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“Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa”

(F. De Andrè – Un Matto)

 

Tutti quelli che lo conoscono, almeno una volta nella vita, hanno pensato (intimamente o meno) che fosse uno scemo.

Lo si capisce solo a guardarlo: alto, dinoccolato, col passo da orango che non ha abbastanza spazio, una zazzera di capelli che guai a perdere qualcosa in mezzo a quei ricci altrimenti non la ritrovi più.

Sembra un rovo messo sopra a un lampione ambulante.

Senza contare gli occhi tondi che gli escono fuori dalle orbite, la strana timidezza che non vuole ammettere.

Lo conosco da quando eravamo alti uguali. (Poi, lui ha conquistato le vette più alte dei cieli – “Verso l’infinito e oltre!”- , io sono rimasta una rasoterra, una specie di modellino tascabile.)

L’ho visto incavolarsi e farmi incavolare, gioire, piangere, essere preso in giro e confidarsi con me sulle sue paranoie, sul fatto che si sente incompreso e non riesce ad attaccare bottone con nessuna, nemmeno con quella sventolona dell’altra classe, ché quellalìnonmiguarderàmai. A volte mi sta tanto sulle scatole che lo prenderei a schiaffoni, poi ha l’incredibile capacità di dire la cosa giusta al momento giusto (però avviene raramente), di farmi ridere proprio quando sono più giù. La verità è che continuo a sopportarlo solo perché è una delle pochissime persone con cui posso permettermi di essere me stessa.

E mi fanno arrabbiare tutti quelli che si permettono di giudicarlo senza sapere perché è un “po’ strano”.

Certo, a volte lo penso anche io, ma almeno lo conosco quasi più di me e glielo dico scherzando, bonariamente… per poi meritarmi la sua risposta stronzissima.

E’ un matto di cui nessuno conosce la chiave per decifrarlo (nemmeno lui).

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