Come un giorno a Trieste può svelare ricordi e tesori

(Ah, molto presto scriverò qualche altissima critica cinematografica su Frozen perché così è deciso)

Ecco, salve, ehm, ci sono. Nonostante tutti i muri contro i quali sto sbattendo il nasino ultimamente (ma anche alcune soddisfazioni che sto vivendo, non è giusto svalutare sempre le cose belle a vantaggio della negatività) ho finalmente trovato il tempo di scaricare e mettere a posto qualche foto dalla splendida Trieste.

Allora. Ho visitato Trieste a inizio Ottobre, un po’ prima del mio compleanno e dei grandi cambiamenti che poi sarebbero seguiti. Da tanto volevo farlo, anche perché pensare alla grande atmosfera letteraria che vi si respira(va) e a quella posizione a metà fra la tradizione italiana e quella mitteleuropea, all’insieme straordinario di culture, dialetti, montagne, mare, roccia, castelli, storia, Asburgo, caffè e chiesette mi metteva euforia.

Particolarmente pericoloso per la mia salute mentale e i miei improvvisi slanci di entusiasmo storico è stato visitare il castello di Miramare. Il destino del povero Massimiliano (o Maxy, come lo chiamo io) e di Carlotta mi rende triste quasi come il ricordo della biblioteca di Alessandria. Ma ora passiamo a rovinare questi pochi appunti con le foto che ho tentato di scattare, e ricordate amici miei, passare il mouse sulle immagini non costa nulla ma dà grande soddisfazione (ad uno psicanalista)!

In rigoroso ordine “come capita”:

[All'interno del castello di Miramare è proibito fare foto e riprese, non prendetevela con me]

statua

fontana

Purtroppo ci sono note dolenti. Questi territori non sono tutti armonia mitteleuropea, affascinanti monumenti storici e nostalgie austriache. Considerato l’importante centenario che ci si appresta a “celebrare” (mai verbo mi è suonato meno appropriato), ovvero 1914 – 2014, Prima Guerra Mondiale, era d’obbligo, anche solo per cultura / esperienza personale, passare per l’imponente sacrario di Redipuglia. La zona è quella carsica fra Trieste e Gorizia. Il luogo è un immenso parco adibito a cimitero monumentale, con lapidi dalla riconoscibile estetica fascista, che però rende ancora la sensazione di un certo sgomento nel visitatore. Non solo per le targhe all’entrata, ma anche per l’inquietante ripetizione della parola “presente” sopra ai nomi dei tantissimi soldati caduti, come avveniva ogni giorno all’appello, e come è avvenuto, in un certo senso, nel momento della morte.

redipuglia presente

redipuglia lapide

trincea

Per concludere con un’immagine più leggera, ecco qui la splendida Trieste, vista da un’altura

trieste

 Spero di essere tornata abbastanza degnamente dopo la pausa di un mese abbondante. Fatemi sapere di voi, amici. Siete mai stati a Trieste? Io sono rimasta assolutamente incantata, e mi sto interessando sempre più alla storia di questi territori, anche perché ultimamente le famose questioni foibe/Irredentismo/Presa di Fiume/sloveni/minoranze etniche/Indipendentismo/esuli istriani stanno generando sempre più ampi dibattiti. Se solo si potesse condividere questi tesori e queste memorie fra tutti, custodendo le lezioni del passato e ammirando l’arte e la cornice naturale.

Ma basta con le banalità, torniamo a formare dei circoli letterari partendo da qui, sulle orme di Svevo e Joyce! Avanti, impillolati miei, date sfogo alle idee!

Parla piano e portati dietro un grosso bastone

Come diceva Roosevelt.

Quindi, carissimi impillolati lettori, vi consiglio di tenere a mente codesta massima mentre mi maledite per la mia assenza di un mese tondo tondo (perché vi manco, lo so che vi manco).

E la terrò a mente anche io. Parlo piano perché non so bene quando avrò il tempo materiale di fare un post come-la-setta-comanda. Mi porto dietro un grosso bastone per sedare le eventuali ribellioni. In ciò sarò coadiuvata da tre simpaticissimi link che vado a donarvi, in segno di riconciliazione e richiesta di perdono.

♥ Heykiddo [LINK] per leggere il mio ultimo articolo;

♥ ClammMag [LINK] di cui vi dono il link alla homepage, perché così lo vedete in generale e poi leggete il mio ultimo capolavoro a tema storico-modaiolo;

♥ Il mio account di 8tracks [LINK] cioè la novità della stagione: per poter finalmente ammirare in prima persona il mio splendido giusto in fatto di musica.

