Membri onorari della nostra Setta: Yolande de Polignac

Prima di bruciarvi i neuroni col seguito: qualche tempo fa è uscito un mio articolo su HeyKiddo [QUI] che vi sarà utile se avete dei figli in età scolare, anzi, vi sarà utile e basta.

Un mio caro lettore (Mozart2006) mi ha gentilmente fornito un sottotitolo ulteriore al blog, ovvero La Setta dell’Ammmore. Vi dico soltanto che mai mi sarebbe potuta venire in mente una denominazione più appropriata, quindi sappiate che d’ora in avanti questo sgangherato spazio internautico sarà la base della suddetta Setta formata da me e dai miei lettori, supporter, fan, elettori, adoratori e schiavi servi della gleba aiutanti.

Ma veniamo alla composizione dettagliata del CdA:

1. IO, AL VERTICE SUPREMO. Padrona di casa e dittatrice unica, dotata dei poteri decisionali su qualsiasi cosa, condizioni atmosferiche comprese (Kim Il-Sung è solo un dilettante! E con questo ci siamo bruciati le visite nordcoreane). Quando sono triste, sul blog cade la pioggia. Se io dico che ho visto un unicorno di Swarovski, così è, e voi non oserete metterlo in dubbio.

2. I miei lettori, pazienti esseri umani che si degnano di sopportare il mio delirio sugli unicorni. I lettori verranno trattati da Sua Eccellenza Scintillante Me Stessa allo stesso democratico modo, in quanto inconsapevolmente membri della Setta. S.E.S.M.S. avrà un particolare occhio di riguardo per:

* Mozart2006 in quanto ideatore del nome e mente ingegnosa dietro a tutta la baracca (tipo Casaleggio con Grillo)

* La Ragazza con la Valigia in quanto Ragazza con la Valigia e mia sorella di madre diversa

* Tutti i blogger inseriti nella mia Sacra Blogroll, che non ho voglia di elencare di nuovo quindi andateveli a vedere voi

Le regole sono molto semplici:

I. Io ho sempre ragione

II. Il nome della Setta è utilizzabile solo da coloro che ne fanno parte, quindi tutti voi che state leggendo, ma esclusivamente ricordandosi della tripla M nella parola “Ammmore”. Qualsiasi infrazione sarà punita con mille foto di turisti nordeuropei in calzino bianco e infradito.

III. Ci sono quattro date fondamentali da ricordare: 25 ottobre, festa nazionale in quanto mio compleanno; 3 ottobre, tenetelo a mente per il prossimo anno, Giornata Universale di Mean Girls; 27 febbraio, Giornata Mondiale dell’Unicorno come suggerito da Sarinski; 25 gennaio, Giornata Internazionale della Fighissima Virginia Woolf.

IV. Ogni tanto la S.E.S.M.S. sceglie un membro onorario della Setta, che può essere un personaggio fittizio, vero, morto, vivo, bello, brutto, cattivo, buono, biondo, moro… insomma, ci siamo intesi. Per darvi un’idea della serietà di questa cosa, ecco che parto subito con la prima nomina ufficiale – chi avrà qualcosa da ridire, sarà pubblicamente definito “Persona di Cattivo Gusto”, massimo disonore (“disonore su di te, disonore sulla tua mucca…” cit.) ed infamia all’interno del nostro candido circolo – perciò diamo il benvenuto alla cara

Yolande de Polastron, duchessa de Polignac

in qualità di PR e ragazza immagine. In poche parole, lei sarà la nostra organizzatrice di feste ufficiale: con una tipetta tanto intraprendente ed effervescente, di certo non avremo tempo per annoiarci. E saremo ovviamente i più fighi membri di un circolo esclusivo nell’intera storia dei circoli esclusivi al mondo. Magari calmerà anche qualche bollente spirito nei flame delle assemblee dell’Ammmore, la sua calma imperturbabile è famosa. Intanto, propongo per tutti noi in dotazione un capellino come il suo.

Au revoir!

Ceci n’est pas un post

Dato che ho la profonda convinzione, riguardo al Natale, di dover dare sempre la massima importanza all’aspetto spirituale, di non abbandonarmi a triviali istinti consumistici e soprattutto di non far prevalere la parte orrendamente materiale di me… e aggiungendo anche che da un po’ di tempo sono sprofondata nella più nera pigrizia, complici le vacanze, quindi non ho una mezza voglia di scrivere che sia mezza… ho combinato le due cose per deliziarvi con un secondo post di brutte foto scattate da me (il primo era quello parigino), ma non fateci l’abitudine perché quando faccio foto mi sento stupida, mi agito, mi tremano le mani e combino casini. Non vorrete essere responsabili del mio internamento in qualche sanatorio amorevole per pazzi.

