Parigi val bene un post

Avviso: questo post avrà molte più foto del solito, e, attenzione attenzione, le foto in questione sono fatte da me. Per quanto l’arte della fotografia mi faccia sempre scintillare gli occhi, corre l’obbligo di informarvi che non sono una professionista né ho la benché minima bravura. Poi, una volta che avrete visto gli splendidi scatti a soggetto simile della RCLV, potrete dire definitivamente addio alla mia credibilità come fotografa. Ah, e mi raccomando, passate il cursore sulle immagini e… sorpresa!

Sono veramente ancora troppo emozionata per poter scrivere qualcosa di senso compiuto sulla questione. Era uno dei miei sogni da sempre. Paris. Paris. Io vi voglio bene cari lettori, se non altro perché mi sopportate, ma vi giuro che dovrete immedesimarvi con un po’ di impegno per capire il livello di esaltazione. Sono ancora qui come una lampadina a cui hanno appena attaccato la spina. Ci ho messo un po’, appena tornata, per riuscire a connettere e esprimermi con frasi coerenti e non solo con muggiti o suoni sconclusionati.

Io mi sono innamorata di questa città. Si può? Dico di sì. Sono proprio caduta amorosa, come dicono i francesi (cioè, in realtà lo dicono anche gli inglesi, ma chissenefrega, è di posti francesi che stiamo parlando). Uscivo la mattina e venivo accolta da zaffate di profumi burrosi e panosi (neologismo coniato da me che significa “di pane”), dall’aria frizzantina come se fluttuassi nel regno delle bolle più favoloso al mondo, da tanta gente intenta a farsi i fatti suoi ma in qualche modo parte di un organismo più grande, una specie di immenso coro in cui ognuno ha la sua parte; oppure persone simpaticissime che mi salutavano pur avendomi vista per la prima volta nella loro vita in quel momento. Opere d’arte e meraviglie in ogni cavolo di angolo. Non sapevo proprio dove girarmi, dalla quantità di vera bellezza che sbucava in tutti i lati: bellezza nei palazzi, bellezza nei pavimenti, nelle vetrine, nel cielo, nelle facce,… troppa bellezza. Il mio cuore traboccava come una bottiglia di Coca – Cola ben agitata e condita di aspirina.

Tanti posti che avevo visto solo in fotografia, di cui avevo letto, immaginato, sognato, erano lì davanti a me, a distanza di occhio e di tocco. Mi è uscita qualche lacrima, non mi vergogno a dirlo. Una vera, tantissime commosse dentro di me. E’ un po’ come quel giochino che fanno i bimbi piccoli, quando devono infilare le figure nei buchi con la forma giusta… ecco, mi sentivo proprio così, come una figurina che grazie al Cielo una manina ha infilato nel suo posto predestinato.

Ho definitivamente deciso che potrei vivere tranquillamente di crêpes, omelette e croque-madame, se frapposte da fettine di pizza. Poi chiedo scusa alla mitica Ladurée, prometto che continuerò a seguirti su Twitter, ma mi sono parzialmente convertita a Foucher e godo della mia eresia. Mettetemi pure al rogo, ma come ultima preghiera da esaudire vorrei una fornitura di macarons di qualsiasi gusto. Oh sì.

E non fatemi iniziare col discorso di Versailles… se ci penso mi tremano le dita, eppoi non riesco più a scrivere. Ho visto dove ha vissuto la mia Toinette. Ho visto il suo letto. Per tutta la durata della visita ero in stato di trance, ero immersa nell’ineffabile. Ho ritrovato il dono della parola solo per gridare: “Stolti! Caproni! Levatevi e fatemi fotografare i luoghi che ho amato così a lungo in silenzio!” ad ogni altro visitatore incrociasse la mia strada, tanto erano quasi tutti giapponesi e non capivano una mazza di italiano.

Ma ora l’emozione mi sta sopraffacendo. Ascoltatevi la sinfonia preferita di Marie Antoinette come ho fatto io per prepararmi psicologicamente, e lasciate parlare le (seppur mediocri) immagini.

 

Riportatemi lì, vi prego.

Maison Gattinoni, tanta bellezza in un colpo solo, da svenimento!

Audrey Hepburn interpreta Natasha in “Guerra e Pace”, vestito della maison Gattinoni

“Può essere che i miei abiti sembrino troppo semplici per una sfilata, ma proprio per questa loro semplicità rimangono attuali nel tempo. Un vestito non è chic se la gente si volta a guardarlo. Deve passare inosservato, e soltanto dopo tre volte che è stato visto, colpire. La prima dovranno pensare ‘è carino’, la seconda ‘è veramente carino’, la terza ‘che meraviglia!’”