Qui è tutto: siate fiduciosi.

Membri onorari della nostra Setta: Yolande de Polignac

Prima di bruciarvi i neuroni col seguito: qualche tempo fa è uscito un mio articolo su HeyKiddo [QUI] che vi sarà utile se avete dei figli in età scolare, anzi, vi sarà utile e basta.

Un mio caro lettore (Mozart2006) mi ha gentilmente fornito un sottotitolo ulteriore al blog, ovvero La Setta dell’Ammmore. Vi dico soltanto che mai mi sarebbe potuta venire in mente una denominazione più appropriata, quindi sappiate che d’ora in avanti questo sgangherato spazio internautico sarà la base della suddetta Setta formata da me e dai miei lettori, supporter, fan, elettori, adoratori e schiavi servi della gleba aiutanti.

Ma veniamo alla composizione dettagliata del CdA:

1. IO, AL VERTICE SUPREMO. Padrona di casa e dittatrice unica, dotata dei poteri decisionali su qualsiasi cosa, condizioni atmosferiche comprese (Kim Il-Sung è solo un dilettante! E con questo ci siamo bruciati le visite nordcoreane). Quando sono triste, sul blog cade la pioggia. Se io dico che ho visto un unicorno di Swarovski, così è, e voi non oserete metterlo in dubbio.

2. I miei lettori, pazienti esseri umani che si degnano di sopportare il mio delirio sugli unicorni. I lettori verranno trattati da Sua Eccellenza Scintillante Me Stessa allo stesso democratico modo, in quanto inconsapevolmente membri della Setta. S.E.S.M.S. avrà un particolare occhio di riguardo per:

* Mozart2006 in quanto ideatore del nome e mente ingegnosa dietro a tutta la baracca (tipo Casaleggio con Grillo)

* La Ragazza con la Valigia in quanto Ragazza con la Valigia e mia sorella di madre diversa

* Tutti i blogger inseriti nella mia Sacra Blogroll, che non ho voglia di elencare di nuovo quindi andateveli a vedere voi

Le regole sono molto semplici:

I. Io ho sempre ragione

II. Il nome della Setta è utilizzabile solo da coloro che ne fanno parte, quindi tutti voi che state leggendo, ma esclusivamente ricordandosi della tripla M nella parola “Ammmore”. Qualsiasi infrazione sarà punita con mille foto di turisti nordeuropei in calzino bianco e infradito.

III. Ci sono quattro date fondamentali da ricordare: 25 ottobre, festa nazionale in quanto mio compleanno; 3 ottobre, tenetelo a mente per il prossimo anno, Giornata Universale di Mean Girls; 27 febbraio, Giornata Mondiale dell’Unicorno come suggerito da Sarinski; 25 gennaio, Giornata Internazionale della Fighissima Virginia Woolf.

IV. Ogni tanto la S.E.S.M.S. sceglie un membro onorario della Setta, che può essere un personaggio fittizio, vero, morto, vivo, bello, brutto, cattivo, buono, biondo, moro… insomma, ci siamo intesi. Per darvi un’idea della serietà di questa cosa, ecco che parto subito con la prima nomina ufficiale – chi avrà qualcosa da ridire, sarà pubblicamente definito “Persona di Cattivo Gusto”, massimo disonore (“disonore su di te, disonore sulla tua mucca…” cit.) ed infamia all’interno del nostro candido circolo – perciò diamo il benvenuto alla cara

Yolande de Polastron, duchessa de Polignac

in qualità di PR e ragazza immagine. In poche parole, lei sarà la nostra organizzatrice di feste ufficiale: con una tipetta tanto intraprendente ed effervescente, di certo non avremo tempo per annoiarci. E saremo ovviamente i più fighi membri di un circolo esclusivo nell’intera storia dei circoli esclusivi al mondo. Magari calmerà anche qualche bollente spirito nei flame delle assemblee dell’Ammmore, la sua calma imperturbabile è famosa. Intanto, propongo per tutti noi in dotazione un capellino come il suo.

Au revoir!

Peripezie di una sopravvissuta alla meravigliosa Inghilterra

Per tutta la durata del post, considero ovvio che voi passiate il mouse sulle foto, come vi dico tutte le sante volte. Prima o poi non lo scriverò più, e allora sì che saranno guai.

