Quando viene Dicembre (il cervello poverello)

Gente, sono ufficialmente entrata nel clima dicembrino dell’attesa. Attesa per non so bene cosa, a dire la verità, dato che non trovo più il lato religioso di niente. Io stessa non credo più nella religione. Ma voi che mi leggete da tanto tempo, ormai mi conoscete e ne avrete le banane piene delle mie sproloquianti dissertazioni teologiche. Sarà la crescita.

Ma un nuovo periodo di GROSSE GROSSE COLLABORAZZZIONI (cit.) si apre davanti a noi: le prime collaborazioni di cui posso darvi anticipazioni sono quelle coi libri scolastici (ayeah), ché qui ogni giorno siamo sotto test. Fra un Cartesio spalmato qui, una traiettoria infilata là, ormai nella mia testa c’è un intero album degli Avalanches che va a manetta. O se preferite, citando Il Barbiere di Siviglia, “Mi par esser con la testa in un’orrida fucina, dove cresce e mai non resta delle incudini sonore l’importuno strepitar/ Alternando questo e quello pesantissimo martello fa con barbara armonia muri e volte rimbombar/ E il cervello, poverello, già stordito, sbalordito, non ragiona, si confonde, si riduce ad impazzar“.

In compenso sento un terribile bisogno di rifarmi il guardaroba. Mi sembra di vivere nell’edizione autunno/inverno della terza media. Ma fra poco avrò la mia terribile vendetta del vascheggio! (Tale vendetta ha già avuto un glorioso inizio, quando con incedere cruento -cit.- mi sono sbizzarrita a comprare qualsiasi cosa mi capitasse sottomano nel magico mondo dell’Erbolario. E ho scoperto che probabilmente finirò con lo sposare una loro linea di cosmetici, forse proprio fra quelli che fanno uscire ogni anno a Natale).

Già, il Natale. Ovviamente anche quest’anno sarò un’orrenda consumista (e già vi ho introdotto l’argomento), rinforzata dalle mie recenti convinzioni agnostico-eretico-blasfemo-miscredenti (e già vi ho introdotto l’argomento). Regali, a me! Compratemi LIBRI! Tanti, tantissimi libri! Voglio che le pagine mi sommergano e mi escano dalle narici! Voglio dormire su un letto di tomi! Voglio un marito che, come unico requisito, sia capace di montare le mensole per i miei LIBRI! Non chiedo poi tanto.

Se poi abbiate anche voglia di aggiungerci un viaggetto (sì, ancora, non bastano mai), qualche soldino, un intero guardaroba nuovo… sarebbe maleducato rifiutare. Ah, e un’altra cosa. Smanio per ricevere una bella lettera scritta a mano. Con la carta da lettere colorata a tinte pastello, un fiorellino secco, qualche goccia di profumo… e una calligrafia svolazzante alla Jane Austen. Possibilmente di molte pagine. Que saudade.

P.S. Ho pure voglia di neve. Quindi non ho tardato a metterla sul blog. Enjoy!

Consumismo is the new black

 

Venere degli stracci, Michelangelo Pistoletto, 1962

 Che poi, in realtà non avevo bisogno di quel cappottino. Voglio dire, il mio armadio starborda. Ormai mi serve un tir quando faccio il cambio di stagione. Ah, il cambio di stagione, che trauma inevitabile. E pensate che non ho nemmeno trent’anni. Figuriamoci quando arriveranno i primi fili bianchi, le rughette d’espressione, la pressione troppo alta/bassa, la menopausa. Sarà il mio spauracchio principale. Vedete, a forza di seguire le spirali del mio pensiero, finisco che perdo il filo. Il cappottino, stavo dicendo.

Era lì, fra i vestiti che pazientemente aspettavano di essere rimirati, molto particolare. Mi ammiccava, il furbone. Lo si notava prima di tutti gli altri, e lui godeva nel sentire le signor(in)e passargli davanti ed esclamare “Che cariiiino, che bel colore, che bella stoffa, come starebbe bene a mia sorella/alla Luisa/con l’ultima gonna che ti sei comprata…” (Stranamente nessuna pensava che il capo d’abbigliamento sarebbe stato bene addosso a se stessa: modestia vera, modestia falsa o colpa delle passerelle? Ai talk-show l’ardua sentenza.)

