Membri onorari della nostra Setta: Yolande de Polignac

Prima di bruciarvi i neuroni col seguito: qualche tempo fa è uscito un mio articolo su HeyKiddo [QUI] che vi sarà utile se avete dei figli in età scolare, anzi, vi sarà utile e basta.

Un mio caro lettore (Mozart2006) mi ha gentilmente fornito un sottotitolo ulteriore al blog, ovvero La Setta dell’Ammmore. Vi dico soltanto che mai mi sarebbe potuta venire in mente una denominazione più appropriata, quindi sappiate che d’ora in avanti questo sgangherato spazio internautico sarà la base della suddetta Setta formata da me e dai miei lettori, supporter, fan, elettori, adoratori e schiavi servi della gleba aiutanti.

Ma veniamo alla composizione dettagliata del CdA:

1. IO, AL VERTICE SUPREMO. Padrona di casa e dittatrice unica, dotata dei poteri decisionali su qualsiasi cosa, condizioni atmosferiche comprese (Kim Il-Sung è solo un dilettante! E con questo ci siamo bruciati le visite nordcoreane). Quando sono triste, sul blog cade la pioggia. Se io dico che ho visto un unicorno di Swarovski, così è, e voi non oserete metterlo in dubbio.

2. I miei lettori, pazienti esseri umani che si degnano di sopportare il mio delirio sugli unicorni. I lettori verranno trattati da Sua Eccellenza Scintillante Me Stessa allo stesso democratico modo, in quanto inconsapevolmente membri della Setta. S.E.S.M.S. avrà un particolare occhio di riguardo per:

* Mozart2006 in quanto ideatore del nome e mente ingegnosa dietro a tutta la baracca (tipo Casaleggio con Grillo)

* La Ragazza con la Valigia in quanto Ragazza con la Valigia e mia sorella di madre diversa

* Tutti i blogger inseriti nella mia Sacra Blogroll, che non ho voglia di elencare di nuovo quindi andateveli a vedere voi

Le regole sono molto semplici:

I. Io ho sempre ragione

II. Il nome della Setta è utilizzabile solo da coloro che ne fanno parte, quindi tutti voi che state leggendo, ma esclusivamente ricordandosi della tripla M nella parola “Ammmore”. Qualsiasi infrazione sarà punita con mille foto di turisti nordeuropei in calzino bianco e infradito.

III. Ci sono quattro date fondamentali da ricordare: 25 ottobre, festa nazionale in quanto mio compleanno; 3 ottobre, tenetelo a mente per il prossimo anno, Giornata Universale di Mean Girls; 27 febbraio, Giornata Mondiale dell’Unicorno come suggerito da Sarinski; 25 gennaio, Giornata Internazionale della Fighissima Virginia Woolf.

IV. Ogni tanto la S.E.S.M.S. sceglie un membro onorario della Setta, che può essere un personaggio fittizio, vero, morto, vivo, bello, brutto, cattivo, buono, biondo, moro… insomma, ci siamo intesi. Per darvi un’idea della serietà di questa cosa, ecco che parto subito con la prima nomina ufficiale – chi avrà qualcosa da ridire, sarà pubblicamente definito “Persona di Cattivo Gusto”, massimo disonore (“disonore su di te, disonore sulla tua mucca…” cit.) ed infamia all’interno del nostro candido circolo – perciò diamo il benvenuto alla cara

Yolande de Polastron, duchessa de Polignac

in qualità di PR e ragazza immagine. In poche parole, lei sarà la nostra organizzatrice di feste ufficiale: con una tipetta tanto intraprendente ed effervescente, di certo non avremo tempo per annoiarci. E saremo ovviamente i più fighi membri di un circolo esclusivo nell’intera storia dei circoli esclusivi al mondo. Magari calmerà anche qualche bollente spirito nei flame delle assemblee dell’Ammmore, la sua calma imperturbabile è famosa. Intanto, propongo per tutti noi in dotazione un capellino come il suo.

Au revoir!

Festa uguale libri.

Partecipo con piacere al meme libresco che è rimbalzato sul mio blog da Piccolo sogno antico. Così potrete bearvi delle mie bellissime 30 risposte, e tanto per cambiare parleremo di libri.

1.  Il tuo libro preferito: Jane Eyre, di Charlotte Brontë – ma noooo, non l’avreste mai detto, vero?

2. La tua citazione preferita:Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Italo Calvino, Il visconte dimezzato

3. Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto. Barney Panofski in La versione di Barney, di Mordecai Richler. Per capire la mia scelta, bè, non posso dire altro che “leggetevi il libro!”.