Vi sto scrivendo dopo l’assenza più lunga di tutta la storia del blog. E lo faccio avvolta dai fumi dell’ira, perché io sono a casa, ma la mia valigia no. Ha deciso di rimanere in Inghilterra, e io non le darei certo torto, se solo non fossi in tal modo privata di alcuni oggettini indispensabili tipo vestiti, pigiama, spazzolino da denti, LIBRI, trucchi, souvenir e regali vari. Avevo anche una maglia di Abercrombie, non so se mi spiego. Pregando che Gatwick abbia la compiacenza di rispedirmi il bagaglio a casa, o magari farlo arrivare anche solo fino in Italia, facciamo un piccolo minuto di silenzio in onore di tutte le mie cose che vagano per il Regno. Bene. Ora intermezzo fotografico, tanto per farvi capire che razza di figata sia stata questa gita. E che posti meravigliosi io abbia visto – mi sono veramente emozionata, perché prima ero stata solo a Londra, mentre stavolta ho girato praticamente tutta l’Inghilterra meridionale e ho vissuto in college, con uno staff di ragazzi che parlavano dall’inglese oxfordiano all’americano passando per l’australiano, tutti fantastici. Ma basta, sto blaterando come sempre. So che non vedete l’ora di fissare i miei rutti di fotografia fino a farvi sanguinare i bulbi oculari.

(Vi consiglio di cliccare QUI per avere l’idea)

Parigi val bene un post

Avviso: questo post avrà molte più foto del solito, e, attenzione attenzione, le foto in questione sono fatte da me. Per quanto l’arte della fotografia mi faccia sempre scintillare gli occhi, corre l’obbligo di informarvi che non sono una professionista né ho la benché minima bravura. Poi, una volta che avrete visto gli splendidi scatti a soggetto simile della RCLV, potrete dire definitivamente addio alla mia credibilità come fotografa. Ah, e mi raccomando, passate il cursore sulle immagini e… sorpresa!

Sono veramente ancora troppo emozionata per poter scrivere qualcosa di senso compiuto sulla questione. Era uno dei miei sogni da sempre. Paris. Paris. Io vi voglio bene cari lettori, se non altro perché mi sopportate, ma vi giuro che dovrete immedesimarvi con un po’ di impegno per capire il livello di esaltazione. Sono ancora qui come una lampadina a cui hanno appena attaccato la spina. Ci ho messo un po’, appena tornata, per riuscire a connettere e esprimermi con frasi coerenti e non solo con muggiti o suoni sconclusionati.

Io mi sono innamorata di questa città. Si può? Dico di sì. Sono proprio caduta amorosa, come dicono i francesi (cioè, in realtà lo dicono anche gli inglesi, ma chissenefrega, è di posti francesi che stiamo parlando). Uscivo la mattina e venivo accolta da zaffate di profumi burrosi e panosi (neologismo coniato da me che significa “di pane”), dall’aria frizzantina come se fluttuassi nel regno delle bolle più favoloso al mondo, da tanta gente intenta a farsi i fatti suoi ma in qualche modo parte di un organismo più grande, una specie di immenso coro in cui ognuno ha la sua parte; oppure persone simpaticissime che mi salutavano pur avendomi vista per la prima volta nella loro vita in quel momento. Opere d’arte e meraviglie in ogni cavolo di angolo. Non sapevo proprio dove girarmi, dalla quantità di vera bellezza che sbucava in tutti i lati: bellezza nei palazzi, bellezza nei pavimenti, nelle vetrine, nel cielo, nelle facce,… troppa bellezza. Il mio cuore traboccava come una bottiglia di Coca – Cola ben agitata e condita di aspirina.

Tanti posti che avevo visto solo in fotografia, di cui avevo letto, immaginato, sognato, erano lì davanti a me, a distanza di occhio e di tocco. Mi è uscita qualche lacrima, non mi vergogno a dirlo. Una vera, tantissime commosse dentro di me. E’ un po’ come quel giochino che fanno i bimbi piccoli, quando devono infilare le figure nei buchi con la forma giusta… ecco, mi sentivo proprio così, come una figurina che grazie al Cielo una manina ha infilato nel suo posto predestinato.

