questi inusuali punti esclamativi, aspettate un attimino. Lo so che di solito scrivo con una regolarità più… regolare (e con questa la qualità linguistica del mio post se n’è appena andata in pellegrinaggio a Lourdes), e magari voi vi rigiravate insonni nel letto a pensare al mio blog, magari eravate già in ansia, vivevate domandandovi che fine avessi fatto.

Ma! Ma ma ma! È qui che arrivo io, e immaginatemi mentre cammino soddisfattissima e schiacciata al suolo dal peso di tremila zaini, borse e sassi nelle tasche. E vi spiazzo tutti. Voi pensavate che io me ne stessi lì, a gettare monetine nelle fontane dei giorni esprimendo desideri mentre voi passavate qui ogni giorno e non trovavate niente di nuovo. Voi pensavate che io me la stessi prendendo comoda, eh? Lettori di poca fede, in realtà ho semplicemente passato il periodo (preannunciato) del “hey-sono-100-anni-dall’-affondamento-del-Titanic-piangiamo-un-po’-insieme”, che probabilmente vi farà pensare a quante lacrime e sbattimenti si possano sprecare per la pregiata aria fritta.

Non siate però frettolosi, perché la qui presente riveste il Titanic e la sua vicenda di un profondo significato storico, ed è grandemente appassionata di tutto ciò che lo riguarda, senza limitarsi al celebre film omonimo (la versione in 3D, bè, quella non ha ancora trovato il coraggio di andarla a vedere). Poi: altro buco nero che mi ha risucchiata per poi sputacchiarmi fuori assieme alle piume e ai lustrini dell’eyeliner, la visione del film Pollo alle prugne. Reazione della scrivente: positiva, tendente al depresso, perché sono anche un po’ dipendente da una certa sfumatura di melanconia. Consigliato, ma non se piove o siete già tristi, altrimenti finite come me – e non dite che non vi avevo avverititi. Ah, ho visto anche Diaz e ci sono stata malissimo, ma l’argomento merita una descrizione e discussione più approfondita. Coming soon.

Se quello era un buco nero, la voragine estrema dalla quale potrò uscire con grande difficoltà sarà l’imminente esame di tedesco, che mi sta praticamente trasformando il cervello in un crauto viscidoso dagli occhi a spirale. 

Bene, detto questo, e infarcito un post intero di giustificazioni non richieste (excusatio non petita…ehm…), posso passare alla vera motivazione di base, ovvero una sfacciatissima pubblicità – nemmeno tanto occulta – del mio fighissimo

ULTIMO ARTICOLO PER CLAMM MAGAZINE!

Lo so, lo so che detta così vi potrà sembrare un po’ seccante, ma leggetelo e, se le lacrime di commozione non ve lo impediranno, verrete qui a ringraziarmi di avervi rotto le scatole con il mio nuovo

ULTIMO ARTICOLO

CHE OVVIAMENTE

DOVETE LEGGERE.

E’ della misura giusta, né grande né piccolo, è GRATIS, non unge, non sporchi le posate, vi stira anche i panni. Meglio del Mami e del Magic Bullet.

E ricordatevi… a presto con grosse, grossissime, eccitanti collabbbborazioni e sorprese superfescion. Andate e diffondete il Verbo della vostra adolescente più adolescentosa.

Bisogno di evadere

Intanto vi linko il mio ultimo articolo su Clammmag, che parlerà di cinema e danza fusi assieme… sappiate che non leggere gli articoli di Clammmag equivale a peccato mortale per qualsiasi religione, ateismo compreso, quindi c’è il rischio di finire all’inferno per l’eternità.

E poi buon anno, ché questo è il primo post del 2012 e mi ero già scordata.

Questo bisogno di cui parlo nel titolo sembra aver preso molto piede ultimamente, anzi, in realtà è già da tempo lo sport nazionale per eccellenza. Ma l’evasione di cui parlo io non c’entra un pheeco con quella dei famosi perla pirla delle Dolomiti, si tratta piuttosto della voglia di lasciar perdere tutto.  E smettere di programmare, di avere sempre date e cose e fatti e persone e numeri. Vorrei fare una bella piazza pulita e tenere solo quello che merita davvero… chissà, magari riuscirò veramente a mettermi il cuore in pace. Ooh baby, don’t say no, say maybe.

Mi rendo conto che questo post è iniziato male, sarà la poca ispirazione, sarà che sta ormai prendendo la forma di “diario paranoico da adolescente” che cercavo disperatamente di evitare. Ma ormai ci siamo, e non potevo mica lasciarvi qui senza scrivere per così tanto tempo, chissenefrega se sono un mal di testa con me attorno. Avrete capito che sono in uno di quei momenti “misantropia portami via” e odio tutti e tutto. Una delle cose che ultimamente mi dà più da pensare è la tremenda mania dei miei coetanei, parola che ormai ho già reso sinonimo di coglioni al 90%, di bere come automobili senza benzina.

Una volta avevo già parlato del fumo, e quindi continuo (ma sarò breve perché il letto mi reclama, non faccio in tempo ad uscire da scuola che il sole tramonta deprimendomi) sull’ala bacchettona-vittoriana: trovo che l’alcool fra i giovanissimi sia ancora più sottovalutato del fumo. In quella che è ormai una cloaca, chiamata Facebook, non è raro trovare ragazzine vantarsi di quanto è figo ubriacarsi e sboccare ogni cavolo di sera, sennò che vita è, sennò che divertimento potrà mai esserci, sennò che palle.

A loro e a quelli/e che invece “reggono meglio”, che fanno finta di indignarsi per l’alcolismo poi sono pure peggio, che si sentono grandi bravi belli furbi, che parlano male dei 12enni in discoteca poi dimostrano la maturità di uno scopettone Swiffer, auguro di andare a cagare in un campo di ortiche mentre le pulci divorano ciò che resta del loro piccolo cervello. Avranno ben misero pasto.

Ci provano di nuovo…la censura dell’AGCOM

Sarà che si sono spaventati, dopo i successi del Referendum (dovuto in gran parte al lavoro dei comitati referendari che hanno lavorato tantissimo in Rete), sarà che Internet è sempre più uno strumento di libertà… ma ci stanno riprovando. Anche solo pensare di poter oscurare un sito senza nemmeno passare per il giudice, senza nemmeno dare un preavviso decente, con qualche scusa del cavolo tipo il Copyright (…prontooo? Avete mai sentito parlare di Copyleft e Creative Commons? O dà troppo fastidio ai monopolisti dell’audiovisivo?), è una cosa criminale.

Siamo alla negazione della libertà di parola… la Rete era nata durante la Guerra Fredda proprio per far girare le informazioni senza possibilità di controllo, e ora invece stanno proprio cercando di imbrigliare tutto, per fare in modo che si sappia solo quello che vogliono far sapere.

Leggete le 10 domande all’AGCOM poste da Guido Scorza. Mandate delle e-mail all’AGCOM. Informatevi su quello che potete fare su Agorà Digitale. Firmate la petizione di Avaaz. Partecipate a La Notte della Rete il 5 luglio, e diffondete a più persone possibili. Anche Valigia Blu sta organizzando delle manifestazioni. Io nel mio piccolo cerco di indirizzarvi alle associazioni e ai gruppi Web che si danno da fare… Ci sono mille modi per poter contribuire alla causa!

Per darvi qualche altra informazione, vi lascio con il video dell’intervista al sempre ottimo Claudio Messora (ByoBlu):

Mobilitiamoci prima che sia troppo tardi.