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Mi scuso finora per la lunghezza del post.

Ci sono tante storie nella storia. Alcune insegnano o colpiscono di più delle versioni ufficiali che si trovano sui libri di scuola. Io sono rimasta estremamente affascinata da quella dell’ultima famiglia imperiale russa, della grande dinastia Romanov, e in particolare mi sono fissata tantissimo con le ultime granduchesse. Perché erano persone interessanti, erano vere, dallo sguardo fiero e con personalità per cui vorresti saperne sempre di più, vorresti sapere che cosa sarebbe successo, se il destino non avesse decretato per loro un futuro “passato” ancora prima di arrivare.

E poi, ti chiedi quale fosse la loro colpa. Cosa potranno aver mai fatto per meritarsi il massacro di Ekaterinburg, le violenze, il dolore, la segregazione? Se loro padre, lo Zar Nicola II, era una persona inadatta a governare – e all’inizio non voleva nemmeno farlo, non sapeva cosa combinassero le forze dell’ordine durante le manifestazioni popolari (anzi, non sapeva nemmeno perché ci fossero tali rivolte), se si rendeva sempre conto di tutto in tremendo ritardo, erano forse anche le granduchesse e lo sfortunato zarevic Aleksej a dover pagare? E per l’immensa timidezza (ereditata dalla nonna Vittoria) scambiata per scontrosità della loro madre Aleksandra, che col suo affidarsi a santoni tipo Rasputin e col suo rifiuto di ricercare l’approvazione popolare si fece odiare da tutta la Russia, erano loro a dover rispondere?

Forse la verità è che ci furono vari fattori a concorrere per la tragica rovina di una dinastia imperiale. Ma non sono una storica, né ho la pretesa di analizzare e scrivere saggi: mi limito ad ammirare queste quattro ragazze e il fratellino, che terminarono la loro vita rispettivamente a 22, 21, 19, 17 e 13 anni. I figli dello Zar erano strettamente uniti e affettuosi l’uno con l’altro, perché si trovavano sempre isolati nei corridoi di palazzo, senza rapporto alcuno con i coetanei né del popolo (ovviamente) né dell’aristocrazia, considerata “depravata” dalla mamma Aleksandra (“Alix”). Ma non ebbero mai la puzza sotto il naso, anzi: dormivano in brande da campo a due a due, divisi fra coppia grande (Olga e Tatiana, le maggiori), coppia piccola (Maria e Anastasia), e Aleksej da solo in quanto erede al trono. Trattavano il personale e le dame di compagnia quasi come pari, ricevevano la paghetta di due rubli a settimana, si impegnavano nel sociale e nella beneficenza, durante la prima guerra mondiale aiutarono come crocerossine negli ospedali da campo (lo zarevic aveva solo 10 anni allo scoppio del conflitto).

Lo Zarevic Aleksej

La coppia imperiale dovette provarci quattro volte prima di dare alla luce un figlio maschio, l’ erede, e quando questo accadde si scoprì che il piccolo Aleksej era emofiliaco. La madre non si diede mai pace, sapendo che era dal suo ramo familiare che la malattia era stata ereditata; i sensi di colpa la fecero rifugiare nella religione, rendendola quasi bigotta, e nel misterioso mondo di Rasputin. Lo Zarevic, dal canto suo, era un bellissimo bimbo fragile, che quando stava bene risollevava il morale di tutto il palazzo. Purtroppo morì troppo giovane per darci un’idea di come sarebbe potuto essere.

Granduchesse Olga e Tatiana

Olga, la maggiore, aveva un’inclinazione per la filosofia e il pensiero. Timida, malinconica, d’intelligenza pronta e vivace, assolutamente buona e gentile con tutti, era un vero giglio di campo. Era l’intellettuale della famiglia, se così si può dire: le piaceva fare i compiti e studiare, leggeva di nascosto i libri della madre anche prima che questa li iniziasse. Se veniva scoperta, si giustificava dicendo: “Abbi pazienza, Mamma, devo vedere se questo libro è adatto a te.” Fu la prima a rendersi conto della situazione russa al di fuori del palazzo, grazie alla stampa e alla voglia di scoprire lo stile di vita del vero popolo (aspirazione condivisa dai genitori). Preferiva Golia a Davide, se proprio volete saperlo.

Olga e Tatiana

Tatiana fu la figlia prediletta dalla madre Aleksandra, perché le due avevano parecchie affinità. Era lei che faceva da portavoce a tutti i fratelli davanti allo Zar per qualsiasi richiesta, era lei che accudiva la Zarina quando questa fu costretta su una sedia a rotelle negli ultimi anni. Ugualmente agli altri, era abituata a sentirsi chiamare per nome nella quotidianità anche dal personale di servizio, e ci rimase molto male quando la dama di compagnia si rivolse a lei, secondo etichetta, come “Sua Altezza Imperiale” durante un’occasione pubblica. Tatiana le tirò un calcio sotto la tavola sussurrandole “Sei pazza a parlarmi in questo modo?“. Le sorelle la soprannominarono “la governante” perché aveva una naturale predisposizione al comando.

Granduchessa Maria

Maria era l’angelo della famiglia. Aveva un’indole materna, e fu quella che si prese più cura del piccolo e malato Aleksej. Il padre riteneva che sarebbe divenuta un’ottima moglie e madre, ma purtroppo le sue supposizioni rimarranno indimostrabili. Era probabilmente la più carina delle sorelle, con i tipici occhioni blu dei Romanov, i capelli color miele e le guance rosate. Si comportò sempre impeccabilmente grazie alla sua natura dolce e angelica, non fu mai dispettosa, tranne quella volta che rubò qualche biscotto dal tavolino da tè della Zarina… che la volle mandare a letto senza cena. Lo Zar però si oppose, constatando: “Ho sempre avuto paura che le crescessero le ali. Sono contento di vedere che è solo una bambina normale.”

Granduchessa Anastasia

Infine c’è lei, la più famosa, la vera monella della famiglia: Anastasia. Un’attrice provetta, quando si trattava di saltare una lezione o di far impazzire i suoi tutori. Un genietto del male, che non si faceva scrupoli a sporcarsi i bianchi guanti da sera col cioccolato quando andava a teatro, che si arrampicava sugli alberi e non voleva saperne di scendere finché non le veniva ordinato dal padre (e fu l’unica a prendersi uno schiaffone proprio da lui). I suoi dispetti rasentavano il diabolico. Energica, vivace, impertinente e solare, nonostante la salute cagionevole. Affrontava la vita con un gran sorriso.