Ho definitivamente deciso che potrei vivere tranquillamente di crêpes, omelette e croque-madame, se frapposte da fettine di pizza. Poi chiedo scusa alla mitica Ladurée, prometto che continuerò a seguirti su Twitter, ma mi sono parzialmente convertita a Foucher e godo della mia eresia. Mettetemi pure al rogo, ma come ultima preghiera da esaudire vorrei una fornitura di macarons di qualsiasi gusto. Oh sì.

E non fatemi iniziare col discorso di Versailles… se ci penso mi tremano le dita, eppoi non riesco più a scrivere. Ho visto dove ha vissuto la mia Toinette. Ho visto il suo letto. Per tutta la durata della visita ero in stato di trance, ero immersa nell’ineffabile. Ho ritrovato il dono della parola solo per gridare: “Stolti! Caproni! Levatevi e fatemi fotografare i luoghi che ho amato così a lungo in silenzio!” ad ogni altro visitatore incrociasse la mia strada, tanto erano quasi tutti giapponesi e non capivano una mazza di italiano.

Ma ora l’emozione mi sta sopraffacendo. Ascoltatevi la sinfonia preferita di Marie Antoinette come ho fatto io per prepararmi psicologicamente, e lasciate parlare le (seppur mediocri) immagini.

 

Riportatemi lì, vi prego.

Il mondo perduto delle granduchesse

Mi scuso finora per la lunghezza del post.

Ci sono tante storie nella storia. Alcune insegnano o colpiscono di più delle versioni ufficiali che si trovano sui libri di scuola. Io sono rimasta estremamente affascinata da quella dell’ultima famiglia imperiale russa, della grande dinastia Romanov, e in particolare mi sono fissata tantissimo con le ultime granduchesse. Perché erano persone interessanti, erano vere, dallo sguardo fiero e con personalità per cui vorresti saperne sempre di più, vorresti sapere che cosa sarebbe successo, se il destino non avesse decretato per loro un futuro “passato” ancora prima di arrivare.

E poi, ti chiedi quale fosse la loro colpa. Cosa potranno aver mai fatto per meritarsi il massacro di Ekaterinburg, le violenze, il dolore, la segregazione? Se loro padre, lo Zar Nicola II, era una persona inadatta a governare – e all’inizio non voleva nemmeno farlo, non sapeva cosa combinassero le forze dell’ordine durante le manifestazioni popolari (anzi, non sapeva nemmeno perché ci fossero tali rivolte), se si rendeva sempre conto di tutto in tremendo ritardo, erano forse anche le granduchesse e lo sfortunato zarevic Aleksej a dover pagare? E per l’immensa timidezza (ereditata dalla nonna Vittoria) scambiata per scontrosità della loro madre Aleksandra, che col suo affidarsi a santoni tipo Rasputin e col suo rifiuto di ricercare l’approvazione popolare si fece odiare da tutta la Russia, erano loro a dover rispondere?

Forse la verità è che ci furono vari fattori a concorrere per la tragica rovina di una dinastia imperiale. Ma non sono una storica, né ho la pretesa di analizzare e scrivere saggi: mi limito ad ammirare queste quattro ragazze e il fratellino, che terminarono la loro vita rispettivamente a 22, 21, 19, 17 e 13 anni. I figli dello Zar erano strettamente uniti e affettuosi l’uno con l’altro, perché si trovavano sempre isolati nei corridoi di palazzo, senza rapporto alcuno con i coetanei né del popolo (ovviamente) né dell’aristocrazia, considerata “depravata” dalla mamma Aleksandra (“Alix”). Ma non ebbero mai la puzza sotto il naso, anzi: dormivano in brande da campo a due a due, divisi fra coppia grande (Olga e Tatiana, le maggiori), coppia piccola (Maria e Anastasia), e Aleksej da solo in quanto erede al trono. Trattavano il personale e le dame di compagnia quasi come pari, ricevevano la paghetta di due rubli a settimana, si impegnavano nel sociale e nella beneficenza, durante la prima guerra mondiale aiutarono come crocerossine negli ospedali da campo (lo zarevic aveva solo 10 anni allo scoppio del conflitto).

Lo Zarevic Aleksej

La coppia imperiale dovette provarci quattro volte prima di dare alla luce un figlio maschio, l’ erede, e quando questo accadde si scoprì che il piccolo Aleksej era emofiliaco. La madre non si diede mai pace, sapendo che era dal suo ramo familiare che la malattia era stata ereditata; i sensi di colpa la fecero rifugiare nella religione, rendendola quasi bigotta, e nel misterioso mondo di Rasputin. Lo Zarevic, dal canto suo, era un bellissimo bimbo fragile, che quando stava bene risollevava il morale di tutto il palazzo. Purtroppo morì troppo giovane per darci un’idea di come sarebbe potuto essere.