- Fernanda Gattinoni

Passando per Modena, ho avuto occasione di visitare la mostra “Fernanda Gattinoni: moda e stelle ai tempi della Hollywood sul tevere“. Mi capita spesso di gironzolare per vari posti ed imbattermi in esposizioni o ritrovi particolari, ma vi giuro, in questo caso sono rimasta tanto colpita da sentire il bisogno impellente di condividere tutto quello che ho visto/letto/ammirato/sentito.  Sono entrata, ho spalancato la bocca dallo stupore e non l’ho più richiusa per tutto il tempo (cosa ben rara, dato che di solito è sempre impegnata a berciare). Una volta uscita, invece, ero capace di pronunciare solo le parole “meraviglioso”, “splendido” e “divino” in loop.

Premetto che stiamo parlando di una donna, Fernanda Gattinoni, che si è fatta le ossa da Londra (interpretandone le linee pulite e semplici) a Parigi (importandone l’eleganza), ha avuto il coraggio di rifiutare una collaborazione con Coco Chanel in persona, ha lavorato per la sartoria che riforniva la casa reale dei Savoia, e ha vestito praticamente tutte le dive del cinema novecentesco. Qualche nome? Audrey Hepburn, che per lei fece un’eccezione e rinunciò momentaneamente al sempiterno Givenchy, Anna Magnani, Kim Novak, Ingrid Bergman, Lana Turner, Anita Ekberg, Milly Vitale, Liz Taylor, Lucia Bosé, Marlene Dietrich,  Gina Lollobrigida, Ava Gardner… Poi le ambasciatrici americane in Italia, la sorella dello scià di Persia. E pensare che tutto iniziò con un paltò verde per Clara Calamai, attrice del periodo dei telefoni bianchi

Ma passiamo alla mostra, un concentrato di sublime a livelli inimmaginabili. L’essenza dell’eleganza, mi verrebbe da dire. Rende molto l’idea del clima da Dolce Vita che si avvertiva a Cinecittà dalla seconda metà degli anni ’50 ai primi anni ’60. Non c’è un vero e proprio pezzo forte, perché tutti gli abiti sono delle vere opere d’arte, usati nel cinema o no.

Partiamo dall’angolino che mi ha emozionata di più, ovvero quello di Audrey Hepburn e il suo guardaroba in Guerra e Pace. Non potevo veramente crederci, quelli erano i suoi abiti, lei è stata lì dentro, fasciata in un velo impalpabile di organza bianca e strass applicati con precisione maniacale, o in un vestitino nero semplicissimo, o ancora in deliziosi abiti d’ispirazione quasi infantile, ricamati a cavallini e zucchero filato usando velluto blu, cristallo e passamaneria… stava per scendermi una lacrimuccia di commozione a vederli dal vivo…

Fra l’altro, la Gattinoni aveva sempre avuto uno splendido rapporto con le sue clienti per cui creava abiti esclusivi (spesso mai riprodotti, di cui esistono infatti copie uniche)… per Audrey preparava spremute d’arancia in modo da sostenerla durante le spossanti prove dei costumi. La stilista la considerava un po’ “perfettina”, ma si vollero sempre bene.

To Fernanda Gattinoni, my sincere thanks and warmest wishes - Audrey Ferrer

Fernanda e Anna Magnani furono amiche intime, e l’attrice si affidò a lei per la sua ossessione per le petites robes noires. Ce ne sono in un bel numero da ammirare, che siano in jersey, raso od organza, e alcuni sono stati usati anche per il cinema. A proposito del loro rapporto, Fernanda raccontò: “Era venuta per farsi confezionare un abito per il Capodanno. L’abito, naturalmente, era pronto da tempo, ma lei non era venuta a ritirarlo. Allora abitavo sopra l’atelier di Via Marche. Era quasi mezzanotte ormai e sentii degli schiamazzi dalla strada. Anna aveva cominciato ad urlare: ‘A Fernà me manni giù er vestito?’”.

Anche l’affascinante Kim Novak si fece vestire da Gattinoni, mettendo in risalto le forti spalle con lunghi abiti dalla linea a sirena e scollo all’americana, in raso e pizzo macramé.

Fernanda faceva anche da mediatrice fra Ingrid Bergman e il marito Roberto Rossellini quando i due litigavano; nel frattempo Ingrid metteva gli occhi su vestiti drappeggiati, con un’allure da dea, corpetti lavorati a canestro e preziosissimi dettagli in swarowsky. Anche in questo caso, i capi esposti sono sia privati sia da set cinematografici.

Poi troviamo le scelte della capricciosa ed irrequieta Lana Turner, fra cui figurano veri e propri capolavori di sartoria, giochi di colori contrastanti e tessuti raffinati come la seta, pizzo chantilly, innumerevoli strati di tulle, drappeggi vaporosi a canestro… attenzione ai corpetti, vero punto forte!