E questo era il piccolo preambolo, che di solito nel mio blog è sempre stato un trafiletto cortissimo in corsivo e allineato a destra, ma stavolta siamo state più prolisse e quindi abbiamo ingannato tutti i lettori facendo loro credere che fosse un normalissimo inizio di post. Ci eravate cascati, eh ammettetelo. HAHAHA. Mi diverto con poco.

Ma passiamo alle tanto attese stupidaggini foto, che vi mostreranno come rendermi felice per il Natale e per iniziare bene l’anno. In pratica, è un riassunto per immagini delle mie vacanze finora trascorse, e il motivo per cui quando dovrò tornare a sc… a scuo… a… non riesco a dirlo, tirerò varie craniate al muro. Vi impongo ed ordino, grazie all’autorità di cui sono investita in qualità di padrona del blog, di passare il mouse su ogni obbrobrio foto.

Fase 1 – La goduria nostalgica

Fase 2 – Il desiderio libresco esaudito, ovvero: letture impegnate sotto l’albero.

Fase 3 – Spianata la strada per il nerdismo storico, ovvero:  la mia Toinette mi appare più vicina

E mò basta sennò mi vergogno. Comunque avete visto??? Avete pianto anche voi di gioia dopo aver ammirato finalmente la mia meravigliosa biografia di Marie Antoinette con i meravigliosi cioccolatini e i miei meravigliosi libri nuovi fatti di carta meravigliosa con un meraviglioso braccialetto e un sacco di altri meravigliosi regali che non ho fotografato perché non mi tirava?

Ah, che meraviglia. E vedete di non rompere con le storie dei Maya, ho bisogno di tempo per godermi il tutto.

Parigi val bene un post

Avviso: questo post avrà molte più foto del solito, e, attenzione attenzione, le foto in questione sono fatte da me. Per quanto l’arte della fotografia mi faccia sempre scintillare gli occhi, corre l’obbligo di informarvi che non sono una professionista né ho la benché minima bravura. Poi, una volta che avrete visto gli splendidi scatti a soggetto simile della RCLV, potrete dire definitivamente addio alla mia credibilità come fotografa. Ah, e mi raccomando, passate il cursore sulle immagini e… sorpresa!

Sono veramente ancora troppo emozionata per poter scrivere qualcosa di senso compiuto sulla questione. Era uno dei miei sogni da sempre. Paris. Paris. Io vi voglio bene cari lettori, se non altro perché mi sopportate, ma vi giuro che dovrete immedesimarvi con un po’ di impegno per capire il livello di esaltazione. Sono ancora qui come una lampadina a cui hanno appena attaccato la spina. Ci ho messo un po’, appena tornata, per riuscire a connettere e esprimermi con frasi coerenti e non solo con muggiti o suoni sconclusionati.

Io mi sono innamorata di questa città. Si può? Dico di sì. Sono proprio caduta amorosa, come dicono i francesi (cioè, in realtà lo dicono anche gli inglesi, ma chissenefrega, è di posti francesi che stiamo parlando). Uscivo la mattina e venivo accolta da zaffate di profumi burrosi e panosi (neologismo coniato da me che significa “di pane”), dall’aria frizzantina come se fluttuassi nel regno delle bolle più favoloso al mondo, da tanta gente intenta a farsi i fatti suoi ma in qualche modo parte di un organismo più grande, una specie di immenso coro in cui ognuno ha la sua parte; oppure persone simpaticissime che mi salutavano pur avendomi vista per la prima volta nella loro vita in quel momento. Opere d’arte e meraviglie in ogni cavolo di angolo. Non sapevo proprio dove girarmi, dalla quantità di vera bellezza che sbucava in tutti i lati: bellezza nei palazzi, bellezza nei pavimenti, nelle vetrine, nel cielo, nelle facce,… troppa bellezza. Il mio cuore traboccava come una bottiglia di Coca – Cola ben agitata e condita di aspirina.