Granduchesse Olga e Tatiana

Olga, la maggiore, aveva un’inclinazione per la filosofia e il pensiero. Timida, malinconica, d’intelligenza pronta e vivace, assolutamente buona e gentile con tutti, era un vero giglio di campo. Era l’intellettuale della famiglia, se così si può dire: le piaceva fare i compiti e studiare, leggeva di nascosto i libri della madre anche prima che questa li iniziasse. Se veniva scoperta, si giustificava dicendo: “Abbi pazienza, Mamma, devo vedere se questo libro è adatto a te.” Fu la prima a rendersi conto della situazione russa al di fuori del palazzo, grazie alla stampa e alla voglia di scoprire lo stile di vita del vero popolo (aspirazione condivisa dai genitori). Preferiva Golia a Davide, se proprio volete saperlo.

Olga e Tatiana

Tatiana fu la figlia prediletta dalla madre Aleksandra, perché le due avevano parecchie affinità. Era lei che faceva da portavoce a tutti i fratelli davanti allo Zar per qualsiasi richiesta, era lei che accudiva la Zarina quando questa fu costretta su una sedia a rotelle negli ultimi anni. Ugualmente agli altri, era abituata a sentirsi chiamare per nome nella quotidianità anche dal personale di servizio, e ci rimase molto male quando la dama di compagnia si rivolse a lei, secondo etichetta, come “Sua Altezza Imperiale” durante un’occasione pubblica. Tatiana le tirò un calcio sotto la tavola sussurrandole “Sei pazza a parlarmi in questo modo?“. Le sorelle la soprannominarono “la governante” perché aveva una naturale predisposizione al comando.

Granduchessa Maria

Maria era l’angelo della famiglia. Aveva un’indole materna, e fu quella che si prese più cura del piccolo e malato Aleksej. Il padre riteneva che sarebbe divenuta un’ottima moglie e madre, ma purtroppo le sue supposizioni rimarranno indimostrabili. Era probabilmente la più carina delle sorelle, con i tipici occhioni blu dei Romanov, i capelli color miele e le guance rosate. Si comportò sempre impeccabilmente grazie alla sua natura dolce e angelica, non fu mai dispettosa, tranne quella volta che rubò qualche biscotto dal tavolino da tè della Zarina… che la volle mandare a letto senza cena. Lo Zar però si oppose, constatando: “Ho sempre avuto paura che le crescessero le ali. Sono contento di vedere che è solo una bambina normale.”

Granduchessa Anastasia

Infine c’è lei, la più famosa, la vera monella della famiglia: Anastasia. Un’attrice provetta, quando si trattava di saltare una lezione o di far impazzire i suoi tutori. Un genietto del male, che non si faceva scrupoli a sporcarsi i bianchi guanti da sera col cioccolato quando andava a teatro, che si arrampicava sugli alberi e non voleva saperne di scendere finché non le veniva ordinato dal padre (e fu l’unica a prendersi uno schiaffone proprio da lui). I suoi dispetti rasentavano il diabolico. Energica, vivace, impertinente e solare, nonostante la salute cagionevole. Affrontava la vita con un gran sorriso.

Caroline Lamb, la stalker del poeta

Sir Thomas Lawrence, ritratto di Lady Lamb

Alas, my love, you do me wrong 
To cast me off discourteously 
And I have loved you oh so long 
Delighting in your company 

Greensleeves was all my joy 
Greensleeves was my delight 
Greensleeves was my heart of gold 
And who but my lady Greensleeves

(Greensleeves)

Quando ancora non esisteva alcuna legge sullo stalking, ci si arrangiava come si poteva. C’era anche chi rispondeva componendo poesie. Fu il caso di Lord Byron, il quale un giorno trovò scritto nel risvolto di un suo libro “Remember me!” (“Ricordati di me!“), segno inequivocabile che qualcuno si era introdotto a casa sua.

Quel qualcuno era una donna, Caroline Lamb, un’apparizione pallida ed emaciata a cui gli abitini Regency, bianchi e svolazzanti, davano una certa aura lunare. Credo che dietro quell’atteggiamento imperturbabile degno di uno spirito, dietro quegli occhietti placidi e nocciola, si nascondesse un’immensa vivacità – anche a giudicare dai suoi comportamenti con il suddetto poeta.

