Cose sparse su altre cose mediocri da adolescente

Caro popolo di impillolati, lo so che avrei dovuto postarvi qualcosa di deliziosamente storico oggi. Ma vogliate perdonarmi, ho sentito l’impulso di buttar fuori quello che penso in un post che non c’entra proprio una beata fava.

Per farmi perdonare, se non l’avete già letto, ecco qui il mio articolo su Constanze Weber per Clammmag (prima parte della mia personalissima trilogia, ché a me Agota Kristof fa un baffo, ché alla fine son troppo buona io, e ve li farò tutti e tre i post, tesori cari, eravate troppo indecisi per votare).

E il primo avviso l’ho dato.

Passiamo al secondo: questo post sputerà veleno. Sarà cattivo. Polemico, tanto per cambiare. Perché io sono in un periodo di transizione-barra-cacca-eccetera, perché non capisco come cavolo sto impiegando le mie giornate, perché tutto mi sembra dannatamente inutile e vorrei soltanto starmene a letto piuttosto che vedere certi vermi purissimi, perché sono circondata da mediocrità (“Intercedo per tutti i mediocri del mondo. Io ne sono il campione, e anche il Santo Patrono. Mediocri, ovunque voi siate, io vi assolvo… io vi assolvo… tutti!” – cit.): quindi ho voglia di prendermela (costruttivamente, o forse no, decidete voi) proprio con alcune cosucce di questo mondo, che secondo me sarebbe meglio se nel suddetto mondo non ci fossero.

E se qualcuno si azzarda a blaterare le solite cose sul “fare di tutta l’erba un fascio”, faccio un fascio con lui e me lo fumo. Anche se odio il fumo. Ma tant’è. Ora inizio, lo giuro.

Ecco, sono profondamente convinta che l’Italia si trovi, in questo periodo, un po’ nella mia stessa situazione – vedi un po’ più su, quando parlavo di transizione-barra-cacca. E allora che fare? Do la stessa risposta che ho dato a me stessa: ci vuole un profondo rinnovamento, soprattutto nella popolazione stessa. Da dove iniziare? Dalla cultura. Piccola proposta mia: aboliamo la falsa cultura. Aboliamo il cibo per lobotomizzati, a cui piace solo quello che piace a tutti. Volete nomi e cognomi? Io abolisco dal mio mondo Dan Brown. Io abolisco i libri di Fabio Volo (state calmi, sostenitori del suddetto, non ho mica proposto una Bebelplatz 2.0, d’altronde Volo stesso non è mica Bertold Brecht), con le sue perle di saggezza tipo “Io ti sento. Ti sento sempre, anche quando non ci sei.” o “L’amore è come la morte: non sai mai quando ti colpirà“, che farebbero impallidire Mister Ovvio. Io abolisco Allevi, apologeta di se stesso auto-mitizzatosi, un uomo che si limita a suonare il pianoforte come lo sanno suonare migliaia di musicisti in qualsiasi conservatorio, ma osannato in qualità di supergenialissimo nuovo-Beethoven-nuovo-Wagner-nuovo-mianonna. Io abolisco, e qui farò svenire metà dei lettori per la collera, anche Jovanotti! Sissignori, pure lui, in quanto da postadolescente che scrive TATATV1MDB si è riciclato come nuovo oracolo new age per ventenni “in cerca di loro stessi”, improvvisamente diventato coltissimo, e le stelle e la notte e i desideri e guardate come sono pazzerello e la donna creatura perfetta, e bla bla bla.

Questi, siore e siori, possono piacere o non piacere, e io vi dico solo il mio parere (giacché siamo nel MIO blog e non vige alcuna regola democratica, ma tanto ci siamo già abituati nella vita reale, no?). Però io trovo solo una parola per riassumere quello che esprimono ai miei occhi: mediocrità. Uno che scrive e lo fa senza alcun talento. Uno che suona senza essere speciale in alcun modo, anzi, con un personaggino più falso delle monete da tre euro portato avanti a suon di marketing. L’altro, che per una canzone sopportabile ne sforna mille banali, raggiungendo il vertice massimo della sgradevolezza quando si atteggia a originalissimo fricchettone ggggiovane.

A tutti costoro, rispondo così: K419. Non sono impazzita. Traduco, e notate bene il titolo:

Un capitolo a parte merita un certo Alessandro D’Avenia.

