Come un giorno a Trieste può svelare ricordi e tesori

(Ah, molto presto scriverò qualche altissima critica cinematografica su Frozen perché così è deciso)

Ecco, salve, ehm, ci sono. Nonostante tutti i muri contro i quali sto sbattendo il nasino ultimamente (ma anche alcune soddisfazioni che sto vivendo, non è giusto svalutare sempre le cose belle a vantaggio della negatività) ho finalmente trovato il tempo di scaricare e mettere a posto qualche foto dalla splendida Trieste.

Allora. Ho visitato Trieste a inizio Ottobre, un po’ prima del mio compleanno e dei grandi cambiamenti che poi sarebbero seguiti. Da tanto volevo farlo, anche perché pensare alla grande atmosfera letteraria che vi si respira(va) e a quella posizione a metà fra la tradizione italiana e quella mitteleuropea, all’insieme straordinario di culture, dialetti, montagne, mare, roccia, castelli, storia, Asburgo, caffè e chiesette mi metteva euforia.

Particolarmente pericoloso per la mia salute mentale e i miei improvvisi slanci di entusiasmo storico è stato visitare il castello di Miramare. Il destino del povero Massimiliano (o Maxy, come lo chiamo io) e di Carlotta mi rende triste quasi come il ricordo della biblioteca di Alessandria. Ma ora passiamo a rovinare questi pochi appunti con le foto che ho tentato di scattare, e ricordate amici miei, passare il mouse sulle immagini non costa nulla ma dà grande soddisfazione (ad uno psicanalista)!

In rigoroso ordine “come capita”:

[All'interno del castello di Miramare è proibito fare foto e riprese, non prendetevela con me]

statua

fontana

Purtroppo ci sono note dolenti. Questi territori non sono tutti armonia mitteleuropea, affascinanti monumenti storici e nostalgie austriache. Considerato l’importante centenario che ci si appresta a “celebrare” (mai verbo mi è suonato meno appropriato), ovvero 1914 – 2014, Prima Guerra Mondiale, era d’obbligo, anche solo per cultura / esperienza personale, passare per l’imponente sacrario di Redipuglia. La zona è quella carsica fra Trieste e Gorizia. Il luogo è un immenso parco adibito a cimitero monumentale, con lapidi dalla riconoscibile estetica fascista, che però rende ancora la sensazione di un certo sgomento nel visitatore. Non solo per le targhe all’entrata, ma anche per l’inquietante ripetizione della parola “presente” sopra ai nomi dei tantissimi soldati caduti, come avveniva ogni giorno all’appello, e come è avvenuto, in un certo senso, nel momento della morte.

redipuglia presente

redipuglia lapide

trincea

Per concludere con un’immagine più leggera, ecco qui la splendida Trieste, vista da un’altura

trieste

 Spero di essere tornata abbastanza degnamente dopo la pausa di un mese abbondante. Fatemi sapere di voi, amici. Siete mai stati a Trieste? Io sono rimasta assolutamente incantata, e mi sto interessando sempre più alla storia di questi territori, anche perché ultimamente le famose questioni foibe/Irredentismo/Presa di Fiume/sloveni/minoranze etniche/Indipendentismo/esuli istriani stanno generando sempre più ampi dibattiti. Se solo si potesse condividere questi tesori e queste memorie fra tutti, custodendo le lezioni del passato e ammirando l’arte e la cornice naturale.

Ma basta con le banalità, torniamo a formare dei circoli letterari partendo da qui, sulle orme di Svevo e Joyce! Avanti, impillolati miei, date sfogo alle idee!

Racconti brevi (un regalo di fine anno)

Perché al mondo c’è sempre bisogno di leggere le mie boiate.

Racconto breve 1: L’ungitrice di teglie

C’era una volta, nel paese degli Arancini Scoppiati [CLICK], una giovane pulzella incerta del suo futuro, che però di una cosa era assai sicura: voleva dimenticare gli errori passati e provare, per inaugurare il nuovo anno degnamente, di essere una vera Donna Di Casa. Le convenzioni sociali del paese degli Arancini Scoppiati prevedevano che le vere Donne Di Casa sapessero cucinare. Questa pulzella aveva evidenti difficoltà a riguardo.