L'atelier

Consiglio veramente questa mostra, se ancora non lo abbiate capito. Cioè, dai, si vede o no che ho ancora gli occhi luccicanti? Poi non ho mai messo così tante immagini in un post.

Per informazioni sulla mostra, click QUI (sito ufficiale). Le foto non sono di mia proprietà, ma degli autori.

I’m the spirit of my hair

Certa gente sa sistemarsi i capelli. Certa gente dice alla propria chioma di andare da qualche parte, e quella ci va. Incredibile. I capelli sono qualcosa di importantissimo e imprescindibile: dicono un sacco di cose. Per questo considero altamente fortunate le persone di cui sopra, quelle che dominano la loro testa, non quelle che ne sono dominate come me.

I miei capelli sono quanto di più indefinito possa esistere al mondo. A volte mi sembra quasi che non abbiano personalità, né corti né lunghi, né mossi né lisci, né ricci né piatti… altre volte invece mi pare ne abbiano anche troppa, tanto che decidono loro al posto mio: vanno dove vogliono. E senza una minima logica.

Non posso nemmeno permettermi di studiare delle contromosse, per dire, perché non è che prendano lo scapellamento a destra (cit.) se io li spazzolo a sinistra e viceversa, comportamento che implicherebbe comunque una certa coerenza e prevedibilità. No. Loro sono imprevedibili e anche un po’ stronzetti. Un giorno vanno all’insù, l’altro in giù, di qua o di là, metà da una parte e metà dall’altra, col ciuffo basso o spalmato a banana sulla testa, eccetera eccetera.

Allora m’incavolo. Mi girano le ciribiricoccole e comincio a lambiccarmi sulle varie soluzioni. Mi vengono in mente migliaia di acconciature splendiderrrrrime per tenere alla bada il tutto, con laccetti, farfalline, fiorellini che metterebbero in difficoltà pure il mitico Léonard di Versailles. Sogno di poter finalmente trovare un taglio che mi stia bene, che mi dia quell’essenza vintàg, sciccosa, setosa, splendidosa.

 

Poi mi scontro con la dura realtà, e cioè che io sul cranio ho una tana di lontre di fiume, un plaid autunnale color castagna, a volte addirittura una secchiata di lumache. Così entro nel periodo “adesso me li faccio crescere, si allungano e vengono i boccoli (seeeee, HA-HA-HA-HA, al massimo saranno linguette di sterpaglia), così poi raggiungerò l’obiettivo massimo dopo il quale c’è solo il Nirvana: farmi una treccia come il Cielo comanda.” Non so voi, ma la romantica semplicità di una treccia è qualcosa che mi fa impazzire. Ebbene, in questo periodo ci sono anche adesso (si ripresenta ciclicamente), sto raggiungendo dei risultati piuttosto soddisfacenti, pensate che l’altro giorno sono addirittura arrivata a quattro (quattro!!!) arrotolamenti di treccia alla francese. Poi l’ultimo tratto delle ciocche faceva un ricciolino all’insù che sembrava il becco di un’avocetta.

Comunque so già che poi, arrivati ad una certa lunghezza, anche questi capelli mi stancheranno e mi piomberanno sugli occhi: così io mi incavolerò ancora, correrò dal parrucchiere disattendendo ai miei buoni propositi di non metterci più piede, mi delizierò di articoli giornaleschi tipo “Scopri se sei pagata quanto vali” (se il parrucchiere è avanti e ha Glamour) o le ultime trovate di Signorina (se è uno sfighè con i giornaletti trash). Il suddetto hair-stylist, come dice chi parla bene, mi costerà venti occhi della testa e il deturpamento semi-eterno del viso. A quel punto però i capelli saranno troppo corti, io m’incavolerò di nuovo, li lascerò crescere un’altra volta ma mi pioveranno sempre sugli occhi, quindi tornerò dal parrucchiere e inorridirò, e…..

Per un pugno di centimetri

 La follia della donna 
quel bisogno di scarpe 
che non vuole sentire ragioni 
cosa sono i milioni 
quando in cambio ti danno le scarpe?

(Elio e le Storie Tese – La Follia della Donna)

Tempo di alleggerire il patrimonio familiare, ovvero di fare shopping con la mia scarcagnata Banda del Buco (d’ora in poi BDB). Una delle autorevoli esponenti se ne esce che ha bisogno di un paio di scarpe, il che equivale all’emanazione di una condanna a morte, perché ci costringe ad entrare nel Negozio della Dannazione. Nei Negozi della Dannazione hanno un modo speciale di mettere le scarpe, sarà la luce, ma sembrano tante piccole veneri di Giorgione addormentate, aspettano solo una fagiana dal portafogli gonfio per svegliarle.