Tanti posti che avevo visto solo in fotografia, di cui avevo letto, immaginato, sognato, erano lì davanti a me, a distanza di occhio e di tocco. Mi è uscita qualche lacrima, non mi vergogno a dirlo. Una vera, tantissime commosse dentro di me. E’ un po’ come quel giochino che fanno i bimbi piccoli, quando devono infilare le figure nei buchi con la forma giusta… ecco, mi sentivo proprio così, come una figurina che grazie al Cielo una manina ha infilato nel suo posto predestinato.

Ho definitivamente deciso che potrei vivere tranquillamente di crêpes, omelette e croque-madame, se frapposte da fettine di pizza. Poi chiedo scusa alla mitica Ladurée, prometto che continuerò a seguirti su Twitter, ma mi sono parzialmente convertita a Foucher e godo della mia eresia. Mettetemi pure al rogo, ma come ultima preghiera da esaudire vorrei una fornitura di macarons di qualsiasi gusto. Oh sì.

E non fatemi iniziare col discorso di Versailles… se ci penso mi tremano le dita, eppoi non riesco più a scrivere. Ho visto dove ha vissuto la mia Toinette. Ho visto il suo letto. Per tutta la durata della visita ero in stato di trance, ero immersa nell’ineffabile. Ho ritrovato il dono della parola solo per gridare: “Stolti! Caproni! Levatevi e fatemi fotografare i luoghi che ho amato così a lungo in silenzio!” ad ogni altro visitatore incrociasse la mia strada, tanto erano quasi tutti giapponesi e non capivano una mazza di italiano.

Ma ora l’emozione mi sta sopraffacendo. Ascoltatevi la sinfonia preferita di Marie Antoinette come ho fatto io per prepararmi psicologicamente, e lasciate parlare le (seppur mediocri) immagini.

 

Riportatemi lì, vi prego.

Maria Antonietta, la regina shopaholic e ancora incompresa

Una delle poche donne ad essere davvero nei libri di storia. Anche io ci sono cascata. Da quando ho saputo della sua esistenza, non ho fatto altro che considerarla poco meno di una stronzetta, viziata e con i soldi che le escono dal naso. Ho sempre pensato a lei come il simbolo della frivolezza e incomprensione dei potenti verso il popolo: caviale, champagne e amanti vari mentre la gente moriva di fame e stenti. “Se non hanno pane, che mangino brioches“. Simpaticona. In realtà questa frase non l’ha mai detta, e io l’ho scoperto tardi. Era semplicemente apparsa su una vignetta messa in giro dai propagnadisti rivoluzionari. Tanti tasselli di una propaganda, di un movimento d’odio popolare dettato dalla povertà estrema, che hanno dato di lei quell’allure che ancora adesso fatica a togliersi di dosso.

Ma procediamo con ordine. Nella corte viennese, a quei tempi, l’etichetta e il Galateo venivano ovviamente impartiti a tutti i nobili, ma senza soffocarli e reprimere le loro personalità. Tutto l’opposto di Versailles, una manica di sciupatutto ingessati da rigidissime convenzioni. E’ in quel clima spensierato che la bambina Antoine, come la chiamavano in Austria, cresce con l’amore e il compiacimento della sua istitutrice – figura sostituente della madre, troppo impegnata a governare l’Impero.

Tutta la felicità e la spensieratezza vanno a farsi benedire con la morte di suo padre, l’Imperatore… e da lì cominciano i guai. La madre, mai troppo presente coi figli, adotta il lutto a vita ed è severissima con la prole, incutendo un timore eccessivo. Poi si sposa l’ amata sorella, Maria Carolina, che Antoine non potrà più rivedere tanto come prima, provocandole una certa tristezza costante.

E qui arriva il bello: l’Imperatrice era in piena stagione “che divertimento combinare matrimoni”, e ovviamente rimase in mezzo anche Antoine. Allora. Alla mia età, 15 anni, lei era stata già promessa in sposa al Delfino (erede al trono) di Francia da un anno: ciò significa che, per salvare relazioni politiche, doveva sposarsi un tipo conosciuto solo tramite miniritratto a pastello (opportunamente modificato per nascondere i piccoli difetti). Provo ad immedesimarmi. Va bene, erano nel ‘700, ma se anche fossi nata nel 1755 come Maria Antonietta non penso che sarei stata felice di una vita già pianificata al posto mio. Pensate che, secondo la prassi, una volta arrivata in Francia la pulzella doveva lasciarsi alle spalle qualsiasi cosa avesse portato con sé dall’Austria e salutare il responsabile dei rapposti esteri francese (e quindi fautore del matrimonio combinato) con una frase del genere: “Grazie per essere stato il fautore della mia felicità“. Felicità? Un corno! Io lo avrei preso a schiaffi.

