Come puoi amare tanto qualcuno, e quel qualcuno non essere tuo?

Sinto que você é ligado a mim
Sempre que estou indo, volto atrás
Estou entregue a ponto de estar sempre só
Esperando um sim ou nunca mais

É tanta graça lá fora passa
O tempo sem você
Mas pode sim
Ser sim amado e tudo acontecer

Sinto absoluto o dom de existir, não há solidão, nem pena
Nessa doação, milagres do amor
Sinto uma extensão divina

(Vanessa Da Mata – Amado)

Un giorno sei nato. Nessuno ti ha chiesto se volevi vivere. Ma ora vivi. Talvolta è bello. Talvolta invece sei triste. Molte cose ancora non le comprendi. Vivi, ma perchè? Con le tue mani devi aiutare a riordinare il mondo. Col tuo intelletto devi cercare di distinguere il bene dal male. Col tuo cuore devi amare gli uomini e aiutarli quando puoi. Sono tanti i compiti che ti attendono. Che attendono le tue mani, il tuo intelletto, e il tuo cuore “
Aprile 1979, da un tema di Chiara “Luce” Badano (7 anni e mezzo)

Fra domandone filosofiche e grandi dilemmi che spuntano velocemente nei dieci minuti dall’intervallo, tanto svelti a balenarmi alla mente quanto lenti nell’andarsene, ho un po’ trascurato il blog. E’ che, sapete, quando ti ritrovi a sospirare un numero di volte sufficiente a far venire il maremoto, quando ti vesti pensando a cosa potrebbe pensare delle tue scelte una certa persona, quando i tuoi pensieri sono costantemente rivolti ad un unico vertice e più preghi gli dei di dimenticarlo più il desiderio stesso di scordare tutto te lo fa ricordare, bè, è chiaro segno che… ma no, completate voi la frase. Quelle parole, che mai avrei pensato di pronunciare (tanto meno di scrivere), mi fanno troppa impressione.

Sapete, ho anche perso l’appetito.

(Hahahaha, ci avete creduto? No, è una di quelle cose che non succederanno mai, né in questa vita né in un’altra eventuale.) 

Ecco: sta succedendo ciò che temevo. Oltre al borbottio da pentola di fagioli che mi riempie la testa, e il rossore da post-maratona che mi colora troppo le guance in certi momenti, sto monopolizzando questo luogo virtuale, in teoria un posto dove parlare di tutto, con i miei cavolacci personali. Non che mi dispiaccia scrivere di me, anzi, ma un conto è cercare di favi ridere, un conto è farvi subire il supplizio delle solite solecuoreamore noiosissime da sedicenne bimbaminkia che crede di sapere cosa sia l’amore (cavoli, l’ho scritto!) e invece non sa manco trovarsi il sedere con le mani. Ecco. Tutto qui. Passo e chiudo, lasciandovi forse un po’ delusi della poca qualità dei miei ultimi post, ma mettiamola in altri termini…

Dovrei forse stare a commentare le ultime boiate sparate da questo o da quello al microfono dei tg più servili dell’occidente? Dovrei forse ripetervi che è meglio votare ai referendum piuttosto che coprirsi ancora una volta gli occhi? O magari cercare di fare informazione che potete trovare benissimo in altri siti/blog più attrezzati di me? No, signori. Tutto quello che posso offrirvi, per ora, è questo. Prendere o lasciare (ammazza, mi faccio soggezione da sola).

Sopportate, per favore, una ragazzina in… inna… innamm… innamorata. UGH.

Respiriamo l’aria e viviamo aspettando Primavera

Non so voi, ma io sono davvero in sintonia con questa stagione! E’ così inebriante, nei suoi profumi e nei suoi colori… vabbè, spegniamo la modalità poesia e andiamo a goderci il sole.

Fruttolo al plutonio

A Lameduck, che mi ha ispirato questo post, e io non ho saputo fare di meglio che dire a parole mie il nostro pensiero comune.

Purtroppo, non sono una scienziata. Purtroppo, non ho l’età giusta per votare ai referendum. Ma, cavoli, fossi in voi mi darei una mossa. Sull’onda emotiva del centocinquantesimo, con l’orgoglio del Tricolore che sventola dai balconi (ne ho visti un sacco!), cazzo (per non smentirmi mai), cogliete l’occasione, o voi adulti votanti! Tre piccioni con una fava! Date a questa classe dirigente una lezione meravigliosa di diritto, storia, chimica, Costituzione!

