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Novità di novità:  l’ultimo articolo per HeyKiddo e quello per Clamm Magazine!

Io in quanto a grandi scoperte di attualità ero rimasta al fatto che il vitello tonnato della Gianni Negrini è superbamente buono. (Ehi, Negrini, ti ho fatto la marketta! Alle bloggher markettare si regalano i prodotti per ringraziarle… non è che ci faresti un pensierino? E non lo scrivo per furbizia, eh, altrimenti avrei parlato di Dior.) Questo era il mio punto di arrivo per quanto riguarda le notizione dell’ultimo minuto.

E invece all’improvviso mi sono svegliata in campagna elettorale. Che ansia, che disagio. Bene: sono una cittadina, ho il magico potere del voto per la prima volta nelle mie manine dalle unghie pittate di blu. Siamo gente attiva, siamo gente che la domenica mattina non sta mica a cincischiare col cappuccino e la brioche (oddio, a dire la verità di solito sì), noi raccogliamo le ossa in un fagottino e andiamo a votare con il Tricolore sventolante al vento del Belpaese, con la matita in mano, il sorriso sulle labbra, la sicurezza di chi…

BALLE.

Non è vero niente. Io son stata male fino a cinque secondi prima di entrare nella cabina. Son stata male perché quello che si andrà a decidere sarà anche (e soprattutto) il mio futuro, di quelli che in cabina ci sono entrati per la prima volta. Fatto sta che questa giornata, 24 Febbraio 2013, rimarrà indelebile negli annali delle mie avventure imbarazzanti. Dopo ore di demoni interiori, ripensamenti, strategie architettate e piani scartati – avevo per esempio pensato di mettermi a cantare fortissimo Lugano Addio per creare scompiglio ai seggi e impossessarmi di tutto il baraccone, ma poi mi hanno fatto notare la possibilità di chiamare i carabinieri – mi son ritrovata in coda per le urne, con tanto di cappellino anni ’40 giusto per rimarcare il primo voto femminile.

Mentre attendevo il mio turno, riflettevo sulla simpatica variabilità di significati della parola “urna”, che oltre a designare lo scatolone fabbricone dove imbucano le schede, indica anche il vasino del capolinea per le ceneri umane. Poi, tutto d’un tratto, sento un “prego”. Prego? Che accidenti vuol dire? Oddio, devo entrare. Oddio, tocca a me. Si va in scena e mi sono scordata tutto il copione. Cammino, mi fissano, mi studiano, allungo la carta d’identità, nella quale c’è la mia foto (segnaletica da galeotta). Poi la mia tessera elettorale ancora lucida di stampa. Prendo la matitina bellissima. Poi non so più che fare. Minchia in umido.

Guardo le cabine, le fisso per quella che dev’essere una mezz’ora, le studio. Mi serve una mappa per capire come farmi strada in quella strana costruzione. Allungo una mano, gratto, tiro, mordo, prendo a calci la tendina, la quale ha finalmente la decenza di aprirsi. Sento su di me lo sguardo fra l’interrogativo, il compassionevole e l’interrogatorio di tutti i presenti. Poi arriva il momento della verità, per il quale nessuno è mai abbastanza preparato.

Infilo la maschera di una seria e consapevole cittadina, convinta del suo diritto-dovere appena esercitato. L’impalcatura ha un attimo di cedimento quando mi rendo conto che la scheda è meglio piegarla una volta in più, poi in un ultimo atto di vigliaccheria non la infilo io nell’urna cineraria, ma il gentile tizio di fronte a me, mosso da evidente compassione cavalleria d’altri tempi. Tutto è finito, ed è subito un “basta” che mi rimbomba nel cervello. Fuori dall’aula, gente con delle strane spillette appuntate alla giacca mi saluta. Non ricambio, perché oggi sono particolarmente maleducata.

Buon voto a tutti.