Come si dice, arriva il cambio radicale di vita. A Versailles Maria Antonietta si sposa prima per procura, ottenendo il titolo di Delfina di Francia, poi con rito religioso. Tutti si aspettano che diventi una vera francese corpo e anima, in realtà lei è divisa fra la sua origine austro-tedesca e il futuro francese. Uno dei tanti buchi neri della sua esistenza. E’ bella, adolescente, ha un’indole tutta punk e indisciplinata,  fatica a capire le imposizioni d’etichetta della reggia (almeno venti minuti per servire un bicchiere d’acqua al re, regole severe per i metri di strascico riservati alle donne a seconda del rango, corsetti soffocanti). La “cricca” – per stare in tema di attualità – composta da nobili galletti che popola la reggia vive di intrighi, pettegolezzi e divertimenti, e viene naturale prendersela con la nuova arrivata, soprannominata “l’Austriaca”. Un po’ come quando arrivi in una classe nuova in corso d’anno scolastico e non conosci nessuno.

Maria Antonietta, ovvero Madame la Delfina, è solo una ragazzina con la vitalità tipica dei suoi anni in cui non posso fare a meno di riconoscermi: la differenza è che tutti vogliono qualcosa da lei. Ci si aspetta che supporti l’alleanza franco-austriaca, che dia presto un erede maschio al regno, che sia responsabile e matura. Ma per l’amor del Cielo, è troppo giovane! Possibile che ‘sti bigotti non capiscano un tubo? Schiacciata da troppe responsabilità, da una corte che la prende in giro, dal cerimoniale, dai vestitoni ingombranti e perfino dal marito che è brutto, debole di carattere e ha una paura folle di sfiorarla. Lui soffre di un blocco psicologico per tutto ciò che riguarda il sesso, a causa dell’educazione che gli hanno riservato. Buffo che, dopo tutto il bigottismo e il perbenismo inculcato ai bambini, si aspettino di vedere due ragazzini procreare come conigli.

Ora, dopo tutte queste sfighe, ditemi voi se una non ha il diritto di concedersi qualche sfizio. Lo affermo perché ho anche io un’anima da shopaholic. Mi piace lo shopping, anche se non sono compulsiva… credo. Maria Antonietta infatti aveva un santo bisogno di svagarsi, ci dava dentro con feste, scarpe, parrucche, trucco, gioco e bevute. Si era anche scelta delle strane compagnie, tutto per dimenticare l’insoddisfazione. Fra l’altro, il matrimonio venne effettivamente consumato dopo sette anni, sette anni in cui il mormorio a Versailles cresceva (“Se stesse più con suo marito che alle feste, ora avremmo già un erede”, “Per forza che non fanno l’amore, è austriaca, in camera da letto non sarà di certo caldo” e amenità del genere).

A diciotto anni, un altro colpo sul naso. Il re Luigi XV muore di vaiolo, e i due delfini sono a tutti gli effetti i nuovi re e regina di Francia. Le responsabilità raddoppiano. I consiglieri del marito le sono ostili. Tutta la reggia, tranne i fedelissimi, condanna il suo comportamento scandaloso, che in realtà è solo uno sfogo psicologico. E’ un fiorire di pamphlet contro di lei. Mentre il re le regala il Petit Trianon, che sarebbe diventato il “piccolo” rifugio dall’etichetta di corte,  il popolo comincia a protestare (è già avvenuta la guerra della farina). In piena crisi finanziaria del regno, gli sprechi della regina dovuti alla situazione penosa non sono certo d’aiuto.

Quello che mi colpisce è che la propaganda filorivoluzionaria, che la dipinge come un frivolo demonio insensibile alle sofferenze dei sudditi, sia stata così potente da rappresentare la verisone ufficiale della Maria Antonietta che conosciamo ancora oggi. Anche dopo aver partorito finalmente i figli (la prima era una femmina, ironia della sorte, e secondo prassi il parto avvenne in pubblico – altra cosa che mi sta fortemente sulle scatole), la situazione politica non cambia. Ormai tutto è entrato in circolo come un macchinario che non si ferma più, e si può arrestare solo con l’autodistruzione.

I privilegi, le cariche regalate ai suoi amici, gli sperperi, l’ingenuità… tutti tasselli che contribuiranno allo scoppio di quella che fu la Rivoluzione Francese, che si porterà via la testa di suo marito e la sua. Il resto, come si dice, è storia.