4. Il libro più brutto che tu abbia mai letto. Mmmm, l’indecisione mi dilania. Forse, la pietosa imitazione di chick-lit infarcita di volgarità gratuite che vedete qui.

 5. Il libro più lungo che tu abbia mai letto. Anna Karenina, di Lev Tolstoj

6. Il libro più corto che tu abbia mai letto. Non ne sono sicura, ma credo Il corpo sa tutto di Banana Yoshimoto.

 7. Il libro che ti descrive. Oltre al già citato Jane Eyre, direi che posso ritrovarmi già nel titolo di Una ragazza fuori moda, di Louise May Alcott.

8. Un libro che consiglieresti. Il mulino sulla Floss, di George Eliot – il primo libro che ho seriamente letto in inglese, tutto intero eh!

9. Un libro che ti ha fatto crescere. Diario, di Anne Frank

10. Un libro del tuo autore preferito. Come non citarla… potrei mettere qualsiasi libro scritto da lei, ma propendo per Gita al faro, di Virginia Woolf

11. Un libro che prima amavi e che ora odi. I love shopping, di Sophie Kinsella. La saga in generale, direi…

12. Un libro che non ti stancherai mai di rileggere. L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery

13. Il libro che in questo momento hai sulla scrivania. Racconti, di Edgar Allan Poe – e altri otto libri che formano una montagna instabile e minacciano il comodino. Sono tutti sepolti uno dall’altro.

14. Il libro che stai leggendo in questo periodo. Le onde, di Virginia Woolf

 15. Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi   Ciò che ho descritto in questo francese era solo l’effetto di una intelligenza sovreccitata e forse malata. (I delitti della Rue Morgue, Edgar Allan Poe)

16. La tua copertina preferita. Mi piacciono tutte le copertine che abbiano un quadro, un dipinto, anche se non famoso. Quelle della Penguin, per esempio, sono fantastiche. Ce n’è una disegnata, però, che adoro…

17. Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno. Holly Golightly in Colazione da Tiffany. E non perché nel film è interpretata da Audrey Hepburn…

18. Il primo libro che hai letto. Dev’essere stato uno di Geronimo Stilton, oppure La nuvola Olga.

19. Un libro il cui film ti ha deluso. Innumerevoli, l’ultimo è senza dubbio Jane Eyre con quella mummia della Wasikowska.

20. Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse. Orgoglio e Pregiudizio, di Jane Austen. Mi ritrovo perfettamente in Elizabeth Bennet! (Poi vabbè, c’è sempre Jane… ma rischio di diventare monotematica.)

21. Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te. Igiene dell’assassino, di Amélie Nothomb

22. Un libro che hai letto da piccola. Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, e il libro in sé e un paese delle meraviglie.

23. Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita. Direi Marina di Carlos Ruiz Zafón, delusione incredibile. La versione venuta male de L’ombra del vento.

24. Il libro che ti fa fuggire dal mondo. Cime Tempestose di Emily Brontë, vado con la testa a vagare per le scogliere brulle dello Yorkshire.

25. Un libro che hai scoperto da poco. Il crepuscolo celtico di Yeats, preso ieri in biblioteca… conoscevo le sue poesie, ma ora finalmente ho una raccolta!

26. Un libro che conosci da sempre. I viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift

27. Un libro che vorresti aver scritto. Fra i miliardi che ho in mente, Il maestro e Margherita, di Michail A. Bulgakov e 1984, di George Orwell.

28. Un libro che farai leggere ai tuoi figli. Piccole Donne, di Louisa M. Alcott e Ventimila leghe sotto i mari, di Jules Verne

29. Un libro che devi ancora leggere. HAHAHA L’ho capita! Questa era spiritosa. Ho il mondo intero ancora da leggere.

30. Un libro che ti ha commosso. Qui devo confessarlo, ci sono due storie entrambe legate ai cani. Forse gli unici libri che mi abbiano fatto piangere, perché io ho questa cosa che le morti degli esseri umani – raccontate, beninteso – non mi toccano mai quanto le morti degli animali. Mah. Comunque: Io e Marley, di John Grogan, e la più inesauribile fonte di lacrime al mondo… Flush, biografia di un cane, di Virginia Woolf.

P.S. La festa a cui alludevo nel titolo è, ovviamente, quella della Pasqua. Quindi vi lascio con un agnostico augurio… Buona Pasqua:

Feste, suicidio, io e Virginia Woolf

Oh, Mrs Dalloway, dai sempre feste per coprire il silenzio.