Lui non è mediocre, lui va trattato con più attenzione perché non voglio essere ingiusta. E’ venuto a parlare anche nella mia scuola, e in quell’occasione mi è fondamentalmente piaciuto, soprattutto perché si è trovato a dover discutere di professori proprio davanti ai suoi colleghi (coraggioso a mille). Ha un bel modo di fare, e quell’aria da mezzo hipster stile Chris Martin che ultimamente fa molto presa fra noi gggggiovani. Se vi interessa, ha anche un blog che potreste leggere per farvi un’idea. Però, sfogliando i suoi libri (fra l’altro, scritti per un target del quale sono fiera e inorridita di far parte), sono giunta ad una conclusione: bellissima filosofia di vita, come ha detto qualcuno su anobii, immagini carine, pennellate di descrizioni che fanno presa sul martoriato pubblico di (e daje!) gggiovani, ma… ma… oltre questo? Perché infarcire un romanzo di concetti che ti incantano se sentiti in una conferenza, ma ti fanno cariare tutti i denti se scritti in un contesto diverso? E poi diciamolo, lui appare come il classico prof amicone che tutti vorrebbero avere. Caro D’Avenia, glielo dico in sincerità, io la stimo umanamente (a differenza dei soggetti citati sopra) e non credo che i suoi alunni sarebbero d’accordo con me, ma la mia critica è puramente “letteraria”, dal punto di vista di una lettrice: lo stereotipo del John Keating stile L’Attimo Fuggente è veramente abusato, la pretesa di essere poetici in ogni singola parola è pesante e anche un po’inappropriata, se posso permettermi, perché primo non siamo tutti Schiller, secondo non è che in una sporta fluttuante sul mare devo per forza vederci una profonda metafora dell’inquietudine della vita nella gioventù in questi barbari tempi d’individualismo e supercazzola infinita. A volte, una sporta sminchiata sul mare è una sporta sminchiata sul mare. I suoi libri sono senza trama, direi che si possono definire un puro esercizio di stile con contorno di idee rubacchiate qua e là (le protagoniste femminili del suo primo romanzo si chiamano Beatrice e Laura, oooh, ha fatto la citazione colta!), giusto per dire ad un adolescente quello che vuole sentirsi dire. E quindi, un bravissimo professore, un oratore esperto che ti sa prendere quando parla, ma uno scrittore buono per il traget fabiovolesco/jovanottesco di cui prima. Pace e amore. Quando ce vo’ ce vo’.

Importanti figure che ti aiutano a crescere

Va bene. Devo sfogarmi, finalmente. Perché la maggior parte degli studenti viene continuamente dipinta come un branco di pecorazze nullafacenti, che odia la scuola e ci va solo per scaldare le sedie e fare filmini più dei fratelli Vanzina da immettere poi sul S. YouTube.

Non  mentirò: qualcuno è davvero così, purtroppo. Gli ammassi di cellule senza alcuna utilità al mondo esistono in ogni età della vita, però, quindi non fatevela sempre con “i soliti adolecenti stupidi e inconsapevoli che si credono padroni del mondo”. Poi, volete spiegarmi come possiamo crescere bene con certe losche figure a bazzicare fra i corridoi delle nostre scuole? Non bisogna andare per forza in grandi città tipo Roma o Milano per trovare alcuni prof pesantemente esondati nel cranio. Esistono esempi lampanti. Ci sono insegnanti davvero bravi e preziosi, ed io ne ho una (che vede il mondo in blu) ma sono più unici che rari… la maggior parte sembrano zombie alla Resident Evil versione “chi sono? Dove mi trovo?” oppure versione Anna Wintour dell’istruzione, a scelta. Ad esempio, la signorina Gnagnagnetti. Adesso vi racconto.

La suddetta signorina Gnagnagnetti insegna sempre la materia che odi. E, ovviamente, la sua vocazione divina è quella di fartela odiare ancora più profondamente: dallo stomaco al duodeno, e ancora più giù, dove non batte il sole. Ci sono un paio di signorine Gnagnagnetti in ogni scuola, se non tre. Piuttosto che entrare in classe nelle ore della “mia” Gnagnagnetti preferirei spalare feci e sputi di lama fianco a fianco con la Gregoraci (il che è tutto un dire). La suddetta professoressa è straordinaria: le volte che sorride si contano sulle dita di un monco. Figuriamoci se pensa ai ragazzi davanti a lei come persone viventi e non come numerini – va oltre alle sue possibilità. Probabilmente una delle prossime volte che la vedrò le si sviterà un orecchio e finalmente si scoprirà la verità: è un robot e la minima emozione le manda in tilt i circuiti. Sono sicura che è proprio così, ma nessuno osa chiederglielo. Guai.

