Festa uguale libri.

Partecipo con piacere al meme libresco che è rimbalzato sul mio blog da Piccolo sogno antico. Così potrete bearvi delle mie bellissime 30 risposte, e tanto per cambiare parleremo di libri.

1.  Il tuo libro preferito: Jane Eyre, di Charlotte Brontë – ma noooo, non l’avreste mai detto, vero?

2. La tua citazione preferita:Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Italo Calvino, Il visconte dimezzato

3. Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto. Barney Panofski in La versione di Barney, di Mordecai Richler. Per capire la mia scelta, bè, non posso dire altro che “leggetevi il libro!”.

4. Il libro più brutto che tu abbia mai letto. Mmmm, l’indecisione mi dilania. Forse, la pietosa imitazione di chick-lit infarcita di volgarità gratuite che vedete qui.

 5. Il libro più lungo che tu abbia mai letto. Anna Karenina, di Lev Tolstoj

6. Il libro più corto che tu abbia mai letto. Non ne sono sicura, ma credo Il corpo sa tutto di Banana Yoshimoto.

 7. Il libro che ti descrive. Oltre al già citato Jane Eyre, direi che posso ritrovarmi già nel titolo di Una ragazza fuori moda, di Louise May Alcott.

8. Un libro che consiglieresti. Il mulino sulla Floss, di George Eliot – il primo libro che ho seriamente letto in inglese, tutto intero eh!

9. Un libro che ti ha fatto crescere. Diario, di Anne Frank

10. Un libro del tuo autore preferito. Come non citarla… potrei mettere qualsiasi libro scritto da lei, ma propendo per Gita al faro, di Virginia Woolf

11. Un libro che prima amavi e che ora odi. I love shopping, di Sophie Kinsella. La saga in generale, direi…

12. Un libro che non ti stancherai mai di rileggere. L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery

13. Il libro che in questo momento hai sulla scrivania. Racconti, di Edgar Allan Poe – e altri otto libri che formano una montagna instabile e minacciano il comodino. Sono tutti sepolti uno dall’altro.

14. Il libro che stai leggendo in questo periodo. Le onde, di Virginia Woolf

 15. Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi   Ciò che ho descritto in questo francese era solo l’effetto di una intelligenza sovreccitata e forse malata. (I delitti della Rue Morgue, Edgar Allan Poe)

16. La tua copertina preferita. Mi piacciono tutte le copertine che abbiano un quadro, un dipinto, anche se non famoso. Quelle della Penguin, per esempio, sono fantastiche. Ce n’è una disegnata, però, che adoro…

17. Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno. Holly Golightly in Colazione da Tiffany. E non perché nel film è interpretata da Audrey Hepburn…

18. Il primo libro che hai letto. Dev’essere stato uno di Geronimo Stilton, oppure La nuvola Olga.

19. Un libro il cui film ti ha deluso. Innumerevoli, l’ultimo è senza dubbio Jane Eyre con quella mummia della Wasikowska.

20. Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse. Orgoglio e Pregiudizio, di Jane Austen. Mi ritrovo perfettamente in Elizabeth Bennet! (Poi vabbè, c’è sempre Jane… ma rischio di diventare monotematica.)

21. Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te. Igiene dell’assassino, di Amélie Nothomb

22. Un libro che hai letto da piccola. Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, e il libro in sé e un paese delle meraviglie.

23. Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita. Direi Marina di Carlos Ruiz Zafón, delusione incredibile. La versione venuta male de L’ombra del vento.

24. Il libro che ti fa fuggire dal mondo. Cime Tempestose di Emily Brontë, vado con la testa a vagare per le scogliere brulle dello Yorkshire.

25. Un libro che hai scoperto da poco. Il crepuscolo celtico di Yeats, preso ieri in biblioteca… conoscevo le sue poesie, ma ora finalmente ho una raccolta!

26. Un libro che conosci da sempre. I viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift

27. Un libro che vorresti aver scritto. Fra i miliardi che ho in mente, Il maestro e Margherita, di Michail A. Bulgakov e 1984, di George Orwell.