(The Hours, film di Stephen Daldry, 2002)

Ogni volta che organizzava una festa sentiva di perdere la propria identità così come ciascuno diventava irreale sotto un certo aspetto; molto più reale sotto un altro. Era, pensava, in parte per via dei vestiti, in parte perché si usciva dal proprio ambiente abituale, in parte per lo sfondo; era dunque possibile dire cose che altrimenti non si sarebbero mai dette, cose che richiedevano uno sforzo; era possibile andare assai più in profondità.

(Virginia Woolf, La Signora Dalloway, traduzione di L. R. Doni)

Sono tornata, ed anche troppo, perché il post è più  lungo di quanto avessi voluto.

Mentre voi siete lì a cercare disperatamente un costume per il Carnevale, nel bel mezzo della drammatica scelta per decidere quale sia più figo (da Zorro, molto anni ’70? Da Angela Merkel o da Spread, buttandoci sull’attualità? Da tramonto occidentale?), io sono presissima con avvenimenti che hanno dell’inquietante.

Avete presente il famoso detto “la tua reazione ad un libro dipende tutta dal momento in cui lo leggi”? Se non l’avete presente fa lo stesso, perché l’ho appena inventato io. Fatto sta che mi sono imbattuta in questo La Signora Dalloway, io in realtà non volevo, ma mi sorrideva e mi ammiccava come un pasticcino sul bancone di Foucher. Così sono letteralmente caduta amorosa di Virginia Woolf; l’ho detto, lo ammetto, è ormai entrata nel mio Paradiso artistico eterno ed incorruttibile assieme alle Brontë eccetera eccetera. La domanda che adesso vi attanaglierà senza tregua sarà di certo: “Cosa mai potrà piacerle tanto di lei?” Bene, siore e siori, non ne ho idea. Sarà l’insieme, tipo una che ha il naso orrendo, gli occhi da triglia, la bocca a papera ma poi il viso nel complesso, per qualche misteriosa legge della natura, è una meraviglia.

Ecco, Virginia è, oltre che geniale, molto sola. Combatte contro tutti, ha un carattere forse duro ma estremamente ironico (si coglie dai romanzi), è una persona difficile perché difficili sono le prove che ha dovuto sopportare. Mi affascina il modo in cui veniva affrontato ai suoi tempi il disturbo bipolare, la psicosi, o anche l’orientamento omosessuale. Ma ancora di più sono incantata dallo stile della scrittura,  perché non si capisce fino a che punto sia prosa o poesia: i contorni sono sfumati come un tratto di Leonardo da Vinci, e sempre sullo stesso principio dello sfumato si basa la tecnica del flusso di coscienza. Ci immergiamo nel pensiero di un personaggio, nato da fatti o oggetti quotidiani e poco importanti, per poi lasciarci trasportare dalla corrente (flusso, stream appunto) nella testa di un altro, perché magari questi due pensieri hanno un punto in comune, o perché entrambi i personaggi stanno guardando/facendo/subendo la stessa cosa. Ma la domanda è sempre la stessa: dove finisce una riflessione e ne inizia un’altra? E poi il grandissimo tema del tempo, visto in modo originalissimo… non fatemi iniziare a parlare del tempo perché qui purtroppo scorre normalmente, non come nei romanzi.

Tutto questo per tornare ai due avvenimenti inquietanti che ho vissuto durante la lettura della Woolf, uno serio, uno molto meno. Il primo: ho avuto a che fare con un paio di feste, più di quanto non debba averne a che fare normalmente. E io ho un atteggiamento molto strano nei confronti delle feste organizzate apposta per *inserire verbo a caso che indichi azione idiota, es. bere troppo, drogarsi, limonare male, ingozzarsi peggio. Se è in gergo ggggiovane meglio*; le trovo una cosa pressoché inutile, un modo di evadere neanche troppo proficuo od originale, anche se il mio giudizio (come sempre) bacchettone varia da circostanza a circostanza. Però, lasciatemi dire che trovarsi in mezzo a dei Papà Gambalunga che si divincolano come tarantolati credendosi fighi, o avere nelle orecchie la solita tunz tunz bebi aim secsi end ai no it, mi sta parecchio sulle balle. Non pretendo un locale con il cast originale di Grease al completo e Wagner in sottofondo, ma cazzo, capitemi: c’è anche della dance di qualità, perché sprofondare sempre inevitabilmente verso il basso?