La nostra eroina era anche stufa e arcistufa di veder cucinate sempre le solite cose, per quanto buone, giacché l’abitudine è la morte di ogni cosa buona. Decise quindi, in un impeto dettato probabilmente dalla giovane età e dalla conseguente irruenza adolescenziale, di radunare accanto a sé qualche fedele suddito per avere supporto morale, ma poi chissenefrega del supporto morale, in realtà voleva solo far fare agli altri il lavoro sporco per prendersi i meriti finali.

Dunque, essendosi cocciutamente messa in testa che il prossimo capolavoro culinario sarebbero stati degli gnocchi alla romana [CLICK per la ricetta] (per tutto il tempo chiamati “gnocchi romani”), la Nostra mise della musica dei Belle & Sebastian, impartì ordini alla ciurma e si compiacque di come ogni cosa filasse liscissima. Fino al momento fatale della domanda trabocchetto.

Uno dei sudditi si permise, con irriverenza evidentemente spropositata, di porre alla pulzella di buona volontà la seguente domanda:

“Ma senti un attimo… te sei capace di separare i tuorli dall’albume?”

Parole grosse. Parole di quelle che mettono in questione tutta una vita. Il suddito ne era ben consapevole, mentre con una mano spaccava il guscio dell’uovo, con l’altra faceva piroettare il nucleo rosso, e concludeva il gioco di prestigio separando le due parti in due distinte ciotole. Questo fu il momento in cui la protagonista si sentì colpita dritto nell’orgoglio: e che ci vorrà mai? Prese un uovo. Lo torturò un po’ sul bordo di ceramica. Tirò nel punto in cui si era formata la crepa, prontissima ad afferrare il tuorlo prezioso con l’altra metà di guscio.

SPLAT!

Qualcosa andò storto. Un cadavere arancio scuro si squagliava fra le sue dita. Bava trasparente, chiara d’uovo, filamenti inquietanti di quello che un giorno sarebbe potuto diventare pulcino, tutto assieme in un mischione ormai inutilizzabile. Una disfatta bruciante, la sfiducia delle truppe, la perdita della battaglia.

Fu così che la ciurma, previa democratica votazione, deliberò l’ammutinamento, organizzò un No Uovo Day, ostracizzò la sua legittima sovrana spedendola lontano dal paese degli Arancini Scoppiati. La pulzella infelice venne così relegata con disprezzo, durante l’esilio, ad una più consona occupazione: non essendo in grado di cucinare (e soprattutto di separare i tuorli dall’albume), fu costretta a passare il resto della giornata ad ungere le teglie da infornare. Le teglie erano grandi e il burro poco.

Ma in questo momento di difficoltà, ecco che non tutti i mali vennero per nuocere e la ragazzina capì finalmente quale mestiere avrebbe potuto fare fino alla fine dei suoi giorni: grazie al suo lavoro inizialmente disprezzato, apparentemente poco dignitoso ed inutile, gli gnocchi degli altri (quelli che sapevano separare i tuorli dall’albume) non si sarebbero bruciati.

Epilogo: fatto sta che gli gnocchi vennero buonissimi.

Fine del racconto breve 1.

Racconto breve 2: Il meraviglioso mondo dell’urna

Era una giornata come le altre, apparentemente tranquilla e banale, esattamente come l’incipit di questo racconto. Ma spesso, anche gli incipit più banali possono nascondere svolgimenti sensazionali, esattamente come il racconto stesso che andate a leggere.

Insomma, se vi siete stancati di similitudini incrociate e altri ragionamenti senza chignon né coda, tenete duro e andate avanti. In questa giornata apparentemente tranquilla, che come avrete capito dall’avverbio “apparentemente” non sarà stata tranquilla a lungo, l’odio e la misantropia regnavano placidamente come al solito. Le foglie seguivano la loro usuale traiettoria a spirale per lanciarsi a terra. I miei capelli erano spettinati. Insomma, per farla breve sennò non sarebbe un racconto breve, come un fulmine a ciel sereno ecco che avvenne l’inaspettato.

Suonarono alla porta. Andai alla porta. Aprii la porta. Rimasi sulla soglia della porta. (Se ve lo state chiedendo, la protagonista della vicenda non è la porta.) E chi spuntò? Non un assassino, non un testimone di Geova, non un venditore di aspirapolvere, ma un individuo che da subito m’insospettì, perché portava i caratteristici indumenti da lavoro delle Poste Italiane. Senonché scoprii che l’individuo vestito da postino era un postino. Egli fece una tipica azione da postino, cioè mi consegnò una lettera.

