Tag

, , , ,

E’ strano. Com’è naturale, uno pensa sempre alla propria vita, alle proprie piccole cose, agli impegni, all’orizzonte più vicino. Soprattutto se si è in una certa fase dell’esistenza che spinge ad una sorta di egoismo, al prediligere i bisogni personali rispetto a quelli degli altri.

Poi succede qualcosa. Qualcosa che ti tocca nel profondo, quando meno te l’aspetti. E allora, dopo aver saputo (con leggero ritardo per la mancanza dei familiari mezzi di comunicazione) della morte di un essere umano (“restiamo umani”, diceva), ti arrivano addosso come secchiate d’acqua gelida alcune domande. Ma io fino ad ora dove ho vissuto? In che misero modo ho impiegato il mio tempo? Faccio proprio schifo! Con i miei problemucci del cavolo, con le mie piccole nugae quotidiane, mentre a poca distanza dal mio raggio visivo c’era (e c’è) gente come lui, con un par di balle del genere.

Sto vivendo con una merdosa benda sugli occhi, mentre fuori si scatena la fine del mondo. Vittorio no, se l’era strappata di dosso quella benda. E ora vi prego di eliminare ogni traccia di retorica che sicuramente è uscita ed uscirà dal mio post, sull’onda dell’emozione. Ma possibile che certi messaggi passino solo quando il messaggero non c’è più? Chi conosceva così bene Vittorio Arrigoni prima che venisse ucciso? Quanti visitavano il suo blog, Guerrilla Radio, che ora non vede più aggiornamenti?

Una vita spezzata all’apice della sua bellezza: è questo che importa. I funerali si terranno a Pasqua, come a dare un senso di rivincita nei confronti della morte corporale, come a dire che le idee di Vik continueranno a vivere. Ma io continuo ad avere dubbi e sensi di colpa… perché di questa maledetta guerra non mi sono mai interessata troppo, come di tutte  le guerre in genere, ritenendole senza senso. Da quando ero piccola gli scontri di Gaza sono stati un mero sottofondo dell’ora di cena, al telegiornale, o degli articoli mai letti, delle sillabe secche e sbocconcellate nei discorsi. E se la giovanissima età poteva scusare la mia indifferenza, da un certo punto in poi sono colpevole di essermene fregata. Di non aver voluto prendere consapevolezza. Fino a ieri credevo che “Piombo Fuso” fosse semplicemente un elemento chimico – e la datazione degli eventi non mi lascia scuse: avevo 14 anni ed ero grande abbastanza per capire!

Ecco cosa mi ha insegnato l’assassinio di questo eroe (“sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, scriveva un certo Brecht): che devo guardarmi dentro e dare un senso anche all’insensatezza di una morte. Devo capire l’incomprensibile. Ed è certo che persone come Vittorio sono al di sopra di me, e di tutti quanti non abbiano il suo coraggio. Parafrasando il suo motto, noi sì che dobbiamo restare umani, con i piedi per terra… lui invece era già un gradino più su, aveva già capito e vinto tutto solo coi suoi pensieri puri.