28. Un libro che farai leggere ai tuoi figli. Piccole Donne, di Louisa M. Alcott e Ventimila leghe sotto i mari, di Jules Verne

29. Un libro che devi ancora leggere. HAHAHA L’ho capita! Questa era spiritosa. Ho il mondo intero ancora da leggere.

30. Un libro che ti ha commosso. Qui devo confessarlo, ci sono due storie entrambe legate ai cani. Forse gli unici libri che mi abbiano fatto piangere, perché io ho questa cosa che le morti degli esseri umani – raccontate, beninteso – non mi toccano mai quanto le morti degli animali. Mah. Comunque: Io e Marley, di John Grogan, e la più inesauribile fonte di lacrime al mondo… Flush, biografia di un cane, di Virginia Woolf.

P.S. La festa a cui alludevo nel titolo è, ovviamente, quella della Pasqua. Quindi vi lascio con un agnostico augurio… Buona Pasqua:

Feste, suicidio, io e Virginia Woolf

Oh, Mrs Dalloway, dai sempre feste per coprire il silenzio.

(The Hours, film di Stephen Daldry, 2002)

Ogni volta che organizzava una festa sentiva di perdere la propria identità così come ciascuno diventava irreale sotto un certo aspetto; molto più reale sotto un altro. Era, pensava, in parte per via dei vestiti, in parte perché si usciva dal proprio ambiente abituale, in parte per lo sfondo; era dunque possibile dire cose che altrimenti non si sarebbero mai dette, cose che richiedevano uno sforzo; era possibile andare assai più in profondità.

(Virginia Woolf, La Signora Dalloway, traduzione di L. R. Doni)

Sono tornata, ed anche troppo, perché il post è più  lungo di quanto avessi voluto.

Mentre voi siete lì a cercare disperatamente un costume per il Carnevale, nel bel mezzo della drammatica scelta per decidere quale sia più figo (da Zorro, molto anni ’70? Da Angela Merkel o da Spread, buttandoci sull’attualità? Da tramonto occidentale?), io sono presissima con avvenimenti che hanno dell’inquietante.

Avete presente il famoso detto “la tua reazione ad un libro dipende tutta dal momento in cui lo leggi”? Se non l’avete presente fa lo stesso, perché l’ho appena inventato io. Fatto sta che mi sono imbattuta in questo La Signora Dalloway, io in realtà non volevo, ma mi sorrideva e mi ammiccava come un pasticcino sul bancone di Foucher. Così sono letteralmente caduta amorosa di Virginia Woolf; l’ho detto, lo ammetto, è ormai entrata nel mio Paradiso artistico eterno ed incorruttibile assieme alle Brontë eccetera eccetera. La domanda che adesso vi attanaglierà senza tregua sarà di certo: “Cosa mai potrà piacerle tanto di lei?” Bene, siore e siori, non ne ho idea. Sarà l’insieme, tipo una che ha il naso orrendo, gli occhi da triglia, la bocca a papera ma poi il viso nel complesso, per qualche misteriosa legge della natura, è una meraviglia.

Ecco, Virginia è, oltre che geniale, molto sola. Combatte contro tutti, ha un carattere forse duro ma estremamente ironico (si coglie dai romanzi), è una persona difficile perché difficili sono le prove che ha dovuto sopportare. Mi affascina il modo in cui veniva affrontato ai suoi tempi il disturbo bipolare, la psicosi, o anche l’orientamento omosessuale. Ma ancora di più sono incantata dallo stile della scrittura,  perché non si capisce fino a che punto sia prosa o poesia: i contorni sono sfumati come un tratto di Leonardo da Vinci, e sempre sullo stesso principio dello sfumato si basa la tecnica del flusso di coscienza. Ci immergiamo nel pensiero di un personaggio, nato da fatti o oggetti quotidiani e poco importanti, per poi lasciarci trasportare dalla corrente (flusso, stream appunto) nella testa di un altro, perché magari questi due pensieri hanno un punto in comune, o perché entrambi i personaggi stanno guardando/facendo/subendo la stessa cosa. Ma la domanda è sempre la stessa: dove finisce una riflessione e ne inizia un’altra? E poi il grandissimo tema del tempo, visto in modo originalissimo… non fatemi iniziare a parlare del tempo perché qui purtroppo scorre normalmente, non come nei romanzi.