Italia, rendi onore al tuo inno, dèstati e cingiti la testa con l’elmo di Scipione. Getta questa orrida riforma della (in)Giustizia nel cesso dove dovrebbe stare! E non farti derubare di uno dei beni più preziosi, l’acqua! Che deve restare pubblica, com’è ovvio… o di questo passo privatizzeranno anche l’aria che respiriamo, in nome delle solite lobbies senza scrupoli. Queste lobbies, poi, chi le conosce? Io me le immagino come gruppi di omacci magri, smunti, vestiti di grigio con gli  occhiali scuri e la valigetta ventiquattrore.

Gli stessi omaccioni che amano tanto le scorie nucleari, e se potessero andrebbero in tv a ciucciarsi direttamente le barre di plutonio, affermando che hanno il sapore del calippo alla menta. Vorrei tanto che lo facessero, per poter ridere della loro sorte (sadismo evviva). Dopo la tragedia di Fukushima sono stati capaci di dire che “Il nucleare è una fonte di energia ecologica perché non emette CO2″ (Stefania Prestigiacomo, degno ministro dell’Ambiente). Secondo me quando parlano sentono solo un rumore di sottofondo e non si accorgono delle emerite minchiate che sparano – se se ne accorgessero, sarebbe anche peggio.

Ditemi voi, nella corrotta Italia, mentre siamo ancora qui che non sappiamo smaltire la merda dei rifiuti urbani stile lische di pesce, come faremmo con un mostro a fissione nucleare. Dobbiamo ancora sbarazzarci delle scorie delle centrali che avevamo prima del referendum del 1987! Siamo un Paese con alto rischio sismico, se non ve ne foste accorti con il terremoto all’Aquila… e una scossa come quella del Giappone avrebbe tirato giù l’intera Nazione, le case costruite con la sabbia per prime. Per non parlare delle ecomafie, che se fanno affaroni con il bisnès dei rifiuti tossici “ordinari”, figuriamoci quanto si leccano i baffi al pensiero dei rifiuti nucleari.  Ehi, non è che i nostri amici filonucleari dalla mente geniale sono in qualche modo in combutta con i suddetti omacci grigi delle lobbies mafiose? Bravo, bis! Hai vinto un fruttolo al plutonio! E se vuoi, c’è anche quello all’Uranio impoverito.

Con il nostro amato Sire, esperto di chimica e di Enrico Fermi, e tutta la sua corte, sbrigatevi a chiarirvi le idee e muovete quelle chiappe quando è ora di fare il vostro dovere. Il Referendum è uno dei pochi atti di democrazia diretta: filate a votare, guai a voi se disertate, anche se avete febbre a 58°. O almeno date a me la vostra scheda elettorale.

Informazione

A dir la verità non è che l’immagine sia molto coerente col senso del post, volevo solo informarvi che l’articolo sulla contessa Bathory è in revisione… abbiate comprensione… quando avrò ripreso un minimo di respiro metterò a posto ogni cosa e ritroverete anche dei post sensati, sia di argomento storico che il solito zibaldone. Sapete, sono in un’età impegnativa, e io sono una ragazza di mondo, neh.

Appuntamento con Erzsébet Báthory. A vostro rischio e pericolo

Attenzione! Avete appena mangiato? Siete deboli di stomaco? Non vi è piaciuto Il Cigno Nero per le scene delle unghie? Allora vi sconsiglio la lettura…


Elisabetta Bàthory, sposa dell’alto signore Francesco di Nàdasdy, Magistrato del Re e grande Maestro dei cavalli, rimasta vedova, essendo stata giudicata da codesto tribunale infame ed omicida é morta nella sua prigione di Csejthe. Morta all’improvviso, senza croce e senza luce, il 21 agosto 1614, di notte.