Con tutti quei complimenti, il cappottino si stava ormai montando la testa, e sarebbe pure arrossito se solo avesse avuto le guance. Caso ha voluto che io stessi passando di lì proprio in quel momento, e il pensiero del mio armadio pieno come la pancia di Pantagruel non mi ha nemmeno sfiorato quando l’ho visto. Colore tenue, in lana cotta, perché adesso arrivano i primi freddi e guarda te la combinazione mi serviva giusto giusto di questa pesantezza, e poi le maniche, vogliamo parlare delle maniche… in bellissimo velluto, Dio quanto amo il velluto, con dei fiocchetti adorabilissimerrimi ai lati. Un bijou.

Insomma, un colpo di fulmine. A questo punto serviva solo una scusa credibile per convincere i piani alti (leggi: genitori) – e anche una scusa per non sentirmi troppo in colpa. Perché ho bisogno di un cappotto?

1. Arriva l’inverno

2. Ho bisogno di qualcosa da mettere la mattina quando vado a scuola

3. Mi piace

4. Mi piace

5. Mi piace

Inspiegabilmente, ai piani alti ha fatto effetto solo la scusa numero 2: in effetti qualsiasi cosa riguardante la scuola gode di priorità speciale un po’ fra tutti i genitori, è come cliccare sul puntino esclamativo rosso quando si scrive una e-mail su Alice. Quindi, in alto i vostri cuori, adesso sarete felicissimi di sapere che ho un cappotto in più, qualche decina di euro in meno e probabilmente un’attitudine spiccata allo Shopaholism.

Fra l’altro la mia genitrice, detta amorevolmente Sergentessa Maggiore Hartman, una volta sborsata la grana mi ha lanciato un’occhiata obliqua da aquila che non finisce la preda solo perché è troppo piccola, e ha sentenziato: “Tu questo non te lo metti a scuola, ché se solo ci becco una macchia ti faccio sgurare con la lingua l’intero guardaroba”. Il che mi ha riportato subito alla mente la portata micidiale del suddetto guardaroba, e fatto sentire un po’ un’apprendista Rebecca Blomwood.

Maria Antonietta, la regina shopaholic e ancora incompresa

Una delle poche donne ad essere davvero nei libri di storia. Anche io ci sono cascata. Da quando ho saputo della sua esistenza, non ho fatto altro che considerarla poco meno di una stronzetta, viziata e con i soldi che le escono dal naso. Ho sempre pensato a lei come il simbolo della frivolezza e incomprensione dei potenti verso il popolo: caviale, champagne e amanti vari mentre la gente moriva di fame e stenti. “Se non hanno pane, che mangino brioches“. Simpaticona. In realtà questa frase non l’ha mai detta, e io l’ho scoperto tardi. Era semplicemente apparsa su una vignetta messa in giro dai propagnadisti rivoluzionari. Tanti tasselli di una propaganda, di un movimento d’odio popolare dettato dalla povertà estrema, che hanno dato di lei quell’allure che ancora adesso fatica a togliersi di dosso.

Ma procediamo con ordine. Nella corte viennese, a quei tempi, l’etichetta e il Galateo venivano ovviamente impartiti a tutti i nobili, ma senza soffocarli e reprimere le loro personalità. Tutto l’opposto di Versailles, una manica di sciupatutto ingessati da rigidissime convenzioni. E’ in quel clima spensierato che la bambina Antoine, come la chiamavano in Austria, cresce con l’amore e il compiacimento della sua istitutrice – figura sostituente della madre, troppo impegnata a governare l’Impero.

Tutta la felicità e la spensieratezza vanno a farsi benedire con la morte di suo padre, l’Imperatore… e da lì cominciano i guai. La madre, mai troppo presente coi figli, adotta il lutto a vita ed è severissima con la prole, incutendo un timore eccessivo. Poi si sposa l’ amata sorella, Maria Carolina, che Antoine non potrà più rivedere tanto come prima, provocandole una certa tristezza costante.

E qui arriva il bello: l’Imperatrice era in piena stagione “che divertimento combinare matrimoni”, e ovviamente rimase in mezzo anche Antoine. Allora. Alla mia età, 15 anni, lei era stata già promessa in sposa al Delfino (erede al trono) di Francia da un anno: ciò significa che, per salvare relazioni politiche, doveva sposarsi un tipo conosciuto solo tramite miniritratto a pastello (opportunamente modificato per nascondere i piccoli difetti). Provo ad immedesimarmi. Va bene, erano nel ‘700, ma se anche fossi nata nel 1755 come Maria Antonietta non penso che sarei stata felice di una vita già pianificata al posto mio. Pensate che, secondo la prassi, una volta arrivata in Francia la pulzella doveva lasciarsi alle spalle qualsiasi cosa avesse portato con sé dall’Austria e salutare il responsabile dei rapposti esteri francese (e quindi fautore del matrimonio combinato) con una frase del genere: “Grazie per essere stato il fautore della mia felicità“. Felicità? Un corno! Io lo avrei preso a schiaffi.