Il secondo avvenimento: un fulmine a ciel sereno. Una persona giovanissima che conoscevo si è gettata dalla finestra di un palazzo. Bam. Così. Poi mi si rimprovera che non ho voglia di festeggiare. E’ che, sembra una frase fatta, ma queste cose fanno pensare. Perché non te lo aspetti mai, sono sempre tutti così sorridenti e sicuri, e invece. E invece vai a sapere quante maledette sfaccettature può avere un’anima.

Ora, per chi di voi non avesse letto il libro o non se lo ricordasse, o fosse stato distratto durante la lettura sia del romanzo sia del mio post, dedico un’energica tirata d’orecchie e una spiegazione. La cosa che mi ha veramente lasciata di pietra è stata la doppia coincidenza di questi avvenimenti durante l’immersione nel libro: sono coinvolta in feste mentre Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo, passa una giornata in preparativi per una festa. Vengo a sapere di un suicidio, tragico nella sua semplicità e nell’impatto che ha avuto anche su di me, e il giorno dopo leggo di Septimus Warren Smith che si toglie la vita… indovinate come? Buttandosi dalla finestra.

Tutto questo avrà pure un significato, oltre a poter essere benissimo il tema di una puntata di Voyager. E ad essere la prova schiacciante della mia paranoia.

P.S. Virginia era anche parente di Thackeray e di un servitore di Maria Antonietta (lovvo!). Il primo articolo che ha pubblicato su un giornale è stato sulla famiglia Brontë, come me! Ora devo solo impazzire ed è fatta.

Il mondo perduto delle granduchesse

Mi scuso finora per la lunghezza del post.

Ci sono tante storie nella storia. Alcune insegnano o colpiscono di più delle versioni ufficiali che si trovano sui libri di scuola. Io sono rimasta estremamente affascinata da quella dell’ultima famiglia imperiale russa, della grande dinastia Romanov, e in particolare mi sono fissata tantissimo con le ultime granduchesse. Perché erano persone interessanti, erano vere, dallo sguardo fiero e con personalità per cui vorresti saperne sempre di più, vorresti sapere che cosa sarebbe successo, se il destino non avesse decretato per loro un futuro “passato” ancora prima di arrivare.

E poi, ti chiedi quale fosse la loro colpa. Cosa potranno aver mai fatto per meritarsi il massacro di Ekaterinburg, le violenze, il dolore, la segregazione? Se loro padre, lo Zar Nicola II, era una persona inadatta a governare – e all’inizio non voleva nemmeno farlo, non sapeva cosa combinassero le forze dell’ordine durante le manifestazioni popolari (anzi, non sapeva nemmeno perché ci fossero tali rivolte), se si rendeva sempre conto di tutto in tremendo ritardo, erano forse anche le granduchesse e lo sfortunato zarevic Aleksej a dover pagare? E per l’immensa timidezza (ereditata dalla nonna Vittoria) scambiata per scontrosità della loro madre Aleksandra, che col suo affidarsi a santoni tipo Rasputin e col suo rifiuto di ricercare l’approvazione popolare si fece odiare da tutta la Russia, erano loro a dover rispondere?

Forse la verità è che ci furono vari fattori a concorrere per la tragica rovina di una dinastia imperiale. Ma non sono una storica, né ho la pretesa di analizzare e scrivere saggi: mi limito ad ammirare queste quattro ragazze e il fratellino, che terminarono la loro vita rispettivamente a 22, 21, 19, 17 e 13 anni. I figli dello Zar erano strettamente uniti e affettuosi l’uno con l’altro, perché si trovavano sempre isolati nei corridoi di palazzo, senza rapporto alcuno con i coetanei né del popolo (ovviamente) né dell’aristocrazia, considerata “depravata” dalla mamma Aleksandra (“Alix”). Ma non ebbero mai la puzza sotto il naso, anzi: dormivano in brande da campo a due a due, divisi fra coppia grande (Olga e Tatiana, le maggiori), coppia piccola (Maria e Anastasia), e Aleksej da solo in quanto erede al trono. Trattavano il personale e le dame di compagnia quasi come pari, ricevevano la paghetta di due rubli a settimana, si impegnavano nel sociale e nella beneficenza, durante la prima guerra mondiale aiutarono come crocerossine negli ospedali da campo (lo zarevic aveva solo 10 anni allo scoppio del conflitto).

Lo Zarevic Aleksej

La coppia imperiale dovette provarci quattro volte prima di dare alla luce un figlio maschio, l’ erede, e quando questo accadde si scoprì che il piccolo Aleksej era emofiliaco. La madre non si diede mai pace, sapendo che era dal suo ramo familiare che la malattia era stata ereditata; i sensi di colpa la fecero rifugiare nella religione, rendendola quasi bigotta, e nel misterioso mondo di Rasputin. Lo Zarevic, dal canto suo, era un bellissimo bimbo fragile, che quando stava bene risollevava il morale di tutto il palazzo. Purtroppo morì troppo giovane per darci un’idea di come sarebbe potuto essere.

