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Fra un teorema sulle rette secanti e un paio di settori circolari (che per ricordare ho associato a grosse fette di torta), mi ritrovo a fissarla. Non so bene perché, ma i miei occhi hanno dei momenti di rara antipatia in cui si divertono a farmi del male. Corrono irrimediabilmente sull’immagine di Cassandra, che si fa notare già dal nome, e mi provocano una smorfia di vago disgusto.

E’ come se avessi trangugiato litri e litri di acetone.

Con quei lineamenti da girino spiaccicato. Quel corpo così magro e ossuto da sembrare innaturale, malato. Quella voce stridula da cornacchia arrabbiata. Non contenta, sapendo di averla tanto brutta, si ingegna ad usarla anche troppo spesso, specialmente se non opportuno.

Non posso dire di odiarla, perché la degnerei di troppa importanza.

Ma di certo mi sta sulle balle in una maniera indescrivibile.

All’ennesima domanda della prof, peraltro non rivolta a lei, Cassandra la Salamandra (soprannome inventato in un momento di illuminata ispirazione) ovviamente urla la risposta dal banco in fondo.

E mentre dà un senso alla sua vita impiastricciandosi il braccio con l’Uni Posca, mi viene una certa tristezza nei suoi confronti.

Sono solita immaginare cosa potrà succedere da grandi ai ragazzi che conosco. Sarebbe tutto più divertente se fosse solo un gioco.

Chissà se, finita la scuola, rivedrò mai la Salamandra. Mi piacerebbe davvero sapere se le mie previsioni si saranno avverate.