Appuntamento con Erzsébet Báthory. A vostro rischio e pericolo

Attenzione! Avete appena mangiato? Siete deboli di stomaco? Non vi è piaciuto Il Cigno Nero per le scene delle unghie? Allora vi sconsiglio la lettura…


Elisabetta Bàthory, sposa dell’alto signore Francesco di Nàdasdy, Magistrato del Re e grande Maestro dei cavalli, rimasta vedova, essendo stata giudicata da codesto tribunale infame ed omicida é morta nella sua prigione di Csejthe. Morta all’improvviso, senza croce e senza luce, il 21 agosto 1614, di notte.

(Krapinai Istvàn, cronista)


Le personalità più tormentate ed inquietanti, alla fine, sono le più interessanti. Almeno, io la penso così. Oggi andiamo a fare la conoscenza della contessa Elisabetta (o meglio, in ungherese, Erzsébet, un nome che mi piace da matti… ho lontane origini ungheresi). Prego, accomodatevi sul divanetto rosso e guardate bene quel volto enigmatico. Il volto di quella che è stata una bambina angelica, almeno nelle fattezze, con qualche momento di schizofrenia.

Cercate di capirla: nata nella terra dei Daci, ancora più pagana che cristiana, con i culti della Terra, del Sole, della Luna. Aveva solo 6 anni quando, nella corte circondata dai Carpazi, vennero invitati degli zingari per sollazzarsi un po’. Il problema è che uno degli suddetti zingari aveva venduto i figli ai Turchi, acerrimi nemici, spinto dalla miseria. Quindi un soldato simpaticone, per condannare il poveretto, decise di squartare il ventre di un cavallo e infilarci dentro l’uomo, lasciando sadicamente fuori solo la testa, poi lo ricucì e buonanotte al secchio. La piccola Elisabetta, nascosta in un angolo del giardino del palazzo, aveva visto tutta la scena. La realtà superava di molto qualsiasi film horror, altro che Dario Argento. Chissà per quanto tempo, dopo tutto ciò, la contessina era rimasta con gli occhi persi nel vuoto e le parole ferme in gola.

Tutta l’infanzia era trascorsa all’insegna delle crudeltà dei regnanti ungheresi, fra assassinii e repressioni violentissime contro qualche contadino sospettato di ribellione. E lei, all’apparenza imperturbabile, con quel visino di porcellana, quelle belle mani candide, covava nell’animo chissà che lucida pazzia. Poi, come ogni nobile di tutte le epoche e famiglie, il grande passo del matrimonio. Lo sposo era Francesco (Ferenc) Nádasdy, un tipo se possibile ancora peggiore di tutta la famiglia d’origine, dotato di rara crudeltà. Possedeva delle arnie piene di api, e si divertiva da matti (mai locuzione fu più azzeccata) a cospargere di miele delle ragazze nude  e lasciarle lì, in balia di quegli insetti. Sapete, la guerra contro i Turchi lo stressava molto, aveva pur bisogno di svagarsi. Poi vi lamentate del bunga bunga.

Mentre il marito era in guerra, anche Elisabetta doveva pur trovare qualcosa da fare. Era molto giovane, carina, poteva permettersi di aspettare un po’ prima di fare figli. Un giorno va a trovare la zia Karla: bacio bacio, ma come stai, come ti vedo bene, come sta tuo marito. Al bando i convenevoli e via con le orge. Sì, avete letto bene… nella compagnia delle orge clandestine c’era anche una certa Dorothea Szentes, esperta di magia nera, con il servo Thorko. Da quel giorno la vita di Elisabetta è ricordata solo come un susseguirsi di orrende nefandezze.

Furono almeno 610 le vergini ammazzate per volere della sanguinaria contessa. Non che le fossero antipatiche, piuttosto voleva per sé tutta la loro giovinezza… una volta schiaffeggiò così forte una giovane serva da farle sanguinare il naso. Una goccia di sangue bagnò la mano di Elisabetta, la quale si accorse che in quel preciso punto la pelle sembrava essere ringiovanita. Allora si convinse degli effetti benefici del sangue virginale, e se ne procurò sempre in gran quantità (vi lascio immaginare come), per poi berlo o riempirsi la lussuosa vasca da bagno.

Gli esempi del suo sadismo e del suo piacere nel torturare si sprecano. La sua mente era ormai completamente partita per mondi lontanissimi, che preferirei non vedere mai. Tanti veleni, tante giovani uccise in maniere fantasiose e sempre differenti, tante invocazioni a Satana, tanta indifferenza da parte dei familiari che poi non erano tanto migliori (chissà i pranzi di Natale).

Poi, un giorno di tuoni e lampi tipici della Transilvania, uscì la sentenza del tribunale della Chiesa. Le serve e i complici, bruciati vivi al rogo. Elisabetta no. Era una nobile e serviva qualcosa di più consono, magari meno adatto al pubblico ludibrio, ma sadico come la sua mente. Arrivarono dei muratori e murarono, una dopo l’altra, le finestre della stanza dove la contessa si trovava in quel momento. I suoi occhi indagatori percepirono piano piano affievolirsi la luce, ogni secondo sempre di più, forse con la certezza che non sarebbero mai più tornati a vederla. Solo un buchetto nel soffitto per il minimo di ossigeno a tenerla in vita, pane e acqua.

Il castello deserto, il silenzio tutto attorno. Le stagioni tutte uguali, il senso del tempo ormai perso. Sola e abbandonata dal resto del mondo: l’unico momento di pace della sua vita, seppure il più drammatico? L’unico spazio di quiete per una mente malata e chiusa nella prigione della pazzia? Ormai, infatti, il corpo fisico era solo un contenitore, un prolungamento del disordine interiore. E lo rimase per tre anni e mezzo, senza mai piangere, senza mai chiedere pietà a chi l’aveva condannata. Poi, anche lei morì. Di notte.