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E’ strano, il paesello dove vivo.

In realtà non sono nata qui, ma posso comunque definirmi una ragazzina di campagna. A volte, se proprio si sta attenti, dalla mia finestra si può perfino vedere qualche rara lucciola d’estate. La cosa che più mi piace è l’immenso campo di grano, o meglio ciò che ne rimane (viva l’edilizia selvaggia). In questo periodo il grano è già abbastanza maturo, ma le estati della mia – non troppo lontana – infanzia erano caratterizzate da corse in mezzo a quel mare dorato, che ovviamente data la mia altezza da ottavo nano di Biancaneve mi superava abbondantemente. Ora ho fatto progressi, riesco addirittura a far sbucare il cucuzzolo.

Deliri da falciatrice umana a parte, il paesino da cui la scrivente intasa la rete col suo umile blogghetto ha il fascino della signora che è bella, ma non se ne accorge. O se vogliamo, del vecchio contadino saggio che non sa mai se è la volta buona per riposare o se c’è ancora qualche semina da fare.  E’ una specie di gioiello antico lasciato marcire, dimenticato in un cassetto da signori troppo cattivi o troppo insensibili.

Un paesino con fiere origini romane, di cui ora rimane ben poco, solo un’incisione in latino (per chi si volesse divertire a tradurre) e la pianta tipicamente quadrata e regolare degli accampamenti.

Nel nostro passato ci sono compaesani illustri, scienziati ed artisti, e anche qualche osso sepolto dove non dovrebbe (dato che l’uomo ha memoria corta e non rimembra che il cimitero non è sempre stato dov’è adesso). Il fulcro di tutto è la Chiesa ovviamente, da bravo villaggio che è stato in epoca medievale, con le sue porte sbarrate regolarmente al giungere del coprifuoco.  Sparsi per tutto il luogo, bellissimi gioielli d’arte che come sempre nessuno si degna lontanamente di guardare, figuriamoci di valorizzare, rendendo fin troppo bene l’idea del proverbio “gettare perle ai porci”.

Pensate che da noi è passato pure Napoleone (d’altronde, dove non è passato?), e anche quel tale Benito Mussolini (vedi parentesi precedente).

Un paesello dalla storia interessante, fatta di gente dall’umanità tipica delle nostre zone, che lentamente muore in un’agonia di noia e impossibilità di futuro. Un paesello dove le massaie fanno ancora le tagliatelle in casa, a suon di mattarello, e dove la stazione dei treni conserva tuttora una certa allure anni ’40 – sempre stando attenti a non pestare le siringhe dei drogati. Un paesello con una percentuale dell’ 80% degli abitanti sopra i 70 anni, che si ritrova immancabilmente seduta ai soliti due bar (uniche attività commerciali che da noi non falliscono mai e mai falliranno), a fumare, giocare a carte e commentare le partite di calcio con perle di saggezza di rara arguzia (“Cal lè al n’è gnanc bon ad scaracér!“, tradotto dal dialetto: “Quello lì non sa neanche sputare!“).

All’orizzonte, solo filari di altissimi pioppi e cime di montagne spesso innevate, ma nessuna speranza, nessuna prospettiva.

Mi farà male quando dovrò andarmene per forza.

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