Girl, you’ll be a woman soon – si salvi chi può!

Colonna sonora: Urge Overkill – Girl, you’ll be a woman soon

Il momento è arrivato.

Ironicamente mi tocca crescere, ma non in altezza. Quindi, mentre voi vi godete l’estate immersi nella brezza marina o fra le marmotte Milka della montagna, qui c’è qualcuno che deve strisciare fino ad un’ aula grigia (anche dopo la fine della scuola, pensate!), mettersi sotto ad un ventilatore che fa sgnic sgnac sput crii ad ogni giro, in modo da non svenire a causa dell’alito bollente della terra, e fissare un sacco di cartelli multicolori senza apparente significato.

Sì, se il cielo vorrà potrò finalmente inquinare questo sporco mondo con i fumi di scarico derivanti dalla mia guida. Ma prima di poter giocare a Fast and Furious con le lumachine, c’è ovviamente il tranello – devo farmi il corso e l’esamino. Per non parlare delle guide vere e proprie (quando inizierò avrò cura di avvisarvi con tutti i mezzi che possiedo, in modo da salvaguardare la vostra incolumità). Un problema alla volta: le domandine del quiz. Io ne ho viste un paio, e sono più o meno così: “Non è vero che non è proibito non sostare nell’area di emergenza che non serve soltanto per gli autoveicoli in panne” -> Vero o Falso? Eh, fai un po’ tu guarda.

Quanto alle lezioni, il mio primo impatto è stato leggermente traumatico dal punto di vista generale, mortale dal punto di vista dell’autostima. Apro un opuscoletto con all’incirca 500 segnali stradali, di cui lungo le strade ne avrò visti 70 dato che vado in giro molto – c’è persino la silhouette di uno strano animale somigliante al lama, indi per cui l’ho soprannominata “Attenzione: pericolo sputi” – e subito penso: accidenti, hanno ricopiato ben bene tutte le pareti delle grotte di Lascaux.

Poi il tizio comincia a fare domande a tappeto, tipo “ammazza la talpa”. Mostra un cartello che mi convince sempre di più: è pittura rupestre. Indica un povero condannato, “Tu” – dice – “Questo che cos’è?”. E io, impanicatissima, mi affanno a cercare una risposta, non si sa mai che poi passi a me. Magari vuol dire che c’è un buco un po’ grosso e ci vai a finire dentro. Intanto l’altro, sicuro come un avvocato che ha pagato il giudice, attacca: “Questo è chiaramente, senza dubbio alcuno, una segnalazione di strada deformata,  rivolto agli automezzi con rimorchio che pesano più di 3,5 tonnellate e di conseguenza devono mantenere dei limiti di velocità maggiori, che differiscono già dal canto loro fra strade urbane di scorrimento, di quartiere, extraurbane primarie e secondarie”.

A quel punto comincio a chiedere in giro se qualcuno ha da prestare un farmaco oppiaceo, o in alternativa se ci sia bisogno di una prescrizione per averlo in farmacia. Faccio appena in tempo a pormi la questione, che l’interrogazione comincia a vertere sugli incroci e i diritti di precedenza. C’è un incrocio a forma di stella, ma non stella normale, è come i fermagli per capelli di Sissi. E su ogni punta c’è una macchina. Cioè, è una cosa umanamente impossibile che otto macchine si trovino incastrate su un incrocio che nemmeno a Los Angeles, eppure nel quiz lo mettono. E allora la domanda: chi passa per primo? Io dico, fate passare le signore per galanteria, così vi parate il sedere dalle accuse di maschilismo, no?

Ma ora basta parlare di noiosi doveri, è giunto il momento di richiedere attivamente il vostro contributo, e voi me lo darete consapevoli del fatto che questo blog è a vocazione dittatoriale collaborativa, e quindi la vostra opinione sarà opportunamente ignorata perché faccio quello che mi pare presa in considerazione. Se la sottoscritta avesse in programma un viaggio, voi cosa consigliereste?

Rispondete numerosi e accondiscendenti!

Chemically calm

Gente.

Sono qui: sono tornata. Anche se in realtà non me ne ero nemmeno andata.