Non è vero: non era una lettera, bensì una cartolina (perché bisogna essere precisi quando si scrive, quindi sappiate anche che l’ora esatta era 16:36, c’era il sole già in fase di tramonto, spirava una leggera brezza da nord-ovest, ero vestita di blu). Codesta benedetta cartolina diceva, in poche parole: “La Signoria Vostra è invitata a presentarsi qui alla tal ora per ritirare la sua tessera elettorale”. E subito la mia espressione fu identica a quella della Madonna dei Sette Dolori con tanto di pugnali e lacrime. (Così intanto abbiamo esaurito la suspence)

Per prima cosa, fu un duro colpo vedermi chiamare “Signoria Vostra”. Poi la notizia mi aprì un variegato ventaglio di possibilità, una volta ritirato l’inquietante documento – per citarne qualcuna: non andare a votare (immediatamente scartata), scrivere il mio nome sulla tovaglia con sopra i simbolini carucci dei partiti, scrivere parolacce e disegni osceni sulla suddetta tovaglia, chiudere gli occhi e puntare la matita a caso, votare scheda bianca (già scartata anche questa per coerenza),…

Fu così che rimasi lì, in quella giornata irrimediabilmente cambiata, con quella cartolina appoggiata sulle gambe e il mio sguardo perso in ansie e timori, proprio come nel quadro Ricordo di un dolore di Pellizza da Volpedo. [VEDI]. Niente sarebbe stato più lo stesso.

Andai a farmi un tè.

Amara fine del racconto breve 2.

Chemically calm

Gente.

Sono qui: sono tornata. Anche se in realtà non me ne ero nemmeno andata.

Allora, diciamo che ultimamente ne ho viste così tante da aver proprio bisogno di catarsi. Faccio l’unica cosa che sono in grado di fare quando ci sono tanti problemi: mi preparo il tè e lo sorseggio. Son fatta così, è meglio dell’aspirina, è la panacea. Magari un giorno vi ammorberò per bene con un post tutto dedicato.

Poi magari vi racconterò anche di tutto quello che è successo, e chiederò anche una curiosità ai miei eventuali lettori marchigiani (dai! Non mi dite che non c’è nessuno delle Marche fra noi impillolati!). Anzi no: pongo subito la questione. Quanti accidenti di dialetti/accenti avete nella vostra regione? Perché ho incontrato dei volontari della Protezione Civile Marche (simpaticissimi e in gamba) che parlavano con un misto di toscano e umbro molto chic.

Comunque, ora che sono uscita dal protettissimo bunker del mio pensiero, quel luogo nascosto dal quale mi spreco a giudicare Tutto e Tutti – sperando di non essere da Tutto e Tutti ricambiata – posso dirvi che ho bisogno di rinnovamento e freschezza. Difatti, a meno che non abbiate direttamente letto il post senza guardarvi in giro, in preda alla crisi d’astinenza, avrete di sicuro notato la nuova testata, altrimenti detta La Fighissima Illustrazione Personalizzata Per Me Che Nessuno Può Copiare In Stile Jugend Anni ’20 creata da quella anima eletta di Fed. Ditemi voi se non è una meraviglia: colgo l’occasione per ringraziarla, eleggerla mia illustratrice ufficiale (spero che voglia farmene altre, fra un impegno e l’altro), farle gli auguri per il futuro.

Poi vi presento anche la mia nuovisssssima GROSSA GROSSA PAZZA collaborazione con un sito veramente ben fatto e ben pensato, noto come Hey Kiddo.  Trattasi di un magazine online che si occupa di letteratura, con il target speciale di bambini e adolescenti, ma interesserà sicuramente anche gli adulti. Pensate che mi hanno addirittura dato la possibilità di una rubrica personale, dalla quale, come una specie di balconcino, sbircerò letture, autori e soprattutto scuola, avendo la privilegiatissima posizione di una che a scuola ci va ancora. Le mie opinioni non richieste vi invaderanno quindi con un mezzo in più: che altro si può volere dalla vita? Ah, già, dimenticavo: questo è il mio primo articolo.

Detto ciò, e aggiornati i miei amati concittadini del comune Pillole (VT), vi regalo una canzoncina per risollevarci il morale.

Onde e liste importantissime

Salve salvino.

Sì, sono proprio io. Quella che intasa il vu vu vu, ogni tanto, e poi sparisce per un po’ risucchiata dalle onde.