A proposito, Byron rispose alla scritta sul libro nientemeno che con una poesia,

Remember thee! remember thee!
Till Lethe quench life’s burning stream
Remorse and shame shall cling to thee,
And haunt thee like a feverish dream!

Remember thee! Aye, doubt it not.
Thy husband too shall think of thee:
By neither shalt thou be forgot,
Thou false to him, thou fiend to me!

con la quale non si fa riconoscere proprio come un mostro di simpatia. D’altronde, dopo aver esasperato, inseguito, ossessionato e spiato una persona, il minimo che ti può succedere è di essere definita “falsa con lui (tuo marito), demonio con me“.

Sì, falsa con il marito, perché Caroline era sposata, e all’inizio stranamente andava tutto bene (nonostante il matrimonio fosse stato ovviamente combinato), poi varie circostanze in aggiunta alla nascita di un figlio con gravi problemi mentali e alla morte solo dopo un giorno della secondogenita, posero le basi per la crisi della coppia. Nel 1812, l’incontro di due anime affini, entrambe dedite alla poesia e alla letteratura, sarà l’inizio di una storia d’amore che si giocherà per larga parte in forma scritta, con corrispondenze di lettere e poesie. Il pensiero di lei influenzerà l’opera di lui e viceversa: e pensare che, appena si videro la prima volta a marzo, lei se ne uscì descrivendolo come “Mad, bad, and dangerous to know” (“Matto, cattivo e pericoloso da conoscere“).

La frase piacque tanto a George Gordon Byron, che portò a due principali conseguenze: la prima, egli volle quelle parole come epitaffio sulla tomba; la seconda, si innamorò di lei. (Quindi, un consiglio: se incontrate un ragazzo che v’interessa, ditegli quella frase in faccia ed è fatta.)

Cinque mesi di relazione bastarono per inebriarli, e lei probabilmente si sentiva il cuore frizzare tutte le volte che lui la chiamava “Caro” – non lamentatevi, certi soprannomi fra innamorati che si sentono oggi sono assai peggio. L’affair era un segreto di Pulcinella, lo sapeva praticamente tutta l’Inghilterra, marito di lei compreso. Lui guardava e taceva, ma quando la storia finì si dimostrò premuroso e portò Caroline in Irlanda per farle dimenticare (o per esiliarla?). Del resto, ormai trattava la consorte più come una conoscente che come una compagna di vita.

Da quel periodo in poi, Miss Lamb divenne ossessionata e rafforzata nella sua ossessione dalla distanza; ci fu l’episodio della scritta, ci furono le “botte e risposte” in forma letteraria fra lei e Byron, ci fu la vendetta del romanzo Glenarvon, con cui Caroline si sfogò perculando (indovinate chi?) proprio il suo ex-innamorato – in forma anonima, certo, ma come abbiamo detto si sapeva perfettamente tutto anche senza Signorini a far da gossippara.

Non so se vendicarsi con il suo romanzo l’abbia fatta sentire meglio, ad ogni modo questa storia tormentata ha influenzato incredibilmente la poesia di Byron, e anche il clima dell’Inghilterra Regency: entrambi infatti erano personaggi molto in vista, dei VIP dell’epoca – Caroline, però, era terribilmente stanca della fama.

Le ceneri di Gentile Budrioli

La città rossa, come viene chiamata  non solo per il colore dei colonnati, è teatro di aneddoti curiosi e storia poco conosciuta. Bologna: un paesone, una città che ti accoglie con i suoi profumi e con un immenso patrimonio artistico, non sempre evidente alla prima occhiata, ma che bisogna andarsi a cercare.

Sotto alle due torri, scivola come lo strascico dei vestiti rinascimentali l’amicizia di due donne profondamente legate, diverse ma accomunate dalla passione per l’esoterismo e l’indipendenza: Ginevra Sforza e Gentile Budrioli. La prima è piuttosto conosciuta: divenne moglie di due dei più importanti signori rinascimentali, Sante e Giovanni Bentivoglio, che governavano Bologna; fu una mecenate, del resto andava di moda, epperò la sua arguzia le suggeriva spesso di consigliare il marito (soprattutto il secondo, Giovanni) sulle questioni politiche più delicate. Ovviamente, l’influenza di una donna che peraltro non era nemmeno in buoni rapporti con il Papa confinante (poi vedremo perché) era davvero mal vista in città. Lascio immaginare i pettegolezzi delle Alfonse Signorini versione quattrocentesca.