Tutto questo per tornare ai due avvenimenti inquietanti che ho vissuto durante la lettura della Woolf, uno serio, uno molto meno. Il primo: ho avuto a che fare con un paio di feste, più di quanto non debba averne a che fare normalmente. E io ho un atteggiamento molto strano nei confronti delle feste organizzate apposta per *inserire verbo a caso che indichi azione idiota, es. bere troppo, drogarsi, limonare male, ingozzarsi peggio. Se è in gergo ggggiovane meglio*; le trovo una cosa pressoché inutile, un modo di evadere neanche troppo proficuo od originale, anche se il mio giudizio (come sempre) bacchettone varia da circostanza a circostanza. Però, lasciatemi dire che trovarsi in mezzo a dei Papà Gambalunga che si divincolano come tarantolati credendosi fighi, o avere nelle orecchie la solita tunz tunz bebi aim secsi end ai no it, mi sta parecchio sulle balle. Non pretendo un locale con il cast originale di Grease al completo e Wagner in sottofondo, ma cazzo, capitemi: c’è anche della dance di qualità, perché sprofondare sempre inevitabilmente verso il basso?

Il secondo avvenimento: un fulmine a ciel sereno. Una persona giovanissima che conoscevo si è gettata dalla finestra di un palazzo. Bam. Così. Poi mi si rimprovera che non ho voglia di festeggiare. E’ che, sembra una frase fatta, ma queste cose fanno pensare. Perché non te lo aspetti mai, sono sempre tutti così sorridenti e sicuri, e invece. E invece vai a sapere quante maledette sfaccettature può avere un’anima.

Ora, per chi di voi non avesse letto il libro o non se lo ricordasse, o fosse stato distratto durante la lettura sia del romanzo sia del mio post, dedico un’energica tirata d’orecchie e una spiegazione. La cosa che mi ha veramente lasciata di pietra è stata la doppia coincidenza di questi avvenimenti durante l’immersione nel libro: sono coinvolta in feste mentre Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo, passa una giornata in preparativi per una festa. Vengo a sapere di un suicidio, tragico nella sua semplicità e nell’impatto che ha avuto anche su di me, e il giorno dopo leggo di Septimus Warren Smith che si toglie la vita… indovinate come? Buttandosi dalla finestra.

Tutto questo avrà pure un significato, oltre a poter essere benissimo il tema di una puntata di Voyager. E ad essere la prova schiacciante della mia paranoia.

P.S. Virginia era anche parente di Thackeray e di un servitore di Maria Antonietta (lovvo!). Il primo articolo che ha pubblicato su un giornale è stato sulla famiglia Brontë, come me! Ora devo solo impazzire ed è fatta.

Ceci n’est pas un post

Dato che ho la profonda convinzione, riguardo al Natale, di dover dare sempre la massima importanza all’aspetto spirituale, di non abbandonarmi a triviali istinti consumistici e soprattutto di non far prevalere la parte orrendamente materiale di me… e aggiungendo anche che da un po’ di tempo sono sprofondata nella più nera pigrizia, complici le vacanze, quindi non ho una mezza voglia di scrivere che sia mezza… ho combinato le due cose per deliziarvi con un secondo post di brutte foto scattate da me (il primo era quello parigino), ma non fateci l’abitudine perché quando faccio foto mi sento stupida, mi agito, mi tremano le mani e combino casini. Non vorrete essere responsabili del mio internamento in qualche sanatorio amorevole per pazzi.

E questo era il piccolo preambolo, che di solito nel mio blog è sempre stato un trafiletto cortissimo in corsivo e allineato a destra, ma stavolta siamo state più prolisse e quindi abbiamo ingannato tutti i lettori facendo loro credere che fosse un normalissimo inizio di post. Ci eravate cascati, eh ammettetelo. HAHAHA. Mi diverto con poco.

Ma passiamo alle tanto attese stupidaggini foto, che vi mostreranno come rendermi felice per il Natale e per iniziare bene l’anno. In pratica, è un riassunto per immagini delle mie vacanze finora trascorse, e il motivo per cui quando dovrò tornare a sc… a scuo… a… non riesco a dirlo, tirerò varie craniate al muro. Vi impongo ed ordino, grazie all’autorità di cui sono investita in qualità di padrona del blog, di passare il mouse su ogni obbrobrio foto.