Allora, diciamo che ultimamente ne ho viste così tante da aver proprio bisogno di catarsi. Faccio l’unica cosa che sono in grado di fare quando ci sono tanti problemi: mi preparo il tè e lo sorseggio. Son fatta così, è meglio dell’aspirina, è la panacea. Magari un giorno vi ammorberò per bene con un post tutto dedicato.

Poi magari vi racconterò anche di tutto quello che è successo, e chiederò anche una curiosità ai miei eventuali lettori marchigiani (dai! Non mi dite che non c’è nessuno delle Marche fra noi impillolati!). Anzi no: pongo subito la questione. Quanti accidenti di dialetti/accenti avete nella vostra regione? Perché ho incontrato dei volontari della Protezione Civile Marche (simpaticissimi e in gamba) che parlavano con un misto di toscano e umbro molto chic.

Comunque, ora che sono uscita dal protettissimo bunker del mio pensiero, quel luogo nascosto dal quale mi spreco a giudicare Tutto e Tutti – sperando di non essere da Tutto e Tutti ricambiata – posso dirvi che ho bisogno di rinnovamento e freschezza. Difatti, a meno che non abbiate direttamente letto il post senza guardarvi in giro, in preda alla crisi d’astinenza, avrete di sicuro notato la nuova testata, altrimenti detta La Fighissima Illustrazione Personalizzata Per Me Che Nessuno Può Copiare In Stile Jugend Anni ’20 creata da quella anima eletta di Fed. Ditemi voi se non è una meraviglia: colgo l’occasione per ringraziarla, eleggerla mia illustratrice ufficiale (spero che voglia farmene altre, fra un impegno e l’altro), farle gli auguri per il futuro.

Poi vi presento anche la mia nuovisssssima GROSSA GROSSA PAZZA collaborazione con un sito veramente ben fatto e ben pensato, noto come Hey Kiddo.  Trattasi di un magazine online che si occupa di letteratura, con il target speciale di bambini e adolescenti, ma interesserà sicuramente anche gli adulti. Pensate che mi hanno addirittura dato la possibilità di una rubrica personale, dalla quale, come una specie di balconcino, sbircerò letture, autori e soprattutto scuola, avendo la privilegiatissima posizione di una che a scuola ci va ancora. Le mie opinioni non richieste vi invaderanno quindi con un mezzo in più: che altro si può volere dalla vita? Ah, già, dimenticavo: questo è il mio primo articolo.

Detto ciò, e aggiornati i miei amati concittadini del comune Pillole (VT), vi regalo una canzoncina per risollevarci il morale.

Bisogno di evadere

Intanto vi linko il mio ultimo articolo su Clammmag, che parlerà di cinema e danza fusi assieme… sappiate che non leggere gli articoli di Clammmag equivale a peccato mortale per qualsiasi religione, ateismo compreso, quindi c’è il rischio di finire all’inferno per l’eternità.

E poi buon anno, ché questo è il primo post del 2012 e mi ero già scordata.

Questo bisogno di cui parlo nel titolo sembra aver preso molto piede ultimamente, anzi, in realtà è già da tempo lo sport nazionale per eccellenza. Ma l’evasione di cui parlo io non c’entra un pheeco con quella dei famosi perla pirla delle Dolomiti, si tratta piuttosto della voglia di lasciar perdere tutto.  E smettere di programmare, di avere sempre date e cose e fatti e persone e numeri. Vorrei fare una bella piazza pulita e tenere solo quello che merita davvero… chissà, magari riuscirò veramente a mettermi il cuore in pace. Ooh baby, don’t say no, say maybe.

Mi rendo conto che questo post è iniziato male, sarà la poca ispirazione, sarà che sta ormai prendendo la forma di “diario paranoico da adolescente” che cercavo disperatamente di evitare. Ma ormai ci siamo, e non potevo mica lasciarvi qui senza scrivere per così tanto tempo, chissenefrega se sono un mal di testa con me attorno. Avrete capito che sono in uno di quei momenti “misantropia portami via” e odio tutti e tutto. Una delle cose che ultimamente mi dà più da pensare è la tremenda mania dei miei coetanei, parola che ormai ho già reso sinonimo di coglioni al 90%, di bere come automobili senza benzina.

