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Sono andata a vedere Qualunquemente sia perché apprezzo molto Albanese, sia perché la campagna pubblicitaria della produzione è stata assolutamente geniale. E’uscito dal nulla un partito, il Partito du Pilu (con relativo sito internet), che dovrebbe essere una presa in giro ma sembra drammaticamente vero e forse più serio di tanti partiti esistenti. Ci sono gli sponsor, le sciacquette tettonate, i gazebo da raccolta firme, gli slogan, i manifesti elettorali. Qualcosa che incuriosisce e diverte allo stesso tempo: sarà per questo che quasi in tutta Italia si faticava, i primi giorni di uscita del film, a trovare posti in sala. Pensate che, se il Partito du Pilu scendesse veramente in politica, avrebbe quasi il 9% dei consensi (dietro alla Lega Nord!) e Cetto è stato citato pure dall’ Economist.

Mi fiondo fiduciosissima al cinema: dopo qualche minuto dall’inizio del film, in estasi grazie al grande talento di Albanese, cominciano a frullarmi in testa tanti pensieri. Questo personaggio, Cetto Laqualunque, all’inizio era nato come caricatura: un’esagerazione da parodia, la summa di tutti i difetti dei politicanti d’oggi esasperati al massimo. Ne usciva un tycoon senza arte né parte, preoccupato solo dei soldi ad ogni costo, che fa affari con la mafia e l’illegalità, conosce un “amore” solo a pagamento. Insomma, un pericoloso truffatore che nessuno avrebbe mai votato. E invece.

E invece una figura del genere, chissà perché, non mi è nuova, anzi suona quasi familiare. Scommetto che dice qualcosa anche a voi. Un piccolo sforzo. I fatti di cronaca e attualità di queste ultime settimane hanno allo stesso tempo aiutato e messo in difficoltà il film: aiutato perché non hanno fatto altro che attirare ancora di più l’attenzione del pubblico, messo in difficoltà perché quella che doveva essere una parodia comica non è altro che la rappresentazione spiccicata della realtà.

Non so se l’intento originario fosse questo, fatto sta che sono rimasta affascinata da tale paradosso, forse uno dei più grandi che abbia mai incontrato: è la realtà che fa la parodia di se stessa. E’ diventato tutto così comico e surreale da non poterlo nemmeno prendere in giro, perché si prende in giro da solo. Non si può più fare satira, perché la realtà ha già superato (e supererà) l’immaginazione di ogni comico esistente. Pazzesco!

Se da un lato il film, con queste premesse da perderci la testa, rischia di non fare ridere perché sembra più realistico che parodistico, dall’altro cerca di svegliarci. Ci prende a schiaffoni dal megaschermo. Mostra la stronzaggine e la schifezza di Cetto, ma mostra ancora di più quelli che lo lasciano fare e si affidano a lui. Sbatte in faccia quello che siamo come un dipinto espressionista di Grosz o Dix. Si ride per le battute grottesche, che nell’universo di Cetto sono cose normali (“Melo -il figlio di Cetto, nda- presto sarò sindaco, quindi tu per legge vicesindaco“). Non si ride quando si ha l’impressione di vedersi in uno specchio per nulla deformante, anzi fin troppo lucido, e si prova un po’ di vergogna.

Certe frasi toccano l’apice del sublime, una delle mie preferite è “Voi e la magistratura bastasa non riuscirete a sovvertire il risultato democratico delle elezioni” – capite che qui non c’è nulla di esagerato, anzi… quante volte abbiamo sentito sbraitare oscenità del genere, ma non da comici, bensì da chi dovrebbe governarci? E torniamo al paradosso di cui sopra.

Non c’è che dire, un film da vedere e su cui riflettere, per poi uscire dal cinema intonando Meno male che Cetto c’è.