Ogni tanto (a volte ritornano) la si ritrova a postare, tanto per far capire al mondo che non si è ancora gettata in qualche fiume o che la schizofrenia non sta prendendo il sopravvento. Non mi hanno ancora rinchiusa in qualche centro per disintossicazione da pc, muffin o muffin visti col pc, pensate! C’è davvero una speranza per tutti.

E quest’ultima frase è da tenere bene in mente, se consideriamo che ci sono un sacco di novità sia per me che, udite udite, per i miei pazienti lettori. (O i miei pazienti e basta? Dai, che qualche risata ve la fate.)

Prima di tutto, il magazine con cui collaboro ha un sito tutto nuovo: http://www.clammmag.com/ . E voi LO VISITERETE because of reasons. La grafica è un capolavoro, vi dico solo questo. Correte, siete ancora qui?

Poi: se anche voi cinguettate nel mondo di twitter (e allora mi seguirete di ceeeeerto), sappiate che settimanalmente potrete leggere un mio contributo su @TweetDisco54. A volte saranno testi letterari commentati da me (cioè, diciamo che ci provo), a volte invece sarò proprio io a scrivere (cioè, diciamo che).

Non è finita! Per darvi una specie di anticipazione, una priviù che nemmeno le collezioni della Fashion Week a Campana di Sotto, sappiate che ho anche un’altra collaborazione in vista a cui tengo molto. Cioè, vi rendete conto di quanto sto lavorando per voi?  - In verità mi diverto un sacco, non sentitevi in colpa.

E anche queste comunicazioni di servizio hanno lambito la costa, per tornare alla vecchia parola chiave che mi perseguita e mi ossessiona drammaticamente: l’onda. Ci stavo ragionando ultimamente, sotto l’influenza di varie persone, letture e note: tutto è onda, l’onda è tutto.  La luce, il tempo, le nostre emozioni. E’ un mindblown di proporzioni epiche, anche perché non ci si può fare niente se non vivere i nostri giorni e basta. Io spero veramente che i buddhisti, sulle loro teorie di reincarnazione, abbiano ragione – non che mi interessi in cosa posso essere trasformata, purché non in un’orrida cimice, l’eterna nemica –  altrimenti sarebbe una mezza fregatura. Da non dormirci la notte. E voi lettori, fedeli nella gioia dei link, mi rimarrete fedeli anche nell’insonnia: sennò che rapporto è?

Chiudo questi drammi con una lista, sperando di alleggerire la risacca del mare, ripresa dal post della mitica Sarinski – lei stessa è da incolpare per questa mia uscita, dato che voleva leggerla. Si tratta dell’  elenco degli esseri umani (e non) che mi piacciono di più al mondo. Alcuni li abbiamo in comune. Lista in continuo aggiornamento, se mi andrà.

* Una delle mie identità, non tutte assieme però.

* Tutte le identità dei miei genitori

* Luna principessa argentata

* Tortellino, gatto infedele

* Adeline Virginia Stephen in Woolf

* Charlotte Brontë in Nicholls, Emily Jane Brontë, Anne Brontë – il cosiddetto Brontësauro.

* La suora che non vuole che io diventi bigotta

* Durante Alighieri

* La trollface

* Saylor Nebbia (Lo so che si chiama Saylor Mercury, bellissimo cognome fra l’altro, ma io e le mie amichette l’abbiamo sempre chiamata così)

* Farrokh Bulsara

* Tilda Swinton e Tina Fey assemblate in un Transformer

* Vivian Mary Hartley, Lady Olivier

* Il pianista Sam

* Quello strano coso verde dei sofficini che ti slinguazza sullo schermo dicendo “Tu non hai fame?” [Forse è un camaleonte, ma non mi ricordavo come si chiamasse, ndr] [La Sarinski suggerisce, dalla regia occulta, il nome: CARLETTO!]

* Maga Magò

 * Chocola di Sugar Sugar Rune

* il gatto Salem

* Budicca, che non si scoraggia micca. Fa schifo la rima, ed è pure scorretta, ma la tentazione era troppo forte

* Lady Gaga

* Jo Calderone

* Vita Sackville – West

* Anne Frank

* Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart

* Maria Cristina Beatrice Teresa Barbara Leopolda Clotilde Melchiora Camilla Giulia Margherita Laura Trivulzio Belgiojoso. (Trolololololol)

* La Ragazza con la Valigia

* Giovanni Pico dei conti della Mirandola e della Concordia

* Albert Einstein

* Sergio Conforti

* Robert Downey Jr

* Benedict Cumberbatch

* Quelli che hanno cantato la canzone del Me gusta

* Fabrizio de André

* Margarita Carmen Cansino

[suggerimenti? Ho scordato tutti, lo so]

Festa uguale libri.