Fase 1 – La goduria nostalgica

Fase 2 – Il desiderio libresco esaudito, ovvero: letture impegnate sotto l’albero.

Fase 3 – Spianata la strada per il nerdismo storico, ovvero:  la mia Toinette mi appare più vicina

E mò basta sennò mi vergogno. Comunque avete visto??? Avete pianto anche voi di gioia dopo aver ammirato finalmente la mia meravigliosa biografia di Marie Antoinette con i meravigliosi cioccolatini e i miei meravigliosi libri nuovi fatti di carta meravigliosa con un meraviglioso braccialetto e un sacco di altri meravigliosi regali che non ho fotografato perché non mi tirava?

Ah, che meraviglia. E vedete di non rompere con le storie dei Maya, ho bisogno di tempo per godermi il tutto.

Quando viene Dicembre (il cervello poverello)

Gente, sono ufficialmente entrata nel clima dicembrino dell’attesa. Attesa per non so bene cosa, a dire la verità, dato che non trovo più il lato religioso di niente. Io stessa non credo più nella religione. Ma voi che mi leggete da tanto tempo, ormai mi conoscete e ne avrete le banane piene delle mie sproloquianti dissertazioni teologiche. Sarà la crescita.

Ma un nuovo periodo di GROSSE GROSSE COLLABORAZZZIONI (cit.) si apre davanti a noi: le prime collaborazioni di cui posso darvi anticipazioni sono quelle coi libri scolastici (ayeah), ché qui ogni giorno siamo sotto test. Fra un Cartesio spalmato qui, una traiettoria infilata là, ormai nella mia testa c’è un intero album degli Avalanches che va a manetta. O se preferite, citando Il Barbiere di Siviglia, “Mi par esser con la testa in un’orrida fucina, dove cresce e mai non resta delle incudini sonore l’importuno strepitar/ Alternando questo e quello pesantissimo martello fa con barbara armonia muri e volte rimbombar/ E il cervello, poverello, già stordito, sbalordito, non ragiona, si confonde, si riduce ad impazzar“.

In compenso sento un terribile bisogno di rifarmi il guardaroba. Mi sembra di vivere nell’edizione autunno/inverno della terza media. Ma fra poco avrò la mia terribile vendetta del vascheggio! (Tale vendetta ha già avuto un glorioso inizio, quando con incedere cruento -cit.- mi sono sbizzarrita a comprare qualsiasi cosa mi capitasse sottomano nel magico mondo dell’Erbolario. E ho scoperto che probabilmente finirò con lo sposare una loro linea di cosmetici, forse proprio fra quelli che fanno uscire ogni anno a Natale).

Già, il Natale. Ovviamente anche quest’anno sarò un’orrenda consumista (e già vi ho introdotto l’argomento), rinforzata dalle mie recenti convinzioni agnostico-eretico-blasfemo-miscredenti (e già vi ho introdotto l’argomento). Regali, a me! Compratemi LIBRI! Tanti, tantissimi libri! Voglio che le pagine mi sommergano e mi escano dalle narici! Voglio dormire su un letto di tomi! Voglio un marito che, come unico requisito, sia capace di montare le mensole per i miei LIBRI! Non chiedo poi tanto.

Se poi abbiate anche voglia di aggiungerci un viaggetto (sì, ancora, non bastano mai), qualche soldino, un intero guardaroba nuovo… sarebbe maleducato rifiutare. Ah, e un’altra cosa. Smanio per ricevere una bella lettera scritta a mano. Con la carta da lettere colorata a tinte pastello, un fiorellino secco, qualche goccia di profumo… e una calligrafia svolazzante alla Jane Austen. Possibilmente di molte pagine. Que saudade.

P.S. Ho pure voglia di neve. Quindi non ho tardato a metterla sul blog. Enjoy!