Una volta avevo già parlato del fumo, e quindi continuo (ma sarò breve perché il letto mi reclama, non faccio in tempo ad uscire da scuola che il sole tramonta deprimendomi) sull’ala bacchettona-vittoriana: trovo che l’alcool fra i giovanissimi sia ancora più sottovalutato del fumo. In quella che è ormai una cloaca, chiamata Facebook, non è raro trovare ragazzine vantarsi di quanto è figo ubriacarsi e sboccare ogni cavolo di sera, sennò che vita è, sennò che divertimento potrà mai esserci, sennò che palle.

A loro e a quelli/e che invece “reggono meglio”, che fanno finta di indignarsi per l’alcolismo poi sono pure peggio, che si sentono grandi bravi belli furbi, che parlano male dei 12enni in discoteca poi dimostrano la maturità di uno scopettone Swiffer, auguro di andare a cagare in un campo di ortiche mentre le pulci divorano ciò che resta del loro piccolo cervello. Avranno ben misero pasto.

Smoooke on the waaaaater

Fumare.

Non ha senso.

Non. Ha. Senso.

Ogni volta che chiedo a qualcuno perché fuma, mi vengono date risposte che non rispondono. Ragioni inesistenti. Eppoi vabbè, mi duole dirlo, è uno di quei casi in cui i simpatici “psicologi dell’ età giovanile” potrebbero anche avere ragione: fai parte di un gruppo, hai modo di parlare, ti senti più grande, scacci lo stress, la timidezza in qualche modo si affievolisce. E la dipendenza, poi, non è che sia questo gran problema… si può essere dipendenti da tremila altre cose, che destano meno scalpore. Io ad esempio sono dipendente da… ehm…

Giusto, scordavo che chi soffre veramente di dipendenza da qualcosa non lo ammette. In tal senso, se scrivessi qui pubblicamente che mi dovrei disintossicare da Internet sarebbe come dire che non è vero, no?

Quindi: mi dovrei disintossicare da Internet. Ta-daaaaaaaaaaaaan! E ora voglio vedere chi mi spedirebbe in web-rehab.

Ma torniamo al discorso iniziale: ciminiere umane. Ovunque. Diciamoci la verità, vedere un adulto che fuma è normalissimo, non ti fa venire la faccia da WTF?! in un petosecondo, anzi ci sono adulti che riesci ad immaginarteli automaticamente mentre fumano: Audrey Hepburn col bocchino lunghissimo, il tenente Colombo, Bob Marley, Nana Osaki, Rita Hayworth sulla locandina di Gilda. Ma a quei tempi erano poi già consapevoli dei rischi (per Nana non vale la domanda)? Direi di no.

Il discorso cambia se a tirare grosse boccate da Brucaliffo è un tinèger. Un fanciullo o una fanciulla. Un adolescente. E lo so, molte volte il fumatore grande è così proprio perché era un fumatore piccolo. Però io non riesco a considerare un mio coetaneo che fuma altrettanto consapevole di un 30enne che fa lo stesso: credetemi, ci passa un abisso.

E poi, Signoreiddio, a 17 anni ti vuoi già prendere cancro, pelle grigia, squame, occhio spento, tosse scatarrosa, disturbi respiratori, difficoltà a fare sport? Ma veramente, parafrasando Caparezza, chiccazzo te lo fa fare? (In realtà ci sono varie risposte a questa domanda.)(Ma se ve le elencassi tutte, sembrerei una di quelle pallose signorine Rottenmeyer che odio e alla fine istigano i giovani a fare uso di droghe.)

Comunque ultimamente mi sto preoccupando, sono troppo bacchettona. Devo smetterla di leggere manuali di educazione vittoriana.

 

Per un pugno di centimetri

 La follia della donna 
quel bisogno di scarpe 
che non vuole sentire ragioni 
cosa sono i milioni 
quando in cambio ti danno le scarpe?