(Krapinai Istvàn, cronista)


Le personalità più tormentate ed inquietanti, alla fine, sono le più interessanti. Almeno, io la penso così. Oggi andiamo a fare la conoscenza della contessa Elisabetta (o meglio, in ungherese, Erzsébet, un nome che mi piace da matti… ho lontane origini ungheresi). Prego, accomodatevi sul divanetto rosso e guardate bene quel volto enigmatico. Il volto di quella che è stata una bambina angelica, almeno nelle fattezze, con qualche momento di schizofrenia.

Cercate di capirla: nata nella terra dei Daci, ancora più pagana che cristiana, con i culti della Terra, del Sole, della Luna. Aveva solo 6 anni quando, nella corte circondata dai Carpazi, vennero invitati degli zingari per sollazzarsi un po’. Il problema è che uno degli suddetti zingari aveva venduto i figli ai Turchi, acerrimi nemici, spinto dalla miseria. Quindi un soldato simpaticone, per condannare il poveretto, decise di squartare il ventre di un cavallo e infilarci dentro l’uomo, lasciando sadicamente fuori solo la testa, poi lo ricucì e buonanotte al secchio. La piccola Elisabetta, nascosta in un angolo del giardino del palazzo, aveva visto tutta la scena. La realtà superava di molto qualsiasi film horror, altro che Dario Argento. Chissà per quanto tempo, dopo tutto ciò, la contessina era rimasta con gli occhi persi nel vuoto e le parole ferme in gola.

Tutta l’infanzia era trascorsa all’insegna delle crudeltà dei regnanti ungheresi, fra assassinii e repressioni violentissime contro qualche contadino sospettato di ribellione. E lei, all’apparenza imperturbabile, con quel visino di porcellana, quelle belle mani candide, covava nell’animo chissà che lucida pazzia. Poi, come ogni nobile di tutte le epoche e famiglie, il grande passo del matrimonio. Lo sposo era Francesco (Ferenc) Nádasdy, un tipo se possibile ancora peggiore di tutta la famiglia d’origine, dotato di rara crudeltà. Possedeva delle arnie piene di api, e si divertiva da matti (mai locuzione fu più azzeccata) a cospargere di miele delle ragazze nude  e lasciarle lì, in balia di quegli insetti. Sapete, la guerra contro i Turchi lo stressava molto, aveva pur bisogno di svagarsi. Poi vi lamentate del bunga bunga.

Mentre il marito era in guerra, anche Elisabetta doveva pur trovare qualcosa da fare. Era molto giovane, carina, poteva permettersi di aspettare un po’ prima di fare figli. Un giorno va a trovare la zia Karla: bacio bacio, ma come stai, come ti vedo bene, come sta tuo marito. Al bando i convenevoli e via con le orge. Sì, avete letto bene… nella compagnia delle orge clandestine c’era anche una certa Dorothea Szentes, esperta di magia nera, con il servo Thorko. Da quel giorno la vita di Elisabetta è ricordata solo come un susseguirsi di orrende nefandezze.

Furono almeno 610 le vergini ammazzate per volere della sanguinaria contessa. Non che le fossero antipatiche, piuttosto voleva per sé tutta la loro giovinezza… una volta schiaffeggiò così forte una giovane serva da farle sanguinare il naso. Una goccia di sangue bagnò la mano di Elisabetta, la quale si accorse che in quel preciso punto la pelle sembrava essere ringiovanita. Allora si convinse degli effetti benefici del sangue virginale, e se ne procurò sempre in gran quantità (vi lascio immaginare come), per poi berlo o riempirsi la lussuosa vasca da bagno.

Gli esempi del suo sadismo e del suo piacere nel torturare si sprecano. La sua mente era ormai completamente partita per mondi lontanissimi, che preferirei non vedere mai. Tanti veleni, tante giovani uccise in maniere fantasiose e sempre differenti, tante invocazioni a Satana, tanta indifferenza da parte dei familiari che poi non erano tanto migliori (chissà i pranzi di Natale).

Poi, un giorno di tuoni e lampi tipici della Transilvania, uscì la sentenza del tribunale della Chiesa. Le serve e i complici, bruciati vivi al rogo. Elisabetta no. Era una nobile e serviva qualcosa di più consono, magari meno adatto al pubblico ludibrio, ma sadico come la sua mente. Arrivarono dei muratori e murarono, una dopo l’altra, le finestre della stanza dove la contessa si trovava in quel momento. I suoi occhi indagatori percepirono piano piano affievolirsi la luce, ogni secondo sempre di più, forse con la certezza che non sarebbero mai più tornati a vederla. Solo un buchetto nel soffitto per il minimo di ossigeno a tenerla in vita, pane e acqua.