Partecipo con piacere al meme libresco che è rimbalzato sul mio blog da Piccolo sogno antico. Così potrete bearvi delle mie bellissime 30 risposte, e tanto per cambiare parleremo di libri.

1.  Il tuo libro preferito: Jane Eyre, di Charlotte Brontë – ma noooo, non l’avreste mai detto, vero?

2. La tua citazione preferita:Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Italo Calvino, Il visconte dimezzato

3. Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto. Barney Panofski in La versione di Barney, di Mordecai Richler. Per capire la mia scelta, bè, non posso dire altro che “leggetevi il libro!”.

4. Il libro più brutto che tu abbia mai letto. Mmmm, l’indecisione mi dilania. Forse, la pietosa imitazione di chick-lit infarcita di volgarità gratuite che vedete qui.

 5. Il libro più lungo che tu abbia mai letto. Anna Karenina, di Lev Tolstoj

6. Il libro più corto che tu abbia mai letto. Non ne sono sicura, ma credo Il corpo sa tutto di Banana Yoshimoto.

 7. Il libro che ti descrive. Oltre al già citato Jane Eyre, direi che posso ritrovarmi già nel titolo di Una ragazza fuori moda, di Louise May Alcott.

8. Un libro che consiglieresti. Il mulino sulla Floss, di George Eliot – il primo libro che ho seriamente letto in inglese, tutto intero eh!

9. Un libro che ti ha fatto crescere. Diario, di Anne Frank

10. Un libro del tuo autore preferito. Come non citarla… potrei mettere qualsiasi libro scritto da lei, ma propendo per Gita al faro, di Virginia Woolf

11. Un libro che prima amavi e che ora odi. I love shopping, di Sophie Kinsella. La saga in generale, direi…

12. Un libro che non ti stancherai mai di rileggere. L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery

13. Il libro che in questo momento hai sulla scrivania. Racconti, di Edgar Allan Poe – e altri otto libri che formano una montagna instabile e minacciano il comodino. Sono tutti sepolti uno dall’altro.

14. Il libro che stai leggendo in questo periodo. Le onde, di Virginia Woolf

 15. Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi   Ciò che ho descritto in questo francese era solo l’effetto di una intelligenza sovreccitata e forse malata. (I delitti della Rue Morgue, Edgar Allan Poe)

16. La tua copertina preferita. Mi piacciono tutte le copertine che abbiano un quadro, un dipinto, anche se non famoso. Quelle della Penguin, per esempio, sono fantastiche. Ce n’è una disegnata, però, che adoro…

17. Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno. Holly Golightly in Colazione da Tiffany. E non perché nel film è interpretata da Audrey Hepburn…

18. Il primo libro che hai letto. Dev’essere stato uno di Geronimo Stilton, oppure La nuvola Olga.

19. Un libro il cui film ti ha deluso. Innumerevoli, l’ultimo è senza dubbio Jane Eyre con quella mummia della Wasikowska.

20. Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse. Orgoglio e Pregiudizio, di Jane Austen. Mi ritrovo perfettamente in Elizabeth Bennet! (Poi vabbè, c’è sempre Jane… ma rischio di diventare monotematica.)

21. Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te. Igiene dell’assassino, di Amélie Nothomb

22. Un libro che hai letto da piccola. Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, e il libro in sé e un paese delle meraviglie.

23. Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita. Direi Marina di Carlos Ruiz Zafón, delusione incredibile. La versione venuta male de L’ombra del vento.

24. Il libro che ti fa fuggire dal mondo. Cime Tempestose di Emily Brontë, vado con la testa a vagare per le scogliere brulle dello Yorkshire.

25. Un libro che hai scoperto da poco. Il crepuscolo celtico di Yeats, preso ieri in biblioteca… conoscevo le sue poesie, ma ora finalmente ho una raccolta!

26. Un libro che conosci da sempre. I viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift

27. Un libro che vorresti aver scritto. Fra i miliardi che ho in mente, Il maestro e Margherita, di Michail A. Bulgakov e 1984, di George Orwell.