Vogliamo parlare della sua vivacità da attinia morta? Bene. Qualche tempo fa è entrata in classe in mantellina da bisnonna, crocchia alta e occhialini neri in punta di naso, tanto per acquistare quei trent’anni in più che le mancavano. Sembrava la signorina Rottermeier, le mancava solo la classica esclamazione “Misericordia!”. Peccato che nella mia classe nessuno si chiami Adelaide, ci sarebbe stato benissimo. Ecco, sappiate che le sue lezioni sono e saranno sempre un modo come un altro per passare il tempo, perché evidentemente non sa cosa farsene dei giorni della sua noiosa vita. Potrebbe darsi al giardinaggio, all’ippica, agli origami, a qualsiasi altra cosa invece di rovinare generazioni di studenti inculcando che basta essere deficienti come lei per insegnare, ma probabilmente non ha nessun talento oltre a quello di consumare ossigeno che potrebbe servire ad altri esseri viventi (dote mica da buttare, neh). Infatti, a sostegno della mia tesi, la Gnagnagnetti è perennemente stanca. E’ stanca perché odia il suo lavoro. Odia dover “spiegare” nozioni che secondo lei tutti i ragazzi dovrebbero già sapere (infatti andiamo a scuola per disegnare i pois alle coccinelle, non lo sapevate?). Passa le sei orette dentro i muri della scuola come un pesce rosso mezzo svenuto passa per le acque della sua boccia. Indifferente. Poi arriva l’una e dieci. Suona la campanella. Patapam! Ecco che riprende vita. D’un colpo. La palla pazza che strumpallazza. Non la si tiene. Manda via i ragazzi come i contadini mandano a letto le galline, è ora di andarsene a casa, finalmente potrà finire di dipingere -o meglio, imbrattare – le sue amate bave di lumaca sperando che il gatto (diventato ormai schizofrenico) non le abbia sporcate con tracce di pelo.

Evviva.

Ecco, con minime varianti, le varie signorine Gnagnagnetti sono così. Sono molte, sono troppe.

Teniamoci stretti i prof che valgono, non importa se vedono il mondo blu o verde, basta che ci siano, saranno la nostra salvezza.

Provocazione o speculazione?

Nel nuovo numero di Max,  in uscita domani, potrete ammirare la foto che vedete qui sopra. No, gli occhi non vi ingannano… è proprio Roberto Saviano, lo scrittore di Gomorra, steso sul lettino di un obitorio con ferretti, tubicini e perfino il cartellino come nelle migliori puntate di CSI – Crime Scene Investigation. 

Ma tranquilli, è solo un fotomontaggio.

Se devo essere sincera, non ho ancora capito bene fino a che punto ci sia una buona intenzione e fino a che punto solo voglia di lucrare sulla vita altrui. Fra l’altro, nessuno aveva chiesto il permesso allo scrittore stesso… e qui mi immagino Saviano, nella sua situazione assai pericolosa, che si ritrova per caso su una foto vedendosi “morto”. Insomma, se non è da attacco di cuore poco ci manca.

Nell’articolo dicono che “non ce l’abbiamo fatta più di sentir gente attaccare Saviano. La goccia che ha fatto traboccare il vaso son state le dichiarazioni di Marco Borriello. A quel punto ci siamo detti basta”.

Vabbè, magari le intenzioni giuste c’erano, ma sembra che qualcuno debba fare una bella immersione in quella cosina chiamata “buon gusto”. Infatti lo scrittore ha dichiarato all’Ansa: “E’un’immagine utilizzata per speculare cinicamente sulla condizione di chi come me in Italia e all’estero vive protetto. Un’immagine profondamente irrispettosa per tutti coloro che per diversi motivi, spesso lontano dai riflettori, rischiano la vita.”

