Nebbia e freddo: It’s me, Cathy, I’ve come home, I’m so cold

Post di aggiornamento (e ridaje!) perché non ce la posso fare

Carissimi,

è la vostra Daria Morgendorffer degli anni ’10 che vi parla. (Ma quanto fa strano poter dire che siamo negli anni ’10, eh?)

Sono certa che sto impazzendo di nuovo.  Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E quindi, riparandomi con un impermeabile giallo canarino – la faccia di Enzocarla a tale orrore – dai temporali delle cime tempestosissime dove vivo, cerco di tirare un po’ il fiato.

C’è sempre nebbia ultimamente. I vetri appannati suggeriscono che la mia casa e la mia esistenza siano immerse nel fumo. Noi della zona ci siamo abituati. Abbiamo il carattere forgiato dalla nebbia, e io in particolare perdo tutta la voglia di uscire, o di vivere, che alla mia età sono un po’ la stessa cosa. Dicono che si possa fare sport anche al chiuso, se proprio c’è freddo freddo: prot. Non se ne parla. Ho già dovuto saltare la lezione di pilates (una cosa fighissima, peraltro, sento la schiena liberarsi come se fossi fatta di puro spirito), e ora ho raggiunto lo stato di pigrizia e immobilità tipico del letargo. Quelli in letargo sono come i sonnambuli, non vanno mai svegliati.

Avete presente la voglia di non fare niente niente niente niente? Quella che poi porta al rimorso per non aver effettivamente fatto niente niente niente niente?

Ecco.

Quella.

E adesso la smetto di scimmiottare malamente Virginia Woolf, lasciandovi con una chicca meravigliosa.