Ed è proprio lì che vedo l’emblematico oggetto, fonte di tanto cogitare. Un paio di decolletées così nere, così lucide, così eleganti ed infiocchettate… non posso fare a meno di fiondarmici come un orso sul miele. E arrivo alla conclusione che è un’ingiustizia! Se può indossare le decolletées Ela Weber, una stangona alta come l’Empire State Building, non vedo perché non posso io, che al cinema potrei facilmente passare come un’ 11enne e pagare il biglietto ridotto (sono troppo, troppo onesta per farlo). E’ facile: compro un paio di taccazzi, magari non proprio il 12, ma che almeno mi diano un’altezza da cui poter esser vista anche dagli esseri umani, e non solo dai basset hound. Ci cammino un po’in giro, ci faccio l’abitudine, non sarà mica sta gran cosa, poi non devo indossarle sempre, solo nelle grandi occasioni… voglio dire, c’è anche gente che ci balla, la Germanotta ne mette dei modelli armadillati e swaroskati che farebbero impallidire il presidente dell’Associazione Universale Feticisti (ti adoro sempre, mister Alexander McQueen, RIP RIP RIPpissimo!), e io devo rimanere qui a guardare le 13enni pornobimbe che fanno le tacchettine (cit. Il Diavolo veste Prada) tactactac in giro per il mondo? Ma non scherziamo.

Il ragionamento in teoria non fa una piega, anche se sinceramente mi sento parecchio a disagio. Mollare le sempiterne ballerine, così rassicuranti, vintage e tenere, ma ormai talmente sfondate che potrebbero essere usate come scialuppe di salvataggio per il Titanic. Mollare le leggendarie Converse, simbolo di un’età, che ormai hanno la scritta dietro somigliante all’insegna di un bar di periferia degli anni ’20 chiuso da otto generazioni e lasciato marcire, il bianco della punta è diventato maròn quaglia, e poi io in estate i calzini li mando volentieri a quel paese perché non sono appassionata di pesca, perciò non ho bisogno di fabbricarmi i vermi. E mollare le comode gladiators da peplum remake di Ben Hur, che staranno bene coi miniabiti, ma lasciatemelo dire, sotto i jeans (magari attillati) hanno l’effetto di un rutto di cervo. Sì. Sia resa gloria ai tacchi. Alla fine tutto scorre, anche il tipo di scarpe…magari tirare in ballo zio Eraclito per giustificare la mia voglia di tacchi è un filino esagerato, ma la colpa principale è da attribuirsi al seguente dialogo edificante con un’altra membra onoraria della BDB…

LadyLindy: “Quasi quasi mi compro il primo paio di tacchi…”

Membra: “Ma sei sicura…? Ci sai camminare sopra?”

LadyLindy: “No, ma devo imparare! Non potrò mai fare la hostess senza! Hai mai visto una hostess camminare sulle babbucce FlyFlot?”

Membra: “Tu non hai mai voluto fare la hostess.”

LadyLindy: “Và a caghèr.” (Trad. anche se si capisce benissimo = vai a cagare.)

Dato che gli scarsi incoraggiamenti non fanno altro che rendermi più incaponita, provo le famigerate decolletées sotto lo sguardo vigile della commessa detta anche “dinosauro che non sa di essere estinto”. Mi viene richiesto, con gran sprezzo del ridicolo, di muovermi. Ovvio. Tutti fanno qualche passo quando provano le scarpe. Io no. Ho letteralmente gli arti in sciopero. Mi sembra di essere rimasta pietrificata alla vista di un pazzoide serial killer col coltello verso di me… queste non sono scarpe, sono montagne russe spietate. Presto, datemi un sacchetto per respirarci dentro, o in alternativa per sfogare la nausea. Intanto la compare della BDB se la ridacchia, memore dei suoi dubbi di prima rivelatisi fondatissimi – un affronto che andrà lavato con l’EstaThe alla pesca.

E ora, ridatemi le ballerine, che è meglio restare coi piedi per terra.

 

Consumismo is the new black

 

Venere degli stracci, Michelangelo Pistoletto, 1962

 Che poi, in realtà non avevo bisogno di quel cappottino. Voglio dire, il mio armadio starborda. Ormai mi serve un tir quando faccio il cambio di stagione. Ah, il cambio di stagione, che trauma inevitabile. E pensate che non ho nemmeno trent’anni. Figuriamoci quando arriveranno i primi fili bianchi, le rughette d’espressione, la pressione troppo alta/bassa, la menopausa. Sarà il mio spauracchio principale. Vedete, a forza di seguire le spirali del mio pensiero, finisco che perdo il filo. Il cappottino, stavo dicendo.

Era lì, fra i vestiti che pazientemente aspettavano di essere rimirati, molto particolare. Mi ammiccava, il furbone. Lo si notava prima di tutti gli altri, e lui godeva nel sentire le signor(in)e passargli davanti ed esclamare “Che cariiiino, che bel colore, che bella stoffa, come starebbe bene a mia sorella/alla Luisa/con l’ultima gonna che ti sei comprata…” (Stranamente nessuna pensava che il capo d’abbigliamento sarebbe stato bene addosso a se stessa: modestia vera, modestia falsa o colpa delle passerelle? Ai talk-show l’ardua sentenza.)