Il castello deserto, il silenzio tutto attorno. Le stagioni tutte uguali, il senso del tempo ormai perso. Sola e abbandonata dal resto del mondo: l’unico momento di pace della sua vita, seppure il più drammatico? L’unico spazio di quiete per una mente malata e chiusa nella prigione della pazzia? Ormai, infatti, il corpo fisico era solo un contenitore, un prolungamento del disordine interiore. E lo rimase per tre anni e mezzo, senza mai piangere, senza mai chiedere pietà a chi l’aveva condannata. Poi, anche lei morì. Di notte.

Mi sento un sommelier, nel senso che penso di reggerlo un fiasco.

Periodo intenso, come avrete capito. Vi giuro che sostenere uno scambio culturale con chicchessia è una faticaccia abnorme. Voi che, se dovete pensare per un attimo allo sforzo fisico/psicologico, vi immaginate un corridore, un maratoneta, un nuotatore, un cul-turista, un qualsiasi atleta a livello agonistico, probabilmente non avete mai fatto quello che ho fatto io per questa settimana (o venite da un altro pianeta).

Sì, vabbè, ormai lo sapete quanto sia grande il mio amore per lo sport, quindi mi perdonerete questa divagazione, che era comunque di indispensabile utilità per mettervi nell’ottica del post. Già qui è difficile di per sé, ogni giorno dover sopportare le dichiarazioni schizofreniche del ragno del podere con tutta la sua servitù, di Razinga Scarpette Rosse, delle cornacchie che mi gracchiano attorno tutti i benedetti giorni. Poi ci mettete tutte le implicazioni del caso: ho sentito così tanto tedesco che potevo trasformarmi in crauto da un momento all’altro, come ha avuto la galanteria di suggerirmi un compagno di classe. Per reazione, la sera ascoltavo con l’Ipod soltanto De Andrè, Battiato, Vecchioni, perfino Ranieri. Ecco come si fa a diventare patriottici in occasione dei 150 dall’Unità d’Italia: fate uno scambio con qualcuno di un’altra nazionalità, poi vedrete come amerete ascoltare musica italiana.

La ragazza germanica che è venuta a stare da me era un amore, e soprattutto corrispondeva in pieno allo stereotipo che abbiamo della Frau vichinga: non troppo alta, castana, occhi marroni, pelle più scura della mia (non che ci voglia tanto). Sono davvero stata fortunata in questo senso, ci siamo trovate veramente bene. Comunque, in conclusione, questa esperienza mi ha insegnato principalmente che:

1. Le ragazze tedesche non si asciugano mai i capelli dopo essersi lavate. E poi si mettono tranquillamente davanti alla finestra aperta, mentre fuori nevica. Se avessi mai la follia di farlo io, venite a trovarmi all’ospedale, mi raccomando.

2. Scarpinare per 7 ore in una città con i piedi bagnati fa venire il raffreddore. E adesso mi sento un intero stagno nel naso.

3. Girare per tutti i campielli e le calli di Venezia, alla lunga,  fa venire le vesciche anche se sei abituata alle punte per danza. Poi non è una buona idea uscire con i tacchi e ballarci tutta la sera. Ma che volete farci, sono bassa.

4. Gli stereotipi che noi abbiamo degli altri sono falsi. Quelli che gli altri hanno di noi, invece, hanno basi più solide. Tutti gli italiani che ha visto la mia partner tedesca hanno almeno una volta mangiato pizza o pasta, gesticolato, parlato forte, indossato una maschera di carnevale. Nessuno, però, ha suonato il mandolino. Peccato.

5. Anche in Germania esistono le bimbeminkia, a giudicare da certi giornalini tedeschi tipo Cioè. Però non amano più i Tokio Motel.

Comunque, la cosa più dannatamente bella in questo periodo, e scusate se vado off topic, è il nuovo ereticissimo album di quella gran testa di Capa. Sto già facendo l’esegesi dei testi… magari vi farò sapere.