Granduchesse Olga e Tatiana

Olga, la maggiore, aveva un’inclinazione per la filosofia e il pensiero. Timida, malinconica, d’intelligenza pronta e vivace, assolutamente buona e gentile con tutti, era un vero giglio di campo. Era l’intellettuale della famiglia, se così si può dire: le piaceva fare i compiti e studiare, leggeva di nascosto i libri della madre anche prima che questa li iniziasse. Se veniva scoperta, si giustificava dicendo: “Abbi pazienza, Mamma, devo vedere se questo libro è adatto a te.” Fu la prima a rendersi conto della situazione russa al di fuori del palazzo, grazie alla stampa e alla voglia di scoprire lo stile di vita del vero popolo (aspirazione condivisa dai genitori). Preferiva Golia a Davide, se proprio volete saperlo.

Olga e Tatiana

Tatiana fu la figlia prediletta dalla madre Aleksandra, perché le due avevano parecchie affinità. Era lei che faceva da portavoce a tutti i fratelli davanti allo Zar per qualsiasi richiesta, era lei che accudiva la Zarina quando questa fu costretta su una sedia a rotelle negli ultimi anni. Ugualmente agli altri, era abituata a sentirsi chiamare per nome nella quotidianità anche dal personale di servizio, e ci rimase molto male quando la dama di compagnia si rivolse a lei, secondo etichetta, come “Sua Altezza Imperiale” durante un’occasione pubblica. Tatiana le tirò un calcio sotto la tavola sussurrandole “Sei pazza a parlarmi in questo modo?“. Le sorelle la soprannominarono “la governante” perché aveva una naturale predisposizione al comando.

Granduchessa Maria

Maria era l’angelo della famiglia. Aveva un’indole materna, e fu quella che si prese più cura del piccolo e malato Aleksej. Il padre riteneva che sarebbe divenuta un’ottima moglie e madre, ma purtroppo le sue supposizioni rimarranno indimostrabili. Era probabilmente la più carina delle sorelle, con i tipici occhioni blu dei Romanov, i capelli color miele e le guance rosate. Si comportò sempre impeccabilmente grazie alla sua natura dolce e angelica, non fu mai dispettosa, tranne quella volta che rubò qualche biscotto dal tavolino da tè della Zarina… che la volle mandare a letto senza cena. Lo Zar però si oppose, constatando: “Ho sempre avuto paura che le crescessero le ali. Sono contento di vedere che è solo una bambina normale.”

Granduchessa Anastasia

Infine c’è lei, la più famosa, la vera monella della famiglia: Anastasia. Un’attrice provetta, quando si trattava di saltare una lezione o di far impazzire i suoi tutori. Un genietto del male, che non si faceva scrupoli a sporcarsi i bianchi guanti da sera col cioccolato quando andava a teatro, che si arrampicava sugli alberi e non voleva saperne di scendere finché non le veniva ordinato dal padre (e fu l’unica a prendersi uno schiaffone proprio da lui). I suoi dispetti rasentavano il diabolico. Energica, vivace, impertinente e solare, nonostante la salute cagionevole. Affrontava la vita con un gran sorriso.

Io e Jane: post letterario – autobiografico

“Qualche volta ho nei suoi confronti una sensazione curiosa, specialmente quando mi è vicina, come ora. Mi sembra di avere una corda nella parte sinistra nel mio petto strettamente legata a una corda analoga nella parte corrispondente della sua personcina. E se mare e terra si frapporranno tra noi, temo che quella congiunzione andrà spezzata, e ho la convinzione che comincerò a sanguinare dentro.. quanto a lei.. mi dimenticherà! (sig. Rochester – Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Questo libro ha attentato alla mia vita. E vi spiego perché. Da quando sono andata in biblioteca, luogo che ci fa assaggiare un antipasto di Eden, e ho deciso di fare amicizia con questo capolavoro, non l’ho più lasciato. Leggevo senza sosta, ogni pagina si portava inevitabilmente dietro l’altra come fossero scritte con sostanze che creano dipendenza. Quindi, andavo in giro per la strada con codesto libro in mano e non prestavo la minima attenzione a dove mettessi i piedi: mi sono imbattuta in ventordici pali della luce (tutti schivati all’ultimo momento), un fottìo di cani, altrettanti gatti e bimbi.

