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Dopo un lungo iato e un minipost vacanziero (a breve le soluzioni) torno a scribacchiare qualcosa, e non credo ci sia argomento migliore di questo.  Come vedete, ho seguito il consiglio di qualche amica lettrice e sto lavorando sulle modifiche alla grafica: non è ancora finita, eh! 

Avete presente quei silenziosi momenti in cui si trattiene il respiro per una frazione di secondo? Quando si spengono improvvisamente le luci in sala perché sta per iniziare il film, o l’attimo in cui si richiude la porta dietro all’ultimo dei numerosi ospiti che gironzolavano per casa? Quando il caos è come risucchiato dalla mano del direttore d’orchestra mentre la chiude a pugno, e cala un silenzio innaturale?

Ecco, scusate tutto questo incipit sbrodolato, ma io ho trattenuto il fiato perché ngli ultimi tempi era circolata ovunque la notizia che lo Studio Ghibli avrebbe chiuso definitivamente. Considerato il fatto che il fondatore Miyazaki aveva già annunciato qualche mese fa il suo ritiro dal mondo dell’animazione, che Isao Takahata ci mette anni per finire un film e non rispetta più alcuna scadenza ( anche lui aveva fatto capire di averne abbastanza), che il produttore Suzuki vuole dedicarsi ad altro, e soprattutto considerate le condizioni economiche in cui versa la Ghibli – a quanto pare, poche vendite del merchandise e l’ultima uscita che ha fatturato poco (ma in realtà quest’ultimo è un dato opinabile perché anche i maggiori successi sono partiti in sordina) – c’era ben poco da sperare. Mi sono concessa un lungo sospiro solo dopo aver letto che in realtà si è trattato di un errore di traduzione: non ci sarà una chiusura ma “solo” una pausa, per riorganizzare la struttura interna dello studio e farsi un po’ i conti in tasca. Falso allarme? Quasi, perché giriamola come vogliamo, ma non credo che rivederemo il grande maestro Miyazaki di nuovo alla regia. Chissà, forse come consulente artistico. Le nuove leve ci sono, ma spero fortemente siano migliori di suo figlio Goro.

Caso ha voluto che proprio mentre queste notizie giravano per tutto l’Internette, a inizio Agosto, io avessi appena finito di vedere sia The kingdom of dreams and madness, documentario sulla storia della casa di animazione e sul suo fondatore [potete vederlo QUI per intero], sia l’ultimo lavoro di Miyazaki, Si alza il vento. Sarò sincera: fra i due, a commuovermi di più è stato il documentario, nonostante il film d’animazione sia indubbiamente un capolavoro e una sorta di “testamento artistico” del maestro.

Questo incanalarsi di visioni e notizie riguardanti la Ghibli mi ha fatto un po’ riflettere su cosa significhi per me, sulla mia passione per i film d’animazione (a cui ha contribuito decisamente anche un’ amica aspirante animatrice e disegnatrice), su cosa renda lo studio giapponese così speciale.

Io sono cresciuta a pane e lungometraggi Disney durante tutta l’infanzia, dunque con un’idea di animazione completamente diversa, soprattutto per quanto riguarda linee narrative, sviluppo dei personaggi, stile e disegno, e ovviamente messaggio finale (o “morale della favola”, se vogliamo semplificare). Le uniche produzioni giapponesi che conoscevo da piccola erano i cartoni animati divisi per puntate, e quasi nessun lungometraggio.

Credo che scoprire i registi della Ghibli  solo dalla preadolescenza sia stato, in definitiva, un bene: certo, non hanno fatto parte della mia infanzia, ma li ho apprezzati a tutto tondo, comprendendoli meglio. E poi da loro è stato tutto un raggiungere altre tappe di scoperta, passando per Satoshi Kon, Mamoru Hosoda, recentemente Makoto Shinkai e tanti altri.

Ma Miyazaki è Miyazaki: lui è pur sempre il Maestro. Per quanto il suo lavoro più conosciuto sia La città incantata (stiracchiata traduzione di Sen to Chihiro no kamikakushi), il mio preferito rimarrà in eterno La principessa Mononoke (battendo di poco Kiki consegne a domicilio): il primo lungometraggio Ghibli che ho visto quando avevo circa 11 anni, il primo che davvero ti rivolta come un guanto e cambia, anche se solo per un paio d’ore, la percezione di giusto e sbagliato, buono e cattivo, senza tentare di nascondere la complessità di mondo ed esistenze intrecciate con la scusa del “film per bambini” – anzi, l’intelligenza dei più piccoli non è insultata e fatta intirizzire come spesso accade nell’animazione occidentale, per cui tutte le vicende presentano invariabilmente lo stesso schema di trama, storytelling e personaggi monocolore – nel caso di Miyazaki lo spettatore di qualsiasi età è, al contrario, sfidato, dissuaso dal giudicare, ed è come se rimbombasse nella nostra testa una serie di domande: cosa conosci veramente? Sei sicuro? Che senso stai dando ai tuoi giorni? Perché questa persona si comporta così, che vissuto ha? E queste sono, in definitiva, anche le domande che si pongono gli artisti che danno vita a questi capolavori d’animazione.

Per capire la caratura non solo artistica, ma anche (e soprattutto, perché da qui tutto deriva) umana di Miyazaki-San, oltre a guardare il documentario linkato sopra – una vera miniera di informazioni, saggezza e spunti filosofici utilissimi – è sufficiente qualche minuto di un suo discorso, per esempio quello che è stato pronunciato pochi giorni fa ai Governors Awards 2014, durante i quali il regista ha ottenuto il meritatissimo premio onorario alla carriera. E con questo vi lascio: buona visione per tutto.

[credits: gif iniziale di taitetsu; seconda gif di meowazaki; terza gif di s-tudioghibli; stills da The kingdom of dreams and madness di ricktimus; layout per Kaze tachinu da artbooksNAT]