28. Un libro che farai leggere ai tuoi figli. Piccole Donne, di Louisa M. Alcott e Ventimila leghe sotto i mari, di Jules Verne

29. Un libro che devi ancora leggere. HAHAHA L’ho capita! Questa era spiritosa. Ho il mondo intero ancora da leggere.

30. Un libro che ti ha commosso. Qui devo confessarlo, ci sono due storie entrambe legate ai cani. Forse gli unici libri che mi abbiano fatto piangere, perché io ho questa cosa che le morti degli esseri umani – raccontate, beninteso – non mi toccano mai quanto le morti degli animali. Mah. Comunque: Io e Marley, di John Grogan, e la più inesauribile fonte di lacrime al mondo… Flush, biografia di un cane, di Virginia Woolf.

P.S. La festa a cui alludevo nel titolo è, ovviamente, quella della Pasqua. Quindi vi lascio con un agnostico augurio… Buona Pasqua:

Feste, suicidio, io e Virginia Woolf

Oh, Mrs Dalloway, dai sempre feste per coprire il silenzio.

(The Hours, film di Stephen Daldry, 2002)

Ogni volta che organizzava una festa sentiva di perdere la propria identità così come ciascuno diventava irreale sotto un certo aspetto; molto più reale sotto un altro. Era, pensava, in parte per via dei vestiti, in parte perché si usciva dal proprio ambiente abituale, in parte per lo sfondo; era dunque possibile dire cose che altrimenti non si sarebbero mai dette, cose che richiedevano uno sforzo; era possibile andare assai più in profondità.

(Virginia Woolf, La Signora Dalloway, traduzione di L. R. Doni)

Sono tornata, ed anche troppo, perché il post è più  lungo di quanto avessi voluto.

Mentre voi siete lì a cercare disperatamente un costume per il Carnevale, nel bel mezzo della drammatica scelta per decidere quale sia più figo (da Zorro, molto anni ’70? Da Angela Merkel o da Spread, buttandoci sull’attualità? Da tramonto occidentale?), io sono presissima con avvenimenti che hanno dell’inquietante.

Avete presente il famoso detto “la tua reazione ad un libro dipende tutta dal momento in cui lo leggi”? Se non l’avete presente fa lo stesso, perché l’ho appena inventato io. Fatto sta che mi sono imbattuta in questo La Signora Dalloway, io in realtà non volevo, ma mi sorrideva e mi ammiccava come un pasticcino sul bancone di Foucher. Così sono letteralmente caduta amorosa di Virginia Woolf; l’ho detto, lo ammetto, è ormai entrata nel mio Paradiso artistico eterno ed incorruttibile assieme alle Brontë eccetera eccetera. La domanda che adesso vi attanaglierà senza tregua sarà di certo: “Cosa mai potrà piacerle tanto di lei?” Bene, siore e siori, non ne ho idea. Sarà l’insieme, tipo una che ha il naso orrendo, gli occhi da triglia, la bocca a papera ma poi il viso nel complesso, per qualche misteriosa legge della natura, è una meraviglia.

Ecco, Virginia è, oltre che geniale, molto sola. Combatte contro tutti, ha un carattere forse duro ma estremamente ironico (si coglie dai romanzi), è una persona difficile perché difficili sono le prove che ha dovuto sopportare. Mi affascina il modo in cui veniva affrontato ai suoi tempi il disturbo bipolare, la psicosi, o anche l’orientamento omosessuale. Ma ancora di più sono incantata dallo stile della scrittura,  perché non si capisce fino a che punto sia prosa o poesia: i contorni sono sfumati come un tratto di Leonardo da Vinci, e sempre sullo stesso principio dello sfumato si basa la tecnica del flusso di coscienza. Ci immergiamo nel pensiero di un personaggio, nato da fatti o oggetti quotidiani e poco importanti, per poi lasciarci trasportare dalla corrente (flusso, stream appunto) nella testa di un altro, perché magari questi due pensieri hanno un punto in comune, o perché entrambi i personaggi stanno guardando/facendo/subendo la stessa cosa. Ma la domanda è sempre la stessa: dove finisce una riflessione e ne inizia un’altra? E poi il grandissimo tema del tempo, visto in modo originalissimo… non fatemi iniziare a parlare del tempo perché qui purtroppo scorre normalmente, non come nei romanzi.