Fra un ricevimento, una noiosa Messa, una congiura da sventare, cosa si poteva mai fare per passare il tempo? C’erano sempre delle carinissime pratiche di negromanzia, anch’esse di moda ma tenute segrete per non passar dei guai con l’Inquisizione, ambiente che secondo me faceva uso di malefici più degli stessi condannati. Ma passiamo alle note oggettive, ché non voglio mica influenzarvi. E’appurato che Ginevra fosse una grande fan di esoterismo, alchimia e compagnia bella – ecco perché veniva sempre monitorata da parte dell’entourage papale – : fu proprio grazie a questi interessi che venne attirata, per la sua fama di guaritrice, presso Gentile Budrioli, e il destino delle due donne rimase legato per sempre, seppur con finali diversi.

Ma chi era Gentile? Una donna mica indifferente. Con lunghi capelli biondi, che somigliavano a quelli di Ginevra, ma con un carattere più mite, un animo che rifletteva il suo stesso nome, gentile. Strano che delle due sia stata proprio la più mansueta a fare la fine di cui vi racconterò. Dicevo: una donna buona, e soprattutto di un’intelligenza scintillante, voleva dire quello che pensava e pensare senza costrizioni, voleva conoscere perché era curiosa, voleva essere se stessa, e non quello che la società le imponeva di essere. Forse troppo ingenua nel confidarsi al marito, uno dei notai più in vista di Bologna, che non sopportava l’idea di una moglie così incline alla cultura e allo studio (una donna!) da poter adombrarlo o peggio rovinare la reputazione della famiglia.

Gentile voleva ca(r)pire i segreti del mondo, e anche contro il volere del marito decise che l’unico mezzo era il ritiro al convento dei Francescani dell’amico Frate Silvestro. Io la immagino entrare nello studiolo del francescano, alle prese con alambicchi e attrezzi da erborista vari, e da lì avere l’illuminazione su cosa fare. Fu negli anni del convento che Gentile apprese i segreti della natura, delle erbe curative (sì, le nonne delle medicine), delle stelle. Una donna atipica che naturalmente attirò curiosità.

E così si sparsero le voci della dolce disponibilità della giovane donna a curare, con le sue conoscenze, i mali fisici e psicologici delle persone: capacità che dunque attirò Ginevra Sforza, e che fece da collante per la nascita di un’amicizia sincera. La signora di Bologna volle Gentile come dama di compagnia, e furono mattinate passate a passeggio, pomeriggi spesi in chiacchiere, notti all’insegna delle lezioni di “magia”. Bei tempi, che si spensero con la terribile congiura della famiglia Malvezzi bramosa di prendere il potere; tutte le sfortune dei Bentivoglio vennero imputate a Gentile, già guardata con curiosità mista a sospetto per le pratiche che sappiamo. Ginevra si vide costretta da Madame la Ragion di Stato a togliere la protezione alla sua migliore amica, lasciandola praticamente in pasto all’Inquisizione che ovviamente la vide come una stregaccia bella e buona.

Un patto con Satana, decine di rapporti con il Demonio, malefici, schifezze d’ogni genere: fidatevi, se voi foste capitati in mano ai Dominicani che combattevano la stregoneria, avreste confessato questo ed altro. Le torture, che io amo particolarmente studiare per una leggera vena sadica annidatasi nel mio cuoricino, sono molte e una più dolorosa dell’altra. E poi, se anche qualcuno avesse resistito al male, gli inquisitori avrebbero pensato che fosse lo stesso Satana ad aiutare il protetto… chi arrivava agli interrogatori ne usciva solo morto.  E così avvenne a Gentile Budrioli, al rogo perché Strega Enormissima di Bologna il 14 Luglio 1498. Le sue ceneri vennero soffiate in aria, mentre Ginevra, dall’alto delle sue stanze, guardava e piangeva.

Ma Gentile, in sogno, poco prima di morire aveva visto cinque streghe a presagirle l’infausto destino… si erano presentate, e secondo me sono proprio loro che dovremmo mettere al rogo: si chiamavano Pregiudizio, Menzogna, Ignoranza, Maldicenza e Invidia.