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ὅταν βλέπω σε, προσκυνῶ, καὶ τους λόγους.
τῆς παρθένου τὸν οἶκον ἀστρῷον βλέπων
εἰς οὐρανὸν γάρ ἐστι σοῦ τὰ πράγματα,
Yπατία σεμνή, τῶν λόγων εὐμορφία,
ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως

(Pallada, Antologia Palatina, IX, 400)

 

Non spaventatevi, non mi si è inceppata la tastiera. E’ greco.

Questo epigramma dell’ Antologia Palatina è  dedicato ad Ipazia, personaggio importantissimo dell’antichità, di cui avevo già scritto qualcosina nel mio vecchio blog.

Putroppo sono in pochi a conoscere la sua esistenza, soprattutto in Italia, il che è molto strano, data la sua enorme influenza nel mondo della filosofia, della matematica, dell’astronomia… 

Per fortuna anche da noi è uscito il film Agora di Amenàbar, ma solo dopo mirabolanti peripezie alla ricerca di un distributore (sia reso grazie alla Mikado); non vorrei mai dover sospettare ingerenze da parte di qualcuno

 Ma delle mie considerazioni sul film ho già parlato precedentemente.

Ora mi interessa parlarvi di Ipazia. Non cominciate a sbadigliare o robe del genere, perché è molto più interessante di quanto non sembri.

Cominciamo col dire che la ragazza in questione era una gran gnocca, come direbbero i romani. Ma non gnocca in modo volgare, anzi. Ci sono giunte testimonianze della sua bellezza, quella bellezza che deriva dalla cultura e dalla sicurezza in se stessi, che ti fa camminare a testa alta e spalle dritte, che ti regala nuova luce agli occhi. Non so se al giorno d’oggi, fra le varie Belèn e Paris, un’Ipazia sarebbe considerata affascinante. Io personalmente la preferisco al mille per mille.

Ma lei cosa fece in concreto?

Cominciamo a dire che nacque circa nel 370 ad Alessandria d’Egitto, a quel tempo una metropoli cosmopolita che oggi sarebbe paragonabile più o meno a Londra, seconda solo a Roma in quanto ad abitanti e centri culturali.

Suo padre era Teone, matematico e studioso alla famosa Biblioteca di Alessandria, quindi possiamo dire che Ipazia venne su a pane e cultura. Probabilmente la madre morì quando lei era molto piccola.

La cosa più sconcertante, nel vedere Ipazia, era semplicemente il fatto che fosse una donna.

Innanzitutto, andate a contare nei libri di storia quante volte vengono menzionate delle donne. Poche. Se ancora oggi c’è questa tendenza, figuratevi a quei tempi… il gentil sesso serviva solo per fare figli e lavorare. Ipazia, oltre a nascere donna, aveva avuto anche la sfortuna di essere intelligente e arguta. Lei non ci stava, ferma a tessere pepli e a portare le tisane al padre mentre lui sudava sui papiri. Lei i papiri li prendeva direttamente in mano, li leggeva e – addirittura – li commentava. Che impudenza!

Ma nulla in confronto alle sue lezioni alla scuola di Filosofia Neoplatonica: in quelle occasioni gli uomini dovevano prendere lezioni da lei, essere in un ruolo subordinato; una vera rivoluzione per quella società tipicamente patriarcale. Almeno dal 393 Ipazia era perfino a capo della Scuola Alessandrina, e attorno a lei si radunavano studenti di tutte le religioni allora presenti sul Mediterraneo (Cristianesimo, Ebraismo, Paganesimo), creando un clima di tolleranza e condivisione. Citando Kline, quella scuola “Possedeva l’insolita combinazione di interessi teorici e interessi pratici che doveva rivelarsi così feconda un migliaio di anni più tardi. Fino agli ultimi secoli della sua esistenza godette di piena libertà di pensiero che è un altro degli elementi essenziali per il fiorire di una cultura e fece compiere importanti passi avanti in numerosi campi che dovevano diventare fondamentali nel Rinascimento: la geometria quantitativa piana e solida, la trigonometria, l’algebra, il calcolo infinitesimale e l’astronomia.”

Ipazia arrivò anche a costruire un prototipo di astrolabio e forse a scoprire che l’orbita dei pianeti non era circolare come tutti credevano (riscoprendo vecchie teorie eliocentriche ad esempio di Aristarco).

Ora, non pensate alla nostra filosofa come ad una tipa snob, che se la tira solo perché ne sa più degli altri. Lei voleva rendere la massa consapevole, acculturarla… perciò scendeva sulla pubblica piazza e si metteva a spiegare gratuitamente, davanti a tutto il popolo, le opere dei maggiori filosofi passati e contemporanei.

Era l’esempio vivente del libero pensiero, del poter mettere in discussione tutto quello che ci viene raccontato. Pensate che cosa ha potuto significare per i potenti dell’epoca una donna che si permetteva di insegnare agli uomini, di rifiutare il matrimonio (mostrando ai pretendenti il sangue del suo ciclo mestruale), di non avere figli (il compito principale delle femmine) e di essere per di più colta e amata dalla gente, che la seguiva e la ammirava per la sua bellezza fisica e morale.

Mentre in tutta Alessandria le lotte fra religioni, dettate dall’odio e dal fanatismo, mietevano vittime, lei predicava la tolleranza sia nelle aule della scuola sia in pubblico, sotto il comune denominatore della voglia di sapere e conoscere il mondo.

Ora vi chiedo un ulteriore sforzo di immaginazione.

Immaginate i primi nuclei di Cristiani ad Alessandria. Si erano fatti strada nelle classi sociali più umili con la promessa di una redenzione ultraterrena, dicendo che gli ultimi sarebbero stati i primi. Purtroppo, nella bella città egiziana, si era formato un gruppo di fanatici Cristiani detto “dei Parabolani”. Per loro Ipazia era poco meno di una strega: una donna, per natura creatura inferiore, come aveva fatto ad ottenere il dono di una cultura così vasta, di una tale influenza nella politica cittadina, di una tale capacità oratoria? Era di sicuro opera del demonio. Per non parlare della sua pericolosità (mettendo in discussione tutto, rischiava di allontanare molta gente dalla Fede Cristiana).

Fu così che, probabilmente istigati dal vescovo Cirillo, i Parabolani decisero di eliminarla. Così racconta Socrate Scolastico: “Un gruppo di Cristiani dall’animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo”.

Era il marzo del 415.

Poco tempo prima, grazie ai decreti teodosiani, ogni culto pagano era stato dichiarato illegale e tutti i templi pagani di Alessandria distrutti.

Ipazia rimaneva l’unica ed ultima rappresentante di una cultura classica, di un insieme di varie scienze, che non videro più sviluppi dopo la sua morte durante i “secoli bui” che seguirono.

Con lei venne distrutto un mondo.

A che pagina è nel vostro libro di storia?

P.S. Cirillo, il vescovo che probabilmente ordinò l’assassinio di Ipazia (le indagini a riguardo vennero insabbiate), ora è ancora Santo per la Chiesa Cattolica. San Cirillo si commemora a giugno.

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