Non è la prima volta che faccio delle azioni eroiche del genere, infatti il tragitto fra la biblioteca e casa mia è testimone di cose che voi umani… ma torniamo al discorso. Jane Eyre: romanzo vittoriano, biografico, di formazione, gotico, d’amore, chiamatelo come volete; affronta un miliardo di temi, fra i quali anche in questo caso potete scegliere: l’essere donna, lo scontro fra passione e ragione, la società e i suoi strati, la redenzione e il pentimento, Dio.  Non sono certo io a dover fare un’analisi del libro in sé, o a parlarvi della geniale autrice Charlotte, perché di solito escono quei preamboli o quelle note di coda che io salto bellamente quando leggo i classici, quindi non ho la pretesa di sottoporle a voi, lettori (o meglio, dear Reader, come direbbe Charlotte). Ognuno legga il libro e si faccia la sua idea.

La mia idea è che io, lo dico senza presunzione, vanità o altro, sono Jane Eyre. Ho letto qualche libro, ma non mi sono mai identificata con un personaggio in modo così assoluto, empatico, incredibile. E invece adesso mi sono vista, mi specchiavo. “Povera, oscura, brutta e piccola“, e poi “magrina“, “pallida“, “dagli occhi verdi“, “esile“, “folletto“, tutto il contrario di come doveva essere una donna all’epoca. Ma una passione travolgente, che si infrange come un’onda sugli scogli delle convenzioni e delle altre persone (ho immaginato un paragone, piuttosto forzato se vogliamo, con la Dama di Shalott rinchiusa nella torre e impossibilitata a vedere gli altri se non con il suo specchio magico, così come il vero spirito di Jane è rinchiuso nel corpo di una istitutrice); un’intelligenza acuta, un carattere invidiabile… lei e il signor Rochester sono due uragani che si incontrano… mica come quell’antipatico moralista di Saint-John, personaggio spregevole ma interessante, la cui unica utilità alla trama è di controbilanciare il padrone di Jane.

Poi c’è la Matta della soffitta, il doppio dell’eroina, che rappresenta i suoi istinti repressi e si prenderà la vista e la mano dell’amato. L’odiosa Blanche Ingram, uguale uguale a tante ragazze che conosco. La bella Rosemund, anche lei la rivedo in qualcuna che mi ronza attorno.

E io? Spero davvero che un Rochester ci sia anche per me.

(Finale zuccheroso)

Elizabeth Siddal, la principessa dei Preraffaeliti

O Mistress mine, where are you roaming? 
O, stay and hear; your true love’s coming
That can sing both high and low
Trip no further, pretty sweeting
Journeys end in lovers meeting
Every wise man’s son doth know.What is love? ‘Tis not hereafter
Present mirth hath present laughter
What’s to come is still unsure
In delay there lies not plenty
Then, come kiss me, sweet and twenty
Youth’s a stuff will not endure
(W. Shakespeare, Twelfth Night)
In onore del mio nuovo header (e partiamo già da una premessa piuttosto sbruffoncella), voglio presentarvi questa donna che mi ha sempre affascinata, e mi stupisce non abbiano ancora tratto un film o qualcosa del genere dalla sua vita (ormai lo fanno su qualsiasi cosa, perché non su lei allora?). Cari registi che leggete il mio blog, non nascondetevi, so che siete un fottìo, quindi accogliete i suggerimenti.
Lizzie arrivò a fare un mestiere meraviglioso, che veramente pochi possono permettersi: la musa ispiratrice. Chissà cosa spinge un artista a scegliere una persona piuttosto che un altra; probabilmente lo stesso criterio che spinge noi a innamorarci di qualcuno e non di un altro. Ecco perché, molto spesso, la figura della musa e quella dell’amata coincidono (vale anche al maschile, ovviamente). Fu la stessa cosa che successe al pittore Dante Gabriel Rossetti: prima ritrasse Miss Siddal, poi se ne innamorò. Anche se la sequenzialità delle due azioni è tuttora, e sarà sempre, impossibile da stabilire con certezza.
Era una storia già problematica sul nascere. Lei aveva qualche avvisaglia di depressione, ma soprattutto era di origini umilissime, e ciò scoraggiava Rossetti a chiederla in sposa. Sarà stato l’animo un po’ svasato da artista, o le circostanze, comunque una volta ottenuto il consenso di Lizzie lui continuava a fissare date sempre più lontane per la cerimonia, e a posticipare in continuazione, facendo impazzire la modella inglese.
Ad aggravare la situazione, c’erano quelle stronzette delle sorelle di Rossetti che l’avevano già etichettata come una specie di popolana/sgualdrina, inoltre la Siddal cominciò ben presto a sospettare che il marito (perché i due si sposarono nel 1860, quando lei aveva 31 anni) non avesse solo lei ad ispirarlo. Non si sa con certezza quando, per curarsi dalla depressione, dovette iniziare ad usare il laudano, fatto sta che le dosi raccomandate tendevano un po’ troppo spesso all’arrotondamento per eccesso… Un modo semplice per avere l’illusione di star meglio, quando in realtà la salute peggiorava.
Ci si mise anche la polmonite. Il modo in cui la contrasse, però, è curioso. In quel periodo Elizabeth faceva la modella per Millais, impersonando Ophelia di Shakespeare nel meraviglioso omonimo quadro. Dovette rimanere per lunghissimo tempo a mollo in vasca, ma non si lamentò mai. Poi qualche lampadina che riscaldava l’acqua si ruppe, ma lei, anche se mezza congelata, resistette nella stessa posizione. Quando uscì dall’acqua era più malata, più intirizzita, aveva scatenato una battaglia legale fra suo padre e il pittore Millais, ma aveva contribuito a regalare al mondo un quadro che ritengo fra i più belli esistenti.
Quello fu solo un esempio fra i tanti della sua cocciutaggine e del suo carattere impetuoso – una delle cose che mi ha più colpita, infatti, è il fortissimo contrasto fra la Elizabeth dei Preraffaeliti e la vera Elizabeth. Anche lei, avendo un’anima inquieta, come tutte le persone tormentate si doveva esprimere con l’arte (poesia, pittura), ma guardate che differenza:

Lizzie vista dal marito

Lizzie vista da se stessa

Potete notare anche voi che i due punti di vista sono estremamente diversi. La prima è una donna idealizzata, eterea, dai lineamenti dolcissimi, la stupenda e voluttuosa chioma rossa (fra l’altro molto rara) lasciata sciolta, che tanto doveva colpire sia le donne sia gli uomini che la guardavano, i grandi occhioni verdi… non è la reale Elizabeth, ma la sua trasfigurazione in Venere, nella bellezza eterna.

La seconda è una donna assai più realistica, un autoritratto di come doveva presentarsi nella vita di tutti i giorni, che io però non considero vero, ma verosimile. Si sa che in realtà questa persona non era né eterea come la dipingevano, né severa stile “signorina Rottenmeier” come si dipingeva lei (forse per dare di sé l’immagine che la società voleva vedere, dato che le modelle non erano considerate sante e pure): gli occhi più scuri e severi, che qui lasciano intravedere tutti i problemi e le inquietudini; i capelli stavolta raccolti come ogni altra donna vittoriana, il vestito castigato e nero da direttrice di un riformatorio, il viso spigoloso.

Sono convinta che in realtà ci fossero entrambe queste anime nella figura della Siddal, sia la parte forte, poetica e quasi anticonformista, sia la parte delicata, fragile e desiderosa di non essere considerata “diversa” dalle coetanee. Il colpo di grazia a culmine di tutte le sue fragilità fu la nascita del figlio, che venne alla luce già morto. Prese una culla vuota, e distrutta dalla disperazione la pose vicino al focolare – diceva a tutti gli ospiti di fare piano, ché il figlio morto stava dormendo. Poi, una fiala di laudano in più, che i dottori bollarono come “morte accidentale”, le tolse la vita. Suicidio, in realtà. Il marito lo capì. Prima di rovinarsi definitivamente l’esistenza nel ricordo della moglie e nell’ossessione di trovare i soldi per pubblicarne postume le poesie, Rossetti dipinse il suo capolavoro in onore della moglie defunta.

Beata Beatrix, 1872

Le ceneri di Gentile Budrioli

La città rossa, come viene chiamata  non solo per il colore dei colonnati, è teatro di aneddoti curiosi e storia poco conosciuta. Bologna: un paesone, una città che ti accoglie con i suoi profumi e con un immenso patrimonio artistico, non sempre evidente alla prima occhiata, ma che bisogna andarsi a cercare.