(Elio e le Storie Tese – La Follia della Donna)

Tempo di alleggerire il patrimonio familiare, ovvero di fare shopping con la mia scarcagnata Banda del Buco (d’ora in poi BDB). Una delle autorevoli esponenti se ne esce che ha bisogno di un paio di scarpe, il che equivale all’emanazione di una condanna a morte, perché ci costringe ad entrare nel Negozio della Dannazione. Nei Negozi della Dannazione hanno un modo speciale di mettere le scarpe, sarà la luce, ma sembrano tante piccole veneri di Giorgione addormentate, aspettano solo una fagiana dal portafogli gonfio per svegliarle.

Ed è proprio lì che vedo l’emblematico oggetto, fonte di tanto cogitare. Un paio di decolletées così nere, così lucide, così eleganti ed infiocchettate… non posso fare a meno di fiondarmici come un orso sul miele. E arrivo alla conclusione che è un’ingiustizia! Se può indossare le decolletées Ela Weber, una stangona alta come l’Empire State Building, non vedo perché non posso io, che al cinema potrei facilmente passare come un’ 11enne e pagare il biglietto ridotto (sono troppo, troppo onesta per farlo). E’ facile: compro un paio di taccazzi, magari non proprio il 12, ma che almeno mi diano un’altezza da cui poter esser vista anche dagli esseri umani, e non solo dai basset hound. Ci cammino un po’in giro, ci faccio l’abitudine, non sarà mica sta gran cosa, poi non devo indossarle sempre, solo nelle grandi occasioni… voglio dire, c’è anche gente che ci balla, la Germanotta ne mette dei modelli armadillati e swaroskati che farebbero impallidire il presidente dell’Associazione Universale Feticisti (ti adoro sempre, mister Alexander McQueen, RIP RIP RIPpissimo!), e io devo rimanere qui a guardare le 13enni pornobimbe che fanno le tacchettine (cit. Il Diavolo veste Prada) tactactac in giro per il mondo? Ma non scherziamo.

Il ragionamento in teoria non fa una piega, anche se sinceramente mi sento parecchio a disagio. Mollare le sempiterne ballerine, così rassicuranti, vintage e tenere, ma ormai talmente sfondate che potrebbero essere usate come scialuppe di salvataggio per il Titanic. Mollare le leggendarie Converse, simbolo di un’età, che ormai hanno la scritta dietro somigliante all’insegna di un bar di periferia degli anni ’20 chiuso da otto generazioni e lasciato marcire, il bianco della punta è diventato maròn quaglia, e poi io in estate i calzini li mando volentieri a quel paese perché non sono appassionata di pesca, perciò non ho bisogno di fabbricarmi i vermi. E mollare le comode gladiators da peplum remake di Ben Hur, che staranno bene coi miniabiti, ma lasciatemelo dire, sotto i jeans (magari attillati) hanno l’effetto di un rutto di cervo. Sì. Sia resa gloria ai tacchi. Alla fine tutto scorre, anche il tipo di scarpe…magari tirare in ballo zio Eraclito per giustificare la mia voglia di tacchi è un filino esagerato, ma la colpa principale è da attribuirsi al seguente dialogo edificante con un’altra membra onoraria della BDB…

LadyLindy: “Quasi quasi mi compro il primo paio di tacchi…”

Membra: “Ma sei sicura…? Ci sai camminare sopra?”

LadyLindy: “No, ma devo imparare! Non potrò mai fare la hostess senza! Hai mai visto una hostess camminare sulle babbucce FlyFlot?”

Membra: “Tu non hai mai voluto fare la hostess.”

LadyLindy: “Và a caghèr.” (Trad. anche se si capisce benissimo = vai a cagare.)

Dato che gli scarsi incoraggiamenti non fanno altro che rendermi più incaponita, provo le famigerate decolletées sotto lo sguardo vigile della commessa detta anche “dinosauro che non sa di essere estinto”. Mi viene richiesto, con gran sprezzo del ridicolo, di muovermi. Ovvio. Tutti fanno qualche passo quando provano le scarpe. Io no. Ho letteralmente gli arti in sciopero. Mi sembra di essere rimasta pietrificata alla vista di un pazzoide serial killer col coltello verso di me… queste non sono scarpe, sono montagne russe spietate. Presto, datemi un sacchetto per respirarci dentro, o in alternativa per sfogare la nausea. Intanto la compare della BDB se la ridacchia, memore dei suoi dubbi di prima rivelatisi fondatissimi – un affronto che andrà lavato con l’EstaThe alla pesca.