Io e Jane: post letterario – autobiografico

“Qualche volta ho nei suoi confronti una sensazione curiosa, specialmente quando mi è vicina, come ora. Mi sembra di avere una corda nella parte sinistra nel mio petto strettamente legata a una corda analoga nella parte corrispondente della sua personcina. E se mare e terra si frapporranno tra noi, temo che quella congiunzione andrà spezzata, e ho la convinzione che comincerò a sanguinare dentro.. quanto a lei.. mi dimenticherà! (sig. Rochester – Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Questo libro ha attentato alla mia vita. E vi spiego perché. Da quando sono andata in biblioteca, luogo che ci fa assaggiare un antipasto di Eden, e ho deciso di fare amicizia con questo capolavoro, non l’ho più lasciato. Leggevo senza sosta, ogni pagina si portava inevitabilmente dietro l’altra come fossero scritte con sostanze che creano dipendenza. Quindi, andavo in giro per la strada con codesto libro in mano e non prestavo la minima attenzione a dove mettessi i piedi: mi sono imbattuta in ventordici pali della luce (tutti schivati all’ultimo momento), un fottìo di cani, altrettanti gatti e bimbi.

Non è la prima volta che faccio delle azioni eroiche del genere, infatti il tragitto fra la biblioteca e casa mia è testimone di cose che voi umani… ma torniamo al discorso. Jane Eyre: romanzo vittoriano, biografico, di formazione, gotico, d’amore, chiamatelo come volete; affronta un miliardo di temi, fra i quali anche in questo caso potete scegliere: l’essere donna, lo scontro fra passione e ragione, la società e i suoi strati, la redenzione e il pentimento, Dio.  Non sono certo io a dover fare un’analisi del libro in sé, o a parlarvi della geniale autrice Charlotte, perché di solito escono quei preamboli o quelle note di coda che io salto bellamente quando leggo i classici, quindi non ho la pretesa di sottoporle a voi, lettori (o meglio, dear Reader, come direbbe Charlotte). Ognuno legga il libro e si faccia la sua idea.

La mia idea è che io, lo dico senza presunzione, vanità o altro, sono Jane Eyre. Ho letto qualche libro, ma non mi sono mai identificata con un personaggio in modo così assoluto, empatico, incredibile. E invece adesso mi sono vista, mi specchiavo. “Povera, oscura, brutta e piccola“, e poi “magrina“, “pallida“, “dagli occhi verdi“, “esile“, “folletto“, tutto il contrario di come doveva essere una donna all’epoca. Ma una passione travolgente, che si infrange come un’onda sugli scogli delle convenzioni e delle altre persone (ho immaginato un paragone, piuttosto forzato se vogliamo, con la Dama di Shalott rinchiusa nella torre e impossibilitata a vedere gli altri se non con il suo specchio magico, così come il vero spirito di Jane è rinchiuso nel corpo di una istitutrice); un’intelligenza acuta, un carattere invidiabile… lei e il signor Rochester sono due uragani che si incontrano… mica come quell’antipatico moralista di Saint-John, personaggio spregevole ma interessante, la cui unica utilità alla trama è di controbilanciare il padrone di Jane.

Poi c’è la Matta della soffitta, il doppio dell’eroina, che rappresenta i suoi istinti repressi e si prenderà la vista e la mano dell’amato. L’odiosa Blanche Ingram, uguale uguale a tante ragazze che conosco. La bella Rosemund, anche lei la rivedo in qualcuna che mi ronza attorno.

E io? Spero davvero che un Rochester ci sia anche per me.

(Finale zuccheroso)

Questo ucciderà quello

A Betty, che senza saperlo mi ha dato lo spunto per il momento “Rabbia Diabolica”.

E adesso qualcuno mi spieghi. Ho proprio bisogno di uno squarcio di luce ad illuminare l’oscurità dell’ignoranza. Mais pourquoi, mais pourquoi. Perché tutti i libri dichiarati come “narrativa per ragazzi” devono essere talmente, irrimediabilmente, inconfutabilmente, chiaramente così stupidi? E’ un dubbio che mi attanaglia da un po’.

Un tempo Platone disprezzava l’uso della scrittura, per lui era solo un insieme di trattini indegni di rappresentare il pensiero: sfogliando certi wannabe scrittori viene quasi da dar ragione al famoso filosofo. Alcuni aborti del pensiero che nascono dalle tastiere (mai dalle menti) di qualche sfigatiello non possono per nulla definirsi libri, bensì poco meno che rutti di cervo.