Sotto alle due torri, scivola come lo strascico dei vestiti rinascimentali l’amicizia di due donne profondamente legate, diverse ma accomunate dalla passione per l’esoterismo e l’indipendenza: Ginevra Sforza e Gentile Budrioli. La prima è piuttosto conosciuta: divenne moglie di due dei più importanti signori rinascimentali, Sante e Giovanni Bentivoglio, che governavano Bologna; fu una mecenate, del resto andava di moda, epperò la sua arguzia le suggeriva spesso di consigliare il marito (soprattutto il secondo, Giovanni) sulle questioni politiche più delicate. Ovviamente, l’influenza di una donna che peraltro non era nemmeno in buoni rapporti con il Papa confinante (poi vedremo perché) era davvero mal vista in città. Lascio immaginare i pettegolezzi delle Alfonse Signorini versione quattrocentesca.

Fra un ricevimento, una noiosa Messa, una congiura da sventare, cosa si poteva mai fare per passare il tempo? C’erano sempre delle carinissime pratiche di negromanzia, anch’esse di moda ma tenute segrete per non passar dei guai con l’Inquisizione, ambiente che secondo me faceva uso di malefici più degli stessi condannati. Ma passiamo alle note oggettive, ché non voglio mica influenzarvi. E’appurato che Ginevra fosse una grande fan di esoterismo, alchimia e compagnia bella – ecco perché veniva sempre monitorata da parte dell’entourage papale – : fu proprio grazie a questi interessi che venne attirata, per la sua fama di guaritrice, presso Gentile Budrioli, e il destino delle due donne rimase legato per sempre, seppur con finali diversi.

Ma chi era Gentile? Una donna mica indifferente. Con lunghi capelli biondi, che somigliavano a quelli di Ginevra, ma con un carattere più mite, un animo che rifletteva il suo stesso nome, gentile. Strano che delle due sia stata proprio la più mansueta a fare la fine di cui vi racconterò. Dicevo: una donna buona, e soprattutto di un’intelligenza scintillante, voleva dire quello che pensava e pensare senza costrizioni, voleva conoscere perché era curiosa, voleva essere se stessa, e non quello che la società le imponeva di essere. Forse troppo ingenua nel confidarsi al marito, uno dei notai più in vista di Bologna, che non sopportava l’idea di una moglie così incline alla cultura e allo studio (una donna!) da poter adombrarlo o peggio rovinare la reputazione della famiglia.

Gentile voleva ca(r)pire i segreti del mondo, e anche contro il volere del marito decise che l’unico mezzo era il ritiro al convento dei Francescani dell’amico Frate Silvestro. Io la immagino entrare nello studiolo del francescano, alle prese con alambicchi e attrezzi da erborista vari, e da lì avere l’illuminazione su cosa fare. Fu negli anni del convento che Gentile apprese i segreti della natura, delle erbe curative (sì, le nonne delle medicine), delle stelle. Una donna atipica che naturalmente attirò curiosità.

E così si sparsero le voci della dolce disponibilità della giovane donna a curare, con le sue conoscenze, i mali fisici e psicologici delle persone: capacità che dunque attirò Ginevra Sforza, e che fece da collante per la nascita di un’amicizia sincera. La signora di Bologna volle Gentile come dama di compagnia, e furono mattinate passate a passeggio, pomeriggi spesi in chiacchiere, notti all’insegna delle lezioni di “magia”. Bei tempi, che si spensero con la terribile congiura della famiglia Malvezzi bramosa di prendere il potere; tutte le sfortune dei Bentivoglio vennero imputate a Gentile, già guardata con curiosità mista a sospetto per le pratiche che sappiamo. Ginevra si vide costretta da Madame la Ragion di Stato a togliere la protezione alla sua migliore amica, lasciandola praticamente in pasto all’Inquisizione che ovviamente la vide come una stregaccia bella e buona.

Un patto con Satana, decine di rapporti con il Demonio, malefici, schifezze d’ogni genere: fidatevi, se voi foste capitati in mano ai Dominicani che combattevano la stregoneria, avreste confessato questo ed altro. Le torture, che io amo particolarmente studiare per una leggera vena sadica annidatasi nel mio cuoricino, sono molte e una più dolorosa dell’altra. E poi, se anche qualcuno avesse resistito al male, gli inquisitori avrebbero pensato che fosse lo stesso Satana ad aiutare il protetto… chi arrivava agli interrogatori ne usciva solo morto.  E così avvenne a Gentile Budrioli, al rogo perché Strega Enormissima di Bologna il 14 Luglio 1498. Le sue ceneri vennero soffiate in aria, mentre Ginevra, dall’alto delle sue stanze, guardava e piangeva.

Ma Gentile, in sogno, poco prima di morire aveva visto cinque streghe a presagirle l’infausto destino… si erano presentate, e secondo me sono proprio loro che dovremmo mettere al rogo: si chiamavano Pregiudizio, Menzogna, Ignoranza, Maldicenza e Invidia.