Peccato che nel sito del Giornale, dove è stato pubblicato un articolo a riguardo, e nella pagina Facebook, molti lettori abbiano lasciato commenti di questo tipo (screenshots di Nonleggerlo e di Il Nichilista):

Roba del tipo “magari fosse vera”, insomma. Tipici commenti da tipici lettori del tipico giornale, pardon, “Giornale” con la maiuscola. Per un po’ a nessuno della redazione è venuto in mente di cancellarli, salvo poi accorgersi del pasticcio e rimediare così (screenshot di Nonleggerlo):

Non so voi, ma il banner in altro a destra che urla “Basta Scuse” mi sembra qualcosa di altamente ironico.

Cercasi teologo disperatamente (va bene anche uno psicanalista)

Avviso ai naviganti: questo post sarà lungo, noioso e probabilmente poco interessante. Si parlerà di disquisizioni teologiche che solo una matta ed inesperta 15enne come me, alle 10 di mattina,  può concepire. Per la vostra incolumità mentale, forse fareste meglio a chiudere questa pagina. Io vi ho avvertito.

Premessa d’obbligo: nel mio paesino abbastanza narrow-minded,  ben lontano dall’apertura culturale delle grandi città (forse per colpa dell’afa in estate e della nebbia in inverno), l’educazione alla religione cattolica è fondamentale. E’ praticamente parallela all’educazione scolastica: una macchina perfettamente (o quasi) organizzata, che ti accalappia dai 5 anni in su e alla quale non puoi sfuggire, come con le lettere di arruolamento per l’esercito in tempo di guerra. Se solo si sgarra un attimo, si viene additati come “disertori”.

Ovviamente tutto questo non ha risparmiato nemmeno la sottoscritta. Ogni domenica, dopo la Santissima Messa delle 10, cartellina alla mano e tutti in canonica per la mezz’ora di Catechismo settimanale, sognando i tortellini che dalla fame vedevo dappertutto. E poi i traguardi massimi: i Sacramenti. Prima la Comunione, poi ovviamente la Cresima. E’ un po’ come quando sei malato e ti fanno ingurgitare tutto d’un fiato il cucchiaione di antibiotico, che neanche te ne accorgi sul momento (poi cominci a sentirti in bocca il saporaccio).

Mi ricordo ancora la Prima Comunione. Estate torrida come non se ne vedevano da secoli. E noi, invece del bikini e una bella bibita ghiacciata, dobbiamo presentarci abbigliate come candidi sacchi per le patate, in palandrana bianca, crocifisso al collo e fiorellini nei capelli. Tutto per quel momentino lì, davanti al prete con l’Ostia in mano; senza contare il pranzo di quattordicimila portate, i cambi d’abito, i soldi, le bomboniere etc. etc.

La Cresima ve la risparmio, è stata una cosa molto simile con la variante del crocifisso disegnato sulla fronte invece dell’Ostia (che non chiamo in altri modi perché Internet è pubblico).

Allora era tutto una specie di gioco. Come fanno i bambini a capire quello a cui vanno incontro? Il modo in cui sono segnati per sempre? E perché quasi sempre i bambini vengono battezzati appena nati, quando non sanno minimamente cosa sta succedendo? Non è un po’ come fregarli, dato che poi si passa tutta la loro infanzia a spiegar loro che quello che è stato fatto è buono e giusto? Per esempio, se non mi avessero mai battezzato da piccola e me lo venissero a proporre adesso, a 15 anni, potrei riflettere bene sulle conseguenze che ciò comporterebbe… magari direi di no, magari di sì, chi lo sa. (E solo dicendo questo basterebbe per non essere più una fedele… devo aspettarmi una scomunica da Ratzi?)

Di certo sarei più consapevole di una piccola neonata che pensa di farsi un bagnetto come tanti.

Ma passiamo alla mia visione attuale delle cose. Secondo me è molto importante distinguere Religione e Chiesa. La Religione è la risposta che l’uomo si dà per le grandi domande della vita, e questa risposta può essere un modo diverso per arrivare ad uno stesso obiettivo. E fino a qui va bene.