Tutto questo per tornare ai due avvenimenti inquietanti che ho vissuto durante la lettura della Woolf, uno serio, uno molto meno. Il primo: ho avuto a che fare con un paio di feste, più di quanto non debba averne a che fare normalmente. E io ho un atteggiamento molto strano nei confronti delle feste organizzate apposta per *inserire verbo a caso che indichi azione idiota, es. bere troppo, drogarsi, limonare male, ingozzarsi peggio. Se è in gergo ggggiovane meglio*; le trovo una cosa pressoché inutile, un modo di evadere neanche troppo proficuo od originale, anche se il mio giudizio (come sempre) bacchettone varia da circostanza a circostanza. Però, lasciatemi dire che trovarsi in mezzo a dei Papà Gambalunga che si divincolano come tarantolati credendosi fighi, o avere nelle orecchie la solita tunz tunz bebi aim secsi end ai no it, mi sta parecchio sulle balle. Non pretendo un locale con il cast originale di Grease al completo e Wagner in sottofondo, ma cazzo, capitemi: c’è anche della dance di qualità, perché sprofondare sempre inevitabilmente verso il basso?

Il secondo avvenimento: un fulmine a ciel sereno. Una persona giovanissima che conoscevo si è gettata dalla finestra di un palazzo. Bam. Così. Poi mi si rimprovera che non ho voglia di festeggiare. E’ che, sembra una frase fatta, ma queste cose fanno pensare. Perché non te lo aspetti mai, sono sempre tutti così sorridenti e sicuri, e invece. E invece vai a sapere quante maledette sfaccettature può avere un’anima.

Ora, per chi di voi non avesse letto il libro o non se lo ricordasse, o fosse stato distratto durante la lettura sia del romanzo sia del mio post, dedico un’energica tirata d’orecchie e una spiegazione. La cosa che mi ha veramente lasciata di pietra è stata la doppia coincidenza di questi avvenimenti durante l’immersione nel libro: sono coinvolta in feste mentre Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo, passa una giornata in preparativi per una festa. Vengo a sapere di un suicidio, tragico nella sua semplicità e nell’impatto che ha avuto anche su di me, e il giorno dopo leggo di Septimus Warren Smith che si toglie la vita… indovinate come? Buttandosi dalla finestra.

Tutto questo avrà pure un significato, oltre a poter essere benissimo il tema di una puntata di Voyager. E ad essere la prova schiacciante della mia paranoia.

P.S. Virginia era anche parente di Thackeray e di un servitore di Maria Antonietta (lovvo!). Il primo articolo che ha pubblicato su un giornale è stato sulla famiglia Brontë, come me! Ora devo solo impazzire ed è fatta.

Ceci n’est pas un post

Dato che ho la profonda convinzione, riguardo al Natale, di dover dare sempre la massima importanza all’aspetto spirituale, di non abbandonarmi a triviali istinti consumistici e soprattutto di non far prevalere la parte orrendamente materiale di me… e aggiungendo anche che da un po’ di tempo sono sprofondata nella più nera pigrizia, complici le vacanze, quindi non ho una mezza voglia di scrivere che sia mezza… ho combinato le due cose per deliziarvi con un secondo post di brutte foto scattate da me (il primo era quello parigino), ma non fateci l’abitudine perché quando faccio foto mi sento stupida, mi agito, mi tremano le mani e combino casini. Non vorrete essere responsabili del mio internamento in qualche sanatorio amorevole per pazzi.

E questo era il piccolo preambolo, che di solito nel mio blog è sempre stato un trafiletto cortissimo in corsivo e allineato a destra, ma stavolta siamo state più prolisse e quindi abbiamo ingannato tutti i lettori facendo loro credere che fosse un normalissimo inizio di post. Ci eravate cascati, eh ammettetelo. HAHAHA. Mi diverto con poco.

Ma passiamo alle tanto attese stupidaggini foto, che vi mostreranno come rendermi felice per il Natale e per iniziare bene l’anno. In pratica, è un riassunto per immagini delle mie vacanze finora trascorse, e il motivo per cui quando dovrò tornare a sc… a scuo… a… non riesco a dirlo, tirerò varie craniate al muro. Vi impongo ed ordino, grazie all’autorità di cui sono investita in qualità di padrona del blog, di passare il mouse su ogni obbrobrio foto.