E ora, ridatemi le ballerine, che è meglio restare coi piedi per terra.

 

A volte la quotidianità è più avventurosa

Piccola premessa: se fra un po’ di tempo non mi vedrete più nel blog, se per caso dovessero uscire notizie inquietanti su una certa sedicenne o roba del genere, sappiate che qualcuno che non doveva leggere questo post l’ha letto. E mi hanno sospesa da scuola o torturata spietatamente. Quando imparerò che Internet è cosa pubblica?

La scuola dovrebbe prepararci alla vita, no? Appunto. Nella mia scuola hanno preso questa missione molto seriamente: conoscendo l’italica quantità di burocrazia e scartoffie inutili, la lentezza degli uffici, l’inaffidabilità di chi dovrebbe fare dell’affidabilità  il proprio mestiere e blablabla, si sono immediatamente adeguati. Mica potevamo fare gli snob e avere un minimo di segreteria che funzionasse.

Peccato che questa magnanimità nel voler raggiungere gli standard nazionali porti qualche problemuccio. Spiegazione dovuta: nel mio istituto arancioblù stile ristorante di pesce (manca solo l’acquario con aragosta), esiste questa cosa tanto carina chiamata sportello pedagogico - d’ora in avanti SP per comodità. Uno può fermarsi dopo la scuola per una spiegazione extra, se ha bisogno di rimettere a posto le idee o perché sì. Io faccio parte di quelli che vogliono fermarsi perché sì. Vabbè, un po’ lo sapete già… lo avevo scritto che ci hanno tolto una Prof con la P maiuscolerrima. Quale migliore occasione per fermarsi e discorrere un’oretta sui massimi sistemi con lei e altri eletti? Bene.

Vuoi che per gli SP servono dindini sonanti, e sappiamo a che livelli sia messa la scuola pubblica ultimamente, vuoi che bisogna trovare una congiunzione astrale favorevole, ho dovuto aspettare mesi per essere in condizione di agire. In questi ultimi 2 – 3 giorni, grazie all’avventura che vado a narrarvi, ho imparato molto sulla burocrazia.

Tappa 1: Finalmente si trova il giorno e la compagnia. Per prenotarsi negli SP bisogna scrivere una sbudrega di dati in un foglietto che, secondo regolamento, dovrebbe essere messo a disposizione dalla segreteria da lunedì ore 8 a giovedì ore 11.30. Lunedì, otto spaccate, sono davanti alla bacheca, ma non c’è il becco di un foglio. Manco uno straccio di biro. Forse dovrei prendere qualche lametta e prenotarmi scrivendo col sangue, come nei giuramenti di mafia. Decido di rimandare le soluzioni drastiche e tornare alle 10.30, quando sempre secondo il famoso regolamento dovrebbe aprire la segreteria (sì, non apre con il resto della scuola, ma due ore e mezzo dopo. In compenso chiude a mezzogiorno).

Tappa 2: Dieci e tre quarti – concedo un quarto d’ora, visto come sono buona? – mi presento davanti alla segreteria con le migliori intenzioni. Motivata e scintillante. Davanti a me, serranda abbassata. Penso rapidamente a qualche modo per aprirla, se non con le buone, almeno con le cattive ché c’è più gusto.

Dopo aver raccolto il sale che avevo seminato nell’attesa, finalmente un’apparizione mistica: la serranda, piano piano buono buono, si solleva. Un coro di angeli biancovestiti intona Alleluja, Alleluja mentre mille colombe svolazzano attorno a me e alla persona che dovrebbe darmi un semplicissimo, fottutissimo foglietto. Dopo un surreale colloquio con la tipa della segreteria, una con la faccia da mamma d’altri tempi impegnata a cucire e far la polenta, apprendo che la tabella per gli SP arriverà il giorno dopo verso le 11.30, perchésaidevearrivaredallasuccursale. Sorrido come se mi avessero detto che ho vinto il Nobel alla nascita, sperando che la suddetta mamma d’altri tempi finisca stritolata nelle mie fossette.

Tappa 3: Il tutto arriva sì il giorno dopo, ma circa due ore in ritardo. E fra i cognomi dei prof che faranno SP, noto con sconforto che non c’è il Suo.

Grazie al Cielo io e le mie compagne di sventura riusciamo a parlare con La Prof, e scopriamo che… non si sa perché il Suo cognome non ci sia. Altri sbarellamenti in giro per l’istituto arancioblù, con La Prof che deve andare alla santa segreteria per dire di correggere. E intanto la bile si muove, si aggira indisturbata per l’organismo, organizza festini clandestini nell’apparato digerente. E il tempo passa. Siamo già a mercoledì e domani mattina il foglio lo tolgono, cento euro che quello lo fanno in tempo solo per far dispetto.

Tappa 4: Passano le ore, si ritorna a controllare. Nada de nada, il foglio è ancora come prima. Io devo correre sennò perdo il pullman (prima o poi scriverò anche riguardo a quello). Due parole d’intesa con la compagnia che condivide con me quest’odissea, e decido di far di testa mia. Biro alla mano. Cocciutaggine nell’altra. Correggo io e, come direbbe Guccini, a culo tutto il resto.

Questo ucciderà quello

A Betty, che senza saperlo mi ha dato lo spunto per il momento “Rabbia Diabolica”.

E adesso qualcuno mi spieghi. Ho proprio bisogno di uno squarcio di luce ad illuminare l’oscurità dell’ignoranza. Mais pourquoi, mais pourquoi. Perché tutti i libri dichiarati come “narrativa per ragazzi” devono essere talmente, irrimediabilmente, inconfutabilmente, chiaramente così stupidi? E’ un dubbio che mi attanaglia da un po’.

Un tempo Platone disprezzava l’uso della scrittura, per lui era solo un insieme di trattini indegni di rappresentare il pensiero: sfogliando certi wannabe scrittori viene quasi da dar ragione al famoso filosofo. Alcuni aborti del pensiero che nascono dalle tastiere (mai dalle menti) di qualche sfigatiello non possono per nulla definirsi libri, bensì poco meno che rutti di cervo.

Ora: i gusti son gusti. Un libro può piacere o no. Però, lasciatemelo scrivere, due sono le cose che più sento il dovere morale di denunciare:

1. I poveri ed innocenti alberi che vengono abbattuti, creando danni incalcolabili alla natura e all’umanità, per dare alle stampe dei veri insulti all’intelligenza umana come questo.

2. L’idea di fondo che tutti gli adolescenti siano stupidi/ignoranti/caproni/vuoti/senza pretese letterarie/eccetera eccetera, scegliete voi l’ipotesi peggiore. Non per fare la fighetta, ma vi basterà leggere qualcosina in questo blog (sissignore, la scrivente ha quindici-anni-quasi-sedici) per smentire in blocco qualsiasi illazione del genere. Spiegatemi perché, se una persona ha dai 13 ai 18 anni, deve per forza rientrare nella categoria dei cretini. Ma vi siete visti voi, cosiddetti adulti che infangate il buon nome degli adulti veri? Sarete mica tutti dei diamanti grezzi. Anzi, più generalizzate sull’età in cui navigo, più ci fate la figura dei grulli.

Sono la prima a scherzare su me stessa e sui miei coetanei, a prendere in giro le nostre pare, le nostre difficoltà, la voglia di sembrare più grandi. Però, da qui a dire che siamo tutti cojones ce ne passa. Guardate fin dove mi spingo: pur di spiegare meglio il concetto, uso addirittura la temibile Miss Matematica. Piccola proporzione:

Numero di adulti cretini : Totale adulti = Numero adolescenti cretini : Totale adolescenti

Traduco. Il numero di adulti cretini sta al totale degli adulti viventi come il numero di adolescenti cretini sta al totale degli adolescenti altrettanto viventi. Non è difficile. Sono grandezze direttamente proporzionali. Più aumenta una, più aumenta l’altra. Non chiedetemi come ci sono arrivata, non lo so manco io.

Il punto è questo: per le case editrici la suddetta proporzione non esiste. Tutti gli adolescenti sono cretini. Ed io, in quanto orgogliosamente non cretina, mi sento piuttosto offesa. Ormai dei vomiti di cinghiale firmati Federico Moccia se n’è parlato e riparlato, e se le grandi case editrici decidono (ogni morte di Papa) di puntare su un qualche esordiente per la narrativa giovanile, mi vanno a tirar fuori gente che con la scrittura ci azzecca quanto Bill Gates c’entra con la Apple. Fantasy? Voilà una certa Licia Troisi, fortunatissima che non fa in tempo a spedire il manoscritto e già ha il libro fresco di stampa. S’intende di armi come Topo Gigio. E scusate se da una scrittrice di fantasy e guerra mi aspetto almeno una minima nozione sull’arte militare. Gli euro spesi peggio in tutta la mia libreria personale sono quelli per il suo pseudolibro. Romanzi rosa? Tatan, sbuca dal cilindro tale Rossella Rasulo, esponente importantissima del “non sono bimbominkia perché non uso la k”… qualcuno le spieghi che per scrivere bene serve qualcosina in più del che accessoriato con c+h. Una produzione letteraria profonda come i pensieri di Noemi Letizia, e ho detto tutto. Chissà se il “libro” della Rasulo, compreso l’ultimo di Moccia, è utile almeno per accendere un falò.

Concludo, come è ormai prassi (vedi qui), con un appello: ci sono ragazzi a cui piacerebbe leggere qualcosina di più. E’vero, si possono sempre scegliere libri per adulti, ma almeno fate nascere nelle nuove generazioni l’amore per la lettura. Abbandonate il credo del “guadagno ad ogni costo” e del famoso “qualsiasi cosa va bene per i giovani, purché comprino”. Ve lo chiedo per favorissimo. M’inginocchio, anche sui ceci, se volete. Non tanto per me, che ci ho fatto il callo e ormai leggo prevalentemente libri “da grandi” (grazie, Madre Natura, di avermi donato una mente perversa sin da piccola). Quanto per i ragazzini, i preadolescenti e i bimbi, che si affacciano o si stanno per affacciare alla finestrella della narrativa giovanile. Non rendiamoli tutti bimbiminkia, per l’amor del Cielo. O i libri uccideranno davvero, senza dover necessariamente crollare sulla zucca di qualcuno.

That’s all, folks.

Sulla moda, sulle fashion bloggers e sulla fama facile

 

E’ molto strano: mi sono sempre chiesta cosa sia, stringi stringi, lo stile. La moda è una meravigliosa cavolata, lo sappiamo, ma lo stile no. Lo stile è l’espressione di se stessi e della propria personalità, di cosa ci piace, in una parola di noi. Ti piace vestirti sempre di blu? Perfetto: se il blu rispecchia la tua personalità, usalo finché vuoi. Chi sono io per impedirtelo.

Quello che non capisco è tutto l’ambaradan ruotante attorno alle grandi griffes. Io non so mai cosa pensare: a volte mi dico che se qualcosa ha quelle letterine stampate sopra sarà sicuramente di grande qualità e varrà un fracco di quattrini, salvo poi scoprire che una borsettina Prada viene venduta a prezzo-stipendio nelle boutiques ma prodotta da clandestini sottopagati e in nero a Napoli. A questo punto, entrare in un monomarca ultrasnob (perché sono tutti così, alla fine) o comprare alle bancarelle del mercato mi dà la stessa (scarsa) sicurezza sul prodotto, con l’unica differenza che per comprare un foulardino di Hermès devo accendere un mutuo.

Mi fanno assai ridere, inoltre, tutte quelle pischerle che si indignano dei prezzi inaffrontabili di certe marche, dicendo che alla fine sono oggetti come gli altri e una firmetta non importa niente, per poi sbattere a destra e a manca la borsetta malamente taroccata, comprata dagli abusivi. Le case di moda, come avevo già detto qui, sono veramente poco attente alla gente che vive nel modo, perse in interessi multimiliardari, impegnate a manipolare la stampa e comprarsi i giornalisti, a reclutare modelle con metodi ignoti (fino a un certo punto), a fingersi contro l’anoressia mentre scheletri “viventi” zompano in passerella. 

Loro sono contro l'anoressia. Come, non si vede?

Per questo, dopo aver capito che fra gli stilisti “veterani” non rimane nulla che sia lontanamente paragonabile alla creatività e al talento, ma solo qualche guaio giudiziario, avevo accolto con gioia il boom delle fashion bloggers come una sorta di ondata liberatoria dall’egemonia malata della grandi griffes, magari per vedere qualche esordiente un po’ diverso, magari per scoprire che per avere stile non bisogna per forza essere tutte scianelluivuittonverauang eccetera. Qualche fashion blog di qualità l’ho trovato, infatti, come The Sartorialist, The Street Fashion, Le blog de Betty, Karla’s Closet, Tokiobanhbao, Rejecting the obviousness e altri; ma poi ho avuto la sfortuna di imbattermi per caso in una certa insalata ossigenata. Lei è Chiara Ferragni, e ha la pretesa di definirsi fèscionblogger più famosa d’Italia, ma che dico d’Italia, di tutto il mondo, dell’Universo, del Creato e del non Creato. Grazie al cielo qualcuno su Facebook non si fa incantare (qui e qui). Vi chiederete che cos’ha di diverso dalle altre bloggers che me la renda tanto antipatica. Innanzitutto, è una rossa cremonese, ma evidentemente il rosso tiziano non è abbastanza fèscion, così ha deciso di spacciarsi per bionda naturale milanese (anche se in realtà arriva direttamente dal mondo Mattel). Bocconiana perfetta, si definisce “studentessa” quando in realtà sui libri non la si vede mai, con gran sprezzo degli studenti che si fanno un mazzo tanto.  Le sue fans la idolatrano come una dea scesa in terra, e a giudicare dalle tonnellate di giornali che parlano di lei a tutto spiano deve essere proprio un’ icona di stile degna di Gabrielle Chanel. Ehm. Quasi. In realtà i suoi abbinamenti non è che abbiano tutta questa originalità, lei pensa solamente a mettere in bella mostra i loghi delle marche, e impiegherà due ore ogni giorno a photoshopparsi, pure malamente (controllate voi al link che vi ho messo su “insalata ossigenata”). Infatti, l’impressione è che quello non sia un vero blog di moda, bensì una specie di santuario autocelebrativo che urla ai quattro venti “guardate com’è bella, ricca, interessante, piena e glamour la mia vita. Mica come la vostra, pidocchi”. Sorvoliamo sul suo italiano da quinta elementare – o scopiazzato da altri siti – e sull’inglese da “senza Google Translate sarei persa”. Senza contare che dalle sue parti continuano a vantare miliardi e miliardi di visite, senza però rendere mai visibile il counter (magari adesso li ha davvero i miliardi di visite, ma all’inizio erano di certo una mossa pubblicitaria). La madama Ferragni, soprannominata dalle Vipere Kiaretta, Ferracne, Ferragna, Ferraglia eccetera, passa da un party all’altro, e… non ci crederete mai… anche al party del Pdl! Sì, dev’essere un retaggio del suo fidanzatino, tipico ragazzo della Milano bene detto anche “Uomo Bancomat”, a cui auguro di non farsi male all’indice a forza di votare il blog della sua Barbie su ogni aggregatore possibile. E magari, passando da un party fighissimo all’altro, provasse a dare un’occhiata agli scheletrini nell’armadio del Sire supremo. Il target dell’insalata bionda è probabilmente lo stesso del programma televisivo TrlTotalmente Rincoglioniti Live Total Request Live… aspettate un attimo! Ma è proprio lei la biondina che presenta ai Trl Awards 2010? Sì sì! Eccola:

Vi segnalo che comunque ha rimediato anche una orrenda figura con i Dari. Ancora un attimo… ma come ha fatto Chiaretta, nel suo piccolo