Con tutti quei complimenti, il cappottino si stava ormai montando la testa, e sarebbe pure arrossito se solo avesse avuto le guance. Caso ha voluto che io stessi passando di lì proprio in quel momento, e il pensiero del mio armadio pieno come la pancia di Pantagruel non mi ha nemmeno sfiorato quando l’ho visto. Colore tenue, in lana cotta, perché adesso arrivano i primi freddi e guarda te la combinazione mi serviva giusto giusto di questa pesantezza, e poi le maniche, vogliamo parlare delle maniche… in bellissimo velluto, Dio quanto amo il velluto, con dei fiocchetti adorabilissimerrimi ai lati. Un bijou.

Insomma, un colpo di fulmine. A questo punto serviva solo una scusa credibile per convincere i piani alti (leggi: genitori) – e anche una scusa per non sentirmi troppo in colpa. Perché ho bisogno di un cappotto?

1. Arriva l’inverno

2. Ho bisogno di qualcosa da mettere la mattina quando vado a scuola

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Inspiegabilmente, ai piani alti ha fatto effetto solo la scusa numero 2: in effetti qualsiasi cosa riguardante la scuola gode di priorità speciale un po’ fra tutti i genitori, è come cliccare sul puntino esclamativo rosso quando si scrive una e-mail su Alice. Quindi, in alto i vostri cuori, adesso sarete felicissimi di sapere che ho un cappotto in più, qualche decina di euro in meno e probabilmente un’attitudine spiccata allo Shopaholism.

Fra l’altro la mia genitrice, detta amorevolmente Sergentessa Maggiore Hartman, una volta sborsata la grana mi ha lanciato un’occhiata obliqua da aquila che non finisce la preda solo perché è troppo piccola, e ha sentenziato: “Tu questo non te lo metti a scuola, ché se solo ci becco una macchia ti faccio sgurare con la lingua l’intero guardaroba”. Il che mi ha riportato subito alla mente la portata micidiale del suddetto guardaroba, e fatto sentire un po’ un’apprendista Rebecca Blomwood.

Giveaway ai miei lettori!

Vintage Chanel Necklace from Treasury

Image by thepresidentwearsprada via Flickr

Salve, miei fantastici lettori!

Da oggi avrete la possibilità di vincere un fantastico ghivauài del blog Vita In Pillole! Visto che tutti lo fanno, tutti regalano, tutti sono così fantasticamente generosi, ho pensato: ma perché no! Anche io ho i miei 0,25 lettori da accontentare! E allora…

Vi offro uno splendidissimo paio di pantofole firmato Crogs, assolutamente vintage e per di più con macchie di cioccolata calda e peli di criceto che lo rende magnificamente vissuto e grungy… è uno splendore… peccato che non ho la  foto… ma non è finita qui!

Vi regalerò anche una splendiderrima collana Scianèl in puro legno a millemila carati, davvero a-m-a-z-i-n-g, con allegato il fattorino di Ebay Kazakistan a farvi firmare la ricevutina! Non è meraviglioso?

Ma come avere tutto questo? E’ facilissimo! Innanzitutto dovrete commentare ogni mio singolo post per 20 volte (i commenti non devono essere inferiori alle 15 righe ciascuno), poi metterlo fra i preferiti, dire in giro che questo blog ha millemila milioni di visite al giorno (così i giornalisti mi intervistano), seguire questo blog con tutti gli aggregatori possibili e quelli ancora non inventati, seguirmi su feissbùc (che non ho), inviarmi la vostra e-mail, indirizzo, telefono, numero di carta di credito, conto corrente, cognome da nubile della vostra bisnonna. Tutto questo lo faccio per voi, cari lettori belli, mica perché voglio più visite al blog. Ma cosa vi viene in mente…!

Ovviamente non esiste nessun ghivauài, per chi non lo avesse capito. Non ho mica il conto in banca di Billino Gates. E non sono brava con certi mezzi per ottenere più visite.

 

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Sulla moda, sulle fashion bloggers e sulla fama facile

 

E’ molto strano: mi sono sempre chiesta cosa sia, stringi stringi, lo stile. La moda è una meravigliosa cavolata, lo sappiamo, ma lo stile no. Lo stile è l’espressione di se stessi e della propria personalità, di cosa ci piace, in una parola di noi. Ti piace vestirti sempre di blu? Perfetto: se il blu rispecchia la tua personalità, usalo finché vuoi. Chi sono io per impedirtelo.