Parlando del Cristianesimo in particolare, ammiro la figura di Gesù di Nazaret perché era un vero rompiballe. No, non prendetemi per blasfema (anche se dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato), rompiballe nel senso che andava contro il sistema, era scomodo, sovvertiva l’ordine ingiusto delle cose, poneva tutti, uomini e donne, grandi e bambini, su un piano di uguaglianza – per questo l’hanno ammazzato. Era coraggioso, questo sì. Ma alla fine, era un profeta (infatti così è visto da altre religioni), un semidio o un Dio? Se fosse stato davvero un profeta, cosa avrebbe avuto più di tanti altri profeti che sono vissuti? Anche loro magari avrebbero avuto messaggi importanti e belli. Però, a questo punto non si ridurrebbe una Religione ad una filosofia? E qui si apre un altro dubbio: come si distingue una Religione da una filosofia di vita?

Continuiamo. La mia polemica riguarda la Chiesa, che come ho detto non è la Religione. La Chiesa è fatta di uomini, non di divinità, e in quanto tale è fallibile. Ma allora, se i preti sono umani quanto me, che diritto hanno di interpretare le Sacre Scritture al posto mio, magari facendomi capire solo quello che vogliono loro? Nel Cattolicesimo protestante, ad esempio, i pastori non interpretano le Sacre Scitture ma si limitano a guidare le preghiere. Per non parlare di tutti i problemi che la Chiesa e il Vaticano hanno creato all’Italia in tutta la sua storia, strumentalizzando il messaggio di Cristo pe piegarlo ai suoi sporchi comodi… pensate che fra i santi ci sono anche degli assassini (vedi San Cirillo nella storia di Ipazia). Il video qui sotto spiega molte cose:

E ora trovatemi un bravo teologo che risponda alle mie domande. O, se preferite, uno psicanalista.

 

Sempre più avanti

Alla fine, non c’è ragione di disprezzare tanto l’Italia e le schifezze che lì succedono.

D’altronde, si sa che noi siamo sempre più avanti degli altri – siamo l’unico paese al mondo ad avere due inni nazionali!

Chissà quale suoneranno ai Mondiali… a questo punto, propongo direttamente “Malafemmena” di Totò.

Guardate cosa siamo diventati… l’ultimo ballo del Titanic

Italiani, siete un branco d’idioti.

Ve lo dico così, senza problemi, ovviamente con le dovute eccezioni che confermano la regola.

Guardate il frutto della vostra stupidità. Guardate come state riducendo il Paese e rendetevi conto del furto che state compiendo – state rubando il futuro ai vostri figli, che saranno costretti a diventare adulti in un tale letamaio.

Eppure siete sempre stati così: un popolo senza gli attributi, tranne in pochissimi episodi che infatti ora si sta cercando di censurare o manipolare (vedi la Resistenza). C’è voluto anche Manzoni per chiedervi di avere più palle. 

Volete sempre, povere capre, che qualcuno pensi per voi. Non riuscite a farcela da soli, e si vede. Avete sempre questa latente nostalgia, in fondo in fondo, di un capo carismatico che faccia tutto da solo – prima c’era un certo Duce, ora ce n’è un altro che però è solo un Ducetto. Non siete fatti per la democrazia. Siete fatti per essere comandati a bacchetta, anche con regole ingiuste, per poi lamentarvi e provare questo masochistico piacere nel lagnarvi senza mai voler cambiare nulla. Stupidi.

Poco importa se c’è la mafia, se all’estero siete visti come la barzelletta d’Europa, se la parità fra i sessi esiste solo sulla carta, se i vostri dati economici sono pericolosamente vicini alla Grecia ma non ve lo dicono (tanto che si organizzano perfino scommesse su quando fallirete), se l’informazione è talmente censurata che le notizie più importanti del tg1 riguardano il ritorno delle meduse quadrate, se la scuola pubblica cade a pezzi in tutti i sensi e se i ragazzi devono emigrare all’estero come agli inizi del ‘900.

Basta che non vi tocchino Grande Fratello, calcio, una birra in divano davanti alla tv e come dice Santoro “santi, carabinieri e puttane“, ed ecco che siete tranquilli.

Vi fate prendere per il culo in una maniera allucinante, ma la cosa più incredibile è che lo sapete, e ne siete quasi contenti. Anzi, togliamo il quasi. Avete dato il potere ad un omino le cui caratteristiche principali sono mediocrità, amoralità, maschilismo, arroganza e delirio d’onnipotenza, un fuorilegge amico di altri fuorilegge da cui alcune menti libere avevano tentato di mettervi in guardia, ma voi no, avete preferito non sentire, non vedere, non parlare come le tre scimmiette.

Voi non vi rendete conto. Non capite che qui non siamo su Second Life, non stiamo giocando ai Sims e tantomeno non viviamo in una puntata de “La pupa e il secchione”. Questa è la realtà, signori. E nella realtà, mentre l’Italia affoga nella merda dei problemi sia internazionali che nazionali, chi dovrebbe salvarci pensa solo a salvare il regale fondoschiena, mentre la sua orchestrina di yes men intona la sinfonia per l’ultimo, sfarzoso ballo sulla nave che affonda.

Se qualcuno vi fa notare che agli altri Paesi fate pena, rispondete che “tutto il mondo è paese e anche loro non saranno perfetti”, ma se qualcuno critica un certo Paese dite che “è sbagliato generalizzare”.  Decidetevi.

Voi italiani avete accettato Tangentopoli (seppur con un certo lancio di monetine ormai irripetibile, sussulto di dignità che l’anno dopo se l’è ripresa nel deretano), Calciopoli, Vallettopoli, Puttanopoli, e chi più ne ha più ne metta: quanti “scandali” – che non scandalizzano più – dovranno ancora avvenire prima che apriate i vostri occhi obnubilati dal teatrino della tv? Quando vi accorgerete che nel “moderno e civile” 2010 siete governati a panem (che ormai scarseggia) et circenses (di pessima qualità)?

Mentre state lì ad osannare la proiezione dei vostri peggiori difetti fatta uomo, che vi salva dai comunisti brutti e cattivi che fanno i complotti, non realizzate quanto penosi, rincitrulliti e, diciamolo, coglioni siete.

La cosa più brutta, però, è che le spese di tutto questo schifo le faremo noi giovani, quelli che si dovranno affacciare alla vita e invece del futuro vedranno un deserto.

E a quel punto cosa faremo, oltre a stramaledirvi?

Ma voi, intanto, mandate pure un sms per salvare dalla nomination la vostra puttanella preferita in tv.

Quando i Mondiali non sono sport, ma politica

Premettiamo che odio il calcio. Qui da noi è quasi una religione, ma fosse per me le partite si vedrebbero al massimo in tv (dato che gli itagliani – scritto così apposta – non sanno più fare a meno del piccolo schermo), e addio agli stadi. Inoltre non capisco perché dietro a quegli undici ometti che “corrono” dietro un pallone debbano girare fiumi di soldi che nemmeno al Deposito di Zio Paperone. E non venitemi a dire che i calciatori non sono troppo pagati (è assai comico il vedere gente che si indigna per quegli stipendi da Champagne e ostriche, poi in camera sua costruisce il santuario dedicato al bomber del giorno).  

I Mondiali mi piacerebbero anche, in teoria, se solo in Italia non servissero anche per ipnotizzare il popolo e nel frattempo approvare qualche disegnino di legge.

Pensate che anche mister Legge Porcellum, ovvero Calderoli, si è preoccupato dei Mondiali a ritmo di waka waka, e infatti ha  chiesto sacrifici anche dal mondo calcistico dato il periodo di crisi. Detto da un italiano (anzi, scusate, da un padano) a degli italiani è un po’ come chiedere ad un cane maschio di non alzare la zampa quando fa pipì.

La proposta, in fondo in fondo, poteva sembrare decente… tenendo conto che al Governo possono agire su una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi, stabilente gli incentivi per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate, e che fra gli impianti che prendono gli incentivi ci sono molte raffinerie di proprietà di petrolieri che possiedono anche società calcistiche.

Ma in tutto questo ambaradan di dichiarazioni, sparate, uscite o come volete chiamarle, fra le varie frasi di Kalderol è rimasta impressa solo la sua frecciata all’Inter, che da lui è infatti stata definita “una società che vince il titolo senza italiani“, “Non è italiano neppure l’allenatore. Come possiamo considerarla una società italiana?“.

E a questo punto, come avrete già immaginato, via alle polemiche. Perché se parli di legge bavaglio, censura, casta, processi, etc. ti ascoltano in pochi, ma quando tocchi il calcio ad un italiano, che faccia il pizzaiolo, il professore o il ministro della Difesa è sempre uguale – un casotto.

Fra l’altro La Russa è interista. 

E io in tutto questo parapiglia non ho ancora capito chi si abbassa lo stipendio.