Come si dice, arriva il cambio radicale di vita. A Versailles Maria Antonietta si sposa prima per procura, ottenendo il titolo di Delfina di Francia, poi con rito religioso. Tutti si aspettano che diventi una vera francese corpo e anima, in realtà lei è divisa fra la sua origine austro-tedesca e il futuro francese. Uno dei tanti buchi neri della sua esistenza. E’ bella, adolescente, ha un’indole tutta punk e indisciplinata,  fatica a capire le imposizioni d’etichetta della reggia (almeno venti minuti per servire un bicchiere d’acqua al re, regole severe per i metri di strascico riservati alle donne a seconda del rango, corsetti soffocanti). La “cricca” – per stare in tema di attualità – composta da nobili galletti che popola la reggia vive di intrighi, pettegolezzi e divertimenti, e viene naturale prendersela con la nuova arrivata, soprannominata “l’Austriaca”. Un po’ come quando arrivi in una classe nuova in corso d’anno scolastico e non conosci nessuno.

Maria Antonietta, ovvero Madame la Delfina, è solo una ragazzina con la vitalità tipica dei suoi anni in cui non posso fare a meno di riconoscermi: la differenza è che tutti vogliono qualcosa da lei. Ci si aspetta che supporti l’alleanza franco-austriaca, che dia presto un erede maschio al regno, che sia responsabile e matura. Ma per l’amor del Cielo, è troppo giovane! Possibile che ‘sti bigotti non capiscano un tubo? Schiacciata da troppe responsabilità, da una corte che la prende in giro, dal cerimoniale, dai vestitoni ingombranti e perfino dal marito che è brutto, debole di carattere e ha una paura folle di sfiorarla. Lui soffre di un blocco psicologico per tutto ciò che riguarda il sesso, a causa dell’educazione che gli hanno riservato. Buffo che, dopo tutto il bigottismo e il perbenismo inculcato ai bambini, si aspettino di vedere due ragazzini procreare come conigli.

Ora, dopo tutte queste sfighe, ditemi voi se una non ha il diritto di concedersi qualche sfizio. Lo affermo perché ho anche io un’anima da shopaholic. Mi piace lo shopping, anche se non sono compulsiva… credo. Maria Antonietta infatti aveva un santo bisogno di svagarsi, ci dava dentro con feste, scarpe, parrucche, trucco, gioco e bevute. Si era anche scelta delle strane compagnie, tutto per dimenticare l’insoddisfazione. Fra l’altro, il matrimonio venne effettivamente consumato dopo sette anni, sette anni in cui il mormorio a Versailles cresceva (“Se stesse più con suo marito che alle feste, ora avremmo già un erede”, “Per forza che non fanno l’amore, è austriaca, in camera da letto non sarà di certo caldo” e amenità del genere).

A diciotto anni, un altro colpo sul naso. Il re Luigi XV muore di vaiolo, e i due delfini sono a tutti gli effetti i nuovi re e regina di Francia. Le responsabilità raddoppiano. I consiglieri del marito le sono ostili. Tutta la reggia, tranne i fedelissimi, condanna il suo comportamento scandaloso, che in realtà è solo uno sfogo psicologico. E’ un fiorire di pamphlet contro di lei. Mentre il re le regala il Petit Trianon, che sarebbe diventato il “piccolo” rifugio dall’etichetta di corte,  il popolo comincia a protestare (è già avvenuta la guerra della farina). In piena crisi finanziaria del regno, gli sprechi della regina dovuti alla situazione penosa non sono certo d’aiuto.

Quello che mi colpisce è che la propaganda filorivoluzionaria, che la dipinge come un frivolo demonio insensibile alle sofferenze dei sudditi, sia stata così potente da rappresentare la verisone ufficiale della Maria Antonietta che conosciamo ancora oggi. Anche dopo aver partorito finalmente i figli (la prima era una femmina, ironia della sorte, e secondo prassi il parto avvenne in pubblico – altra cosa che mi sta fortemente sulle scatole), la situazione politica non cambia. Ormai tutto è entrato in circolo come un macchinario che non si ferma più, e si può arrestare solo con l’autodistruzione.

I privilegi, le cariche regalate ai suoi amici, gli sperperi, l’ingenuità… tutti tasselli che contribuiranno allo scoppio di quella che fu la Rivoluzione Francese, che si porterà via la testa di suo marito e la sua. Il resto, come si dice, è storia.