Fase 1 – La goduria nostalgica

Fase 2 – Il desiderio libresco esaudito, ovvero: letture impegnate sotto l’albero.

Fase 3 – Spianata la strada per il nerdismo storico, ovvero:  la mia Toinette mi appare più vicina

E mò basta sennò mi vergogno. Comunque avete visto??? Avete pianto anche voi di gioia dopo aver ammirato finalmente la mia meravigliosa biografia di Marie Antoinette con i meravigliosi cioccolatini e i miei meravigliosi libri nuovi fatti di carta meravigliosa con un meraviglioso braccialetto e un sacco di altri meravigliosi regali che non ho fotografato perché non mi tirava?

Ah, che meraviglia. E vedete di non rompere con le storie dei Maya, ho bisogno di tempo per godermi il tutto.

Io e Jane: post letterario – autobiografico

“Qualche volta ho nei suoi confronti una sensazione curiosa, specialmente quando mi è vicina, come ora. Mi sembra di avere una corda nella parte sinistra nel mio petto strettamente legata a una corda analoga nella parte corrispondente della sua personcina. E se mare e terra si frapporranno tra noi, temo che quella congiunzione andrà spezzata, e ho la convinzione che comincerò a sanguinare dentro.. quanto a lei.. mi dimenticherà! (sig. Rochester – Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Questo libro ha attentato alla mia vita. E vi spiego perché. Da quando sono andata in biblioteca, luogo che ci fa assaggiare un antipasto di Eden, e ho deciso di fare amicizia con questo capolavoro, non l’ho più lasciato. Leggevo senza sosta, ogni pagina si portava inevitabilmente dietro l’altra come fossero scritte con sostanze che creano dipendenza. Quindi, andavo in giro per la strada con codesto libro in mano e non prestavo la minima attenzione a dove mettessi i piedi: mi sono imbattuta in ventordici pali della luce (tutti schivati all’ultimo momento), un fottìo di cani, altrettanti gatti e bimbi.

Non è la prima volta che faccio delle azioni eroiche del genere, infatti il tragitto fra la biblioteca e casa mia è testimone di cose che voi umani… ma torniamo al discorso. Jane Eyre: romanzo vittoriano, biografico, di formazione, gotico, d’amore, chiamatelo come volete; affronta un miliardo di temi, fra i quali anche in questo caso potete scegliere: l’essere donna, lo scontro fra passione e ragione, la società e i suoi strati, la redenzione e il pentimento, Dio.  Non sono certo io a dover fare un’analisi del libro in sé, o a parlarvi della geniale autrice Charlotte, perché di solito escono quei preamboli o quelle note di coda che io salto bellamente quando leggo i classici, quindi non ho la pretesa di sottoporle a voi, lettori (o meglio, dear Reader, come direbbe Charlotte). Ognuno legga il libro e si faccia la sua idea.

La mia idea è che io, lo dico senza presunzione, vanità o altro, sono Jane Eyre. Ho letto qualche libro, ma non mi sono mai identificata con un personaggio in modo così assoluto, empatico, incredibile. E invece adesso mi sono vista, mi specchiavo. “Povera, oscura, brutta e piccola“, e poi “magrina“, “pallida“, “dagli occhi verdi“, “esile“, “folletto“, tutto il contrario di come doveva essere una donna all’epoca. Ma una passione travolgente, che si infrange come un’onda sugli scogli delle convenzioni e delle altre persone (ho immaginato un paragone, piuttosto forzato se vogliamo, con la Dama di Shalott rinchiusa nella torre e impossibilitata a vedere gli altri se non con il suo specchio magico, così come il vero spirito di Jane è rinchiuso nel corpo di una istitutrice); un’intelligenza acuta, un carattere invidiabile… lei e il signor Rochester sono due uragani che si incontrano… mica come quell’antipatico moralista di Saint-John, personaggio spregevole ma interessante, la cui unica utilità alla trama è di controbilanciare il padrone di Jane.

Poi c’è la Matta della soffitta, il doppio dell’eroina, che rappresenta i suoi istinti repressi e si prenderà la vista e la mano dell’amato. L’odiosa Blanche Ingram, uguale uguale a tante ragazze che conosco. La bella Rosemund, anche lei la rivedo in qualcuna che mi ronza attorno.

E io? Spero davvero che un Rochester ci sia anche per me.

(Finale zuccheroso)