Ora: i gusti son gusti. Un libro può piacere o no. Però, lasciatemelo scrivere, due sono le cose che più sento il dovere morale di denunciare:

1. I poveri ed innocenti alberi che vengono abbattuti, creando danni incalcolabili alla natura e all’umanità, per dare alle stampe dei veri insulti all’intelligenza umana come questo.

2. L’idea di fondo che tutti gli adolescenti siano stupidi/ignoranti/caproni/vuoti/senza pretese letterarie/eccetera eccetera, scegliete voi l’ipotesi peggiore. Non per fare la fighetta, ma vi basterà leggere qualcosina in questo blog (sissignore, la scrivente ha quindici-anni-quasi-sedici) per smentire in blocco qualsiasi illazione del genere. Spiegatemi perché, se una persona ha dai 13 ai 18 anni, deve per forza rientrare nella categoria dei cretini. Ma vi siete visti voi, cosiddetti adulti che infangate il buon nome degli adulti veri? Sarete mica tutti dei diamanti grezzi. Anzi, più generalizzate sull’età in cui navigo, più ci fate la figura dei grulli.

Sono la prima a scherzare su me stessa e sui miei coetanei, a prendere in giro le nostre pare, le nostre difficoltà, la voglia di sembrare più grandi. Però, da qui a dire che siamo tutti cojones ce ne passa. Guardate fin dove mi spingo: pur di spiegare meglio il concetto, uso addirittura la temibile Miss Matematica. Piccola proporzione:

Numero di adulti cretini : Totale adulti = Numero adolescenti cretini : Totale adolescenti

Traduco. Il numero di adulti cretini sta al totale degli adulti viventi come il numero di adolescenti cretini sta al totale degli adolescenti altrettanto viventi. Non è difficile. Sono grandezze direttamente proporzionali. Più aumenta una, più aumenta l’altra. Non chiedetemi come ci sono arrivata, non lo so manco io.

Il punto è questo: per le case editrici la suddetta proporzione non esiste. Tutti gli adolescenti sono cretini. Ed io, in quanto orgogliosamente non cretina, mi sento piuttosto offesa. Ormai dei vomiti di cinghiale firmati Federico Moccia se n’è parlato e riparlato, e se le grandi case editrici decidono (ogni morte di Papa) di puntare su un qualche esordiente per la narrativa giovanile, mi vanno a tirar fuori gente che con la scrittura ci azzecca quanto Bill Gates c’entra con la Apple. Fantasy? Voilà una certa Licia Troisi, fortunatissima che non fa in tempo a spedire il manoscritto e già ha il libro fresco di stampa. S’intende di armi come Topo Gigio. E scusate se da una scrittrice di fantasy e guerra mi aspetto almeno una minima nozione sull’arte militare. Gli euro spesi peggio in tutta la mia libreria personale sono quelli per il suo pseudolibro. Romanzi rosa? Tatan, sbuca dal cilindro tale Rossella Rasulo, esponente importantissima del “non sono bimbominkia perché non uso la k”… qualcuno le spieghi che per scrivere bene serve qualcosina in più del che accessoriato con c+h. Una produzione letteraria profonda come i pensieri di Noemi Letizia, e ho detto tutto. Chissà se il “libro” della Rasulo, compreso l’ultimo di Moccia, è utile almeno per accendere un falò.

Concludo, come è ormai prassi (vedi qui), con un appello: ci sono ragazzi a cui piacerebbe leggere qualcosina di più. E’vero, si possono sempre scegliere libri per adulti, ma almeno fate nascere nelle nuove generazioni l’amore per la lettura. Abbandonate il credo del “guadagno ad ogni costo” e del famoso “qualsiasi cosa va bene per i giovani, purché comprino”. Ve lo chiedo per favorissimo. M’inginocchio, anche sui ceci, se volete. Non tanto per me, che ci ho fatto il callo e ormai leggo prevalentemente libri “da grandi” (grazie, Madre Natura, di avermi donato una mente perversa sin da piccola). Quanto per i ragazzini, i preadolescenti e i bimbi, che si affacciano o si stanno per affacciare alla finestrella della narrativa giovanile. Non rendiamoli tutti bimbiminkia, per l’amor del Cielo. O i libri uccideranno davvero, senza dover necessariamente crollare sulla zucca di qualcuno.

That’s all, folks.