Quello che non capisco è tutto l’ambaradan ruotante attorno alle grandi griffes. Io non so mai cosa pensare: a volte mi dico che se qualcosa ha quelle letterine stampate sopra sarà sicuramente di grande qualità e varrà un fracco di quattrini, salvo poi scoprire che una borsettina Prada viene venduta a prezzo-stipendio nelle boutiques ma prodotta da clandestini sottopagati e in nero a Napoli. A questo punto, entrare in un monomarca ultrasnob (perché sono tutti così, alla fine) o comprare alle bancarelle del mercato mi dà la stessa (scarsa) sicurezza sul prodotto, con l’unica differenza che per comprare un foulardino di Hermès devo accendere un mutuo.

Mi fanno assai ridere, inoltre, tutte quelle pischerle che si indignano dei prezzi inaffrontabili di certe marche, dicendo che alla fine sono oggetti come gli altri e una firmetta non importa niente, per poi sbattere a destra e a manca la borsetta malamente taroccata, comprata dagli abusivi. Le case di moda, come avevo già detto qui, sono veramente poco attente alla gente che vive nel modo, perse in interessi multimiliardari, impegnate a manipolare la stampa e comprarsi i giornalisti, a reclutare modelle con metodi ignoti (fino a un certo punto), a fingersi contro l’anoressia mentre scheletri “viventi” zompano in passerella. 

Loro sono contro l'anoressia. Come, non si vede?

Per questo, dopo aver capito che fra gli stilisti “veterani” non rimane nulla che sia lontanamente paragonabile alla creatività e al talento, ma solo qualche guaio giudiziario, avevo accolto con gioia il boom delle fashion bloggers come una sorta di ondata liberatoria dall’egemonia malata della grandi griffes, magari per vedere qualche esordiente un po’ diverso, magari per scoprire che per avere stile non bisogna per forza essere tutte scianelluivuittonverauang eccetera. Qualche fashion blog di qualità l’ho trovato, infatti, come The Sartorialist, The Street Fashion, Le blog de Betty, Karla’s Closet, Tokiobanhbao, Rejecting the obviousness e altri; ma poi ho avuto la sfortuna di imbattermi per caso in una certa insalata ossigenata. Lei è Chiara Ferragni, e ha la pretesa di definirsi fèscionblogger più famosa d’Italia, ma che dico d’Italia, di tutto il mondo, dell’Universo, del Creato e del non Creato. Grazie al cielo qualcuno su Facebook non si fa incantare (qui e qui). Vi chiederete che cos’ha di diverso dalle altre bloggers che me la renda tanto antipatica. Innanzitutto, è una rossa cremonese, ma evidentemente il rosso tiziano non è abbastanza fèscion, così ha deciso di spacciarsi per bionda naturale milanese (anche se in realtà arriva direttamente dal mondo Mattel). Bocconiana perfetta, si definisce “studentessa” quando in realtà sui libri non la si vede mai, con gran sprezzo degli studenti che si fanno un mazzo tanto.  Le sue fans la idolatrano come una dea scesa in terra, e a giudicare dalle tonnellate di giornali che parlano di lei a tutto spiano deve essere proprio un’ icona di stile degna di Gabrielle Chanel. Ehm. Quasi. In realtà i suoi abbinamenti non è che abbiano tutta questa originalità, lei pensa solamente a mettere in bella mostra i loghi delle marche, e impiegherà due ore ogni giorno a photoshopparsi, pure malamente (controllate voi al link che vi ho messo su “insalata ossigenata”). Infatti, l’impressione è che quello non sia un vero blog di moda, bensì una specie di santuario autocelebrativo che urla ai quattro venti “guardate com’è bella, ricca, interessante, piena e glamour la mia vita. Mica come la vostra, pidocchi”. Sorvoliamo sul suo italiano da quinta elementare – o scopiazzato da altri siti – e sull’inglese da “senza Google Translate sarei persa”. Senza contare che dalle sue parti continuano a vantare miliardi e miliardi di visite, senza però rendere mai visibile il counter (magari adesso li ha davvero i miliardi di visite, ma all’inizio erano di certo una mossa pubblicitaria). La madama Ferragni, soprannominata dalle Vipere Kiaretta, Ferracne, Ferragna, Ferraglia eccetera, passa da un party all’altro, e… non ci crederete mai… anche al party del Pdl! Sì, dev’essere un retaggio del suo fidanzatino, tipico ragazzo della Milano bene detto anche “Uomo Bancomat”, a cui auguro di non farsi male all’indice a forza di votare il blog della sua Barbie su ogni aggregatore possibile. E magari, passando da un party fighissimo all’altro, provasse a dare un’occhiata agli scheletrini nell’armadio del Sire supremo. Il target dell’insalata bionda è probabilmente lo stesso del programma televisivo TrlTotalmente Rincoglioniti Live Total Request Live… aspettate un attimo! Ma è proprio lei la biondina che presenta ai Trl Awards 2010? Sì sì! Eccola:

Vi segnalo che comunque ha rimediato anche una orrenda figura con i Dari. Ancora un attimo… ma come ha fatto Chiaretta, nel suo piccolo, a finire in tv? Vabbè che per fare il VJ di MTV, da un po’ di tempo a questa parte, occorre soltanto avere un atteggiamento da “viva i ggggiovani”, e sappiamo tutti che le selezioni sono tenute dal cugino della Pimpa. Però lei non ha nemmeno un minimo di competenza in fatto di dizione e presenza televisiva. Ci dev’essere qualcosa sotto. Ah, ecco! La coppia più bella della Mattel è amica del cantante dei Finley! Da che mondo è mondo, i Finley sono proprio ospiti tipici di Trl, quindi pare che ci sia stata una intercessione caritatevole per lei.

Sempre per quanto riguarda le mistiche apparizioni della Bloggerpiùfamosad’Italia in tv, è imperidbile la chicca del Chiambretti Night (notare la faccia di Misha Barton) in cui si presenta vestita da carnevale dei cavalli Cow Girl:

  

Ed ecco il commento di qualcuno che ha capito tutto su youtube (per fortuna c’è gente come lui):

A questo punto ci si potrebbe consolare pensando che almeno è onesta. Eh no! Basta indagare un po’ in rete per scoprire che è stata reclutata dalla Fiat per sponsorizzare la nuova 500 assieme al suo fidanzato Ken, ma lei non l’ha nemmeno comunicato ai lettori continuando imperterrita a fare pubblicità occulta. Peccato che tutto si scopra facilmente su Internet.

Concludo dicendo a Chiaretta che è inutile commentare il suo stesso blog con due nickname diversi per difendersi, dirsi aperte alle critiche ma rispondere solo con dei seisoloinvidiosa seigrassissima seitamarra vorrestiesserealmioposto eccetera. Se vuoi diventare famosa, se ci metti la faccia e mostri in Internet tutta la tua vita privata, devi accettare le conseguenze. Sei maggiorenne e responsabile per quello che fai: i trucchetti vengono smascherati facilmente, e in Internet ci si può documentare facilmente. Non sei l’unica ad avere un blog di moda in tutta Italia, anzi molte sono più brave di te. E allora, per favore, se non riesci a gestire la presunta fama (e tutto quello che comporta), meglio lasciar perdere.

 

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Maria Antonietta, la regina shopaholic e ancora incompresa

Una delle poche donne ad essere davvero nei libri di storia. Anche io ci sono cascata. Da quando ho saputo della sua esistenza, non ho fatto altro che considerarla poco meno di una stronzetta, viziata e con i soldi che le escono dal naso. Ho sempre pensato a lei come il simbolo della frivolezza e incomprensione dei potenti verso il popolo: caviale, champagne e amanti vari mentre la gente moriva di fame e stenti. “Se non hanno pane, che mangino brioches“. Simpaticona. In realtà questa frase non l’ha mai detta, e io l’ho scoperto tardi. Era semplicemente apparsa su una vignetta messa in giro dai propagnadisti rivoluzionari. Tanti tasselli di una propaganda, di un movimento d’odio popolare dettato dalla povertà estrema, che hanno dato di lei quell’allure che ancora adesso fatica a togliersi di dosso.

Ma procediamo con ordine. Nella corte viennese, a quei tempi, l’etichetta e il Galateo venivano ovviamente impartiti a tutti i nobili, ma senza soffocarli e reprimere le loro personalità. Tutto l’opposto di Versailles, una manica di sciupatutto ingessati da rigidissime convenzioni. E’ in quel clima spensierato che la bambina Antoine, come la chiamavano in Austria, cresce con l’amore e il compiacimento della sua istitutrice – figura sostituente della madre, troppo impegnata a governare l’Impero.

Tutta la felicità e la spensieratezza vanno a farsi benedire con la morte di suo padre, l’Imperatore… e da lì cominciano i guai. La madre, mai troppo presente coi figli, adotta il lutto a vita ed è severissima con la prole, incutendo un timore eccessivo. Poi si sposa l’ amata sorella, Maria Carolina, che Antoine non potrà più rivedere tanto come prima, provocandole una certa tristezza costante.

E qui arriva il bello: l’Imperatrice era in piena stagione “che divertimento combinare matrimoni”, e ovviamente rimase in mezzo anche Antoine. Allora. Alla mia età, 15 anni, lei era stata già promessa in sposa al Delfino (erede al trono) di Francia da un anno: ciò significa che, per salvare relazioni politiche, doveva sposarsi un tipo conosciuto solo tramite miniritratto a pastello (opportunamente modificato per nascondere i piccoli difetti). Provo ad immedesimarmi. Va bene, erano nel ’700, ma se anche fossi nata nel 1755 come Maria Antonietta non penso che sarei stata felice di una vita già pianificata al posto mio. Pensate che, secondo la prassi, una volta arrivata in Francia la pulzella doveva lasciarsi alle spalle qualsiasi cosa avesse portato con sé dall’Austria e salutare il responsabile dei rapposti esteri francese (e quindi fautore del matrimonio combinato) con una frase del genere: “Grazie per essere stato il fautore della mia felicità“. Felicità? Un corno! Io lo avrei preso a schiaffi.

Come si dice, arriva il cambio radicale di vita. A Versailles Maria Antonietta si sposa prima per procura, ottenendo il titolo di Delfina di Francia, poi con rito religioso. Tutti si aspettano che diventi una vera francese corpo e anima, in realtà lei è divisa fra la sua origine austro-tedesca e il futuro francese. Uno dei tanti buchi neri della sua esistenza. E’ bella, adolescente, ha un’indole tutta punk e indisciplinata,  fatica a capire le imposizioni d’etichetta della reggia (almeno venti minuti per servire un bicchiere d’acqua al re, regole severe per i metri di strascico riservati alle donne a seconda del rango, corsetti soffocanti). La “cricca” – per stare in tema di attualità – composta da nobili galletti che popola la reggia vive di intrighi, pettegolezzi e divertimenti, e viene naturale prendersela con la nuova arrivata, soprannominata “l’Austriaca”. Un po’ come quando arrivi in una classe nuova in corso d’anno scolastico e non conosci nessuno.

Maria Antonietta, ovvero Madame la Delfina, è solo una ragazzina con la vitalità tipica dei suoi anni in cui non posso fare a meno di riconoscermi: la differenza è che tutti vogliono qualcosa da lei. Ci si aspetta che supporti l’alleanza franco-austriaca, che dia presto un erede maschio al regno, che sia responsabile e matura. Ma per l’amor del Cielo, è troppo giovane! Possibile che ‘sti bigotti non capiscano un tubo? Schiacciata da troppe responsabilità, da una corte che la prende in giro, dal cerimoniale, dai vestitoni ingombranti e perfino dal marito che è brutto, debole di carattere e ha una paura folle di sfiorarla. Lui soffre di un blocco psicologico per tutto ciò che riguarda il sesso, a causa dell’educazione che gli hanno riservato. Buffo che, dopo tutto il bigottismo e il perbenismo inculcato ai bambini, si aspettino di vedere due ragazzini procreare come conigli.

Ora, dopo tutte queste sfighe, ditemi voi se una non ha il diritto di concedersi qualche sfizio. Lo affermo perché ho anche io un’anima da shopaholic. Mi piace lo shopping, anche se non sono compulsiva… credo. Maria Antonietta infatti aveva un santo bisogno di svagarsi, ci dava dentro con feste, scarpe, parrucche, trucco, gioco e bevute. Si era anche scelta delle strane compagnie, tutto per dimenticare l’insoddisfazione. Fra l’altro, il matrimonio venne effettivamente consumato dopo sette anni, sette anni in cui il mormorio a Versailles cresceva (“Se stesse più con suo marito che alle feste, ora avremmo già un erede”, “Per forza che non fanno l’amore, è austriaca, in camera da letto non sarà di certo caldo” e amenità del genere).

A diciotto anni, un altro colpo sul naso. Il re Luigi XV muore di vaiolo, e i due delfini sono a tutti gli effetti i nuovi re e regina di Francia. Le responsabilità raddoppiano. I consiglieri del marito le sono ostili. Tutta la reggia, tranne i fedelissimi, condanna il suo comportamento scandaloso, che in realtà è solo uno sfogo psicologico. E’ un fiorire di pamphlet contro di lei. Mentre il re le regala il Petit Trianon, che sarebbe diventato il “piccolo” rifugio dall’etichetta di corte,  il popolo comincia a protestare (è già avvenuta la guerra della farina). In piena crisi finanziaria del regno, gli sprechi della regina dovuti alla situazione penosa non sono certo d’aiuto.

Quello che mi colpisce è che la propaganda filorivoluzionaria, che la dipinge come un frivolo demonio insensibile alle sofferenze dei sudditi, sia stata così potente da rappresentare la verisone ufficiale della Maria Antonietta che conosciamo ancora oggi. Anche dopo aver partorito finalmente i figli (la prima era una femmina, ironia della sorte, e secondo prassi il parto avvenne in pubblico – altra cosa che mi sta fortemente sulle scatole), la situazione politica non cambia. Ormai tutto è entrato in circolo come un macchinario che non si ferma più, e si può arrestare solo con l’autodistruzione.

I privilegi, le cariche regalate ai suoi amici, gli sperperi, l’ingenuità… tutti tasselli che contribuiranno allo scoppio di quella che fu la Rivoluzione Francese, che si porterà via la testa di suo marito e la sua. Il resto, come si dice, è storia.