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Geisha.

Parola esotica e misteriosa, come le giovani donne che rappresenta.

Facciamo chiarezza su un paio di punti fondamentali: primo, le geishe non sono prostitute. Secondo, le geishe non sono cinesi. Sono giapponesi. Così, solo a titolo informativo, dato che ho sentito gente di una certa cultura affermare che il sushi è cinese e il riso alla cantonese è un piatto nipponico.

Tornando all’argomento principale, dovete sapere che i giapponesi stessi sanno poco o niente di queste creature leggiadre e misteriose, dal viso dipinto e velato di dolce malinconia… questo perché nel mondo delle geishe c’è una sorta di riserbo quasi “sacro”, che si è obbligate a tenere dal momento dell’iniziazione in poi.

Sono figure affascinanti ed interessanti, almeno a mio parere, che lentamente ed inesorabilmente stanno scomparendo, come la cultura giapponese chiusa e tradizionale che rappresentano, uccisa a colpi di globalizzazione e Coca-Cola.

Ho già detto che le geishe non sono prostitute, e infatti possiamo riconoscere facilmente di quale delle due categorie faccia parte una donna vestita in kimono: una geisha ha l’obi, cioè la cintura, allacciata dietro; una prostituta invece ha l’obi col fiocco chiuso davanti per svestirsi e rivestirsi più velocemente.

Al di là di questi dettagli, spiegati solo per far capire meglio agli occidentali cresciuti a stereotipi, bisogna concentrarsi particolarmente sul significato di queste artiste (la parola “geisha” significa infatti “artista”).

Gli uomini di potere, a quei tempi, erano intrappolati in matrimoni di convenienza. Logicamente anche le donne, ma con una sottile differenza: mentre gli uomini avevano diritto all’escamotage della dama di compagnia acculturata, o della prostituta se erano proprio all’ultima spiaggia, le donne no – dovevano accontentarsi del tipo che era stato scelto per loro e silenzio, ringrazia che non sei finita zitella.

Proprio per intrattenere con finezza ed eleganza questi ricchi signori, nacque la figura della geisha. Una bambina, di solito povera, veniva venduta dai genitori o tutori ad una casa di geishe (okiya), oppure decideva spontaneamente di percorrere quella strada – se era bella, era la benvenuta; se era brutta, finiva in un bordello da malaffare. E da lì era tutto un crescendo, perché non pensate che diventare geisha di successo fosse una passeggiata. Innanzitutto l’okiya addebitava alla bambina tutte le spese per mantenerla (cibo, medicine, vestiti, trucco…): questi debiti solo in rarissimi casi venivano onorati pienamente, dato che per il primo periodo di esercizio della professione tutti i guadagni non andavano alla donna ma alla sua casa. L’okiya era retta da una geisha in pensione, e fra le varie case di geishe esistevano vere e proprie rivalità di cui le donne si facevano pedine e strumenti.

Il primo stadio era “sguattera”. La bambina doveva pulire, cucinare, fare duri lavori di casa.

Poi poteva passare ad aiutare le vere geishe col trucco e i kimono (che non erano certo facili da mettere, occorrevano minimo 3 persone ed erano preziosissimi, considerati patrimonio economico dell’okiya).

Infine, se veniva ritenuta idonea, la si mandava a scuola – e lì le materie erano calligrafia, danza, shamisen, cerimonia del tè, ikebana, conversazione… (chissà la Gelmini cosa avrebbe fatto con un sistema scolastico del genere).

Poi, superato questo periodo, si iniziava il praticantato sotto la guida di una maestra detta “sorella maggiore”: qui la maiko faceva le prime esperienze pratiche nelle sale da tè, a contatto con potenziali clienti, senza però arrivare mai a rapporti sessuali.

Il  primo vero rapporto, infatti, era detto mizuage e veniva venduto al miglior offerente come una vera e propria asta, dopo il quale la ragazza aveva perso la verginità ed era a tutti gli effetti una geisha. Solo a questo punto poteva iniziare a ripagare i debiti con l’okiya.

Infine, le geishe non potevano sposarsi se non ritirandosi dalla professione; potevano però avere un danna, cioè protettore, la cui figura non è tuttora molto chiara – il rapporto fra i due era assai particolare, con valori tipicamente orientali e difficili da capire, tanto che il sesso non era considerato fondamentale per i danna.

Insomma, le geishe erano paragonabili alle etere dell’antica Grecia, che non erano caratterizzate dalla vendita del corpo, quanto piuttosto dalla cultura, dall’istruzione, dalla capacità artistica.

Qualcuno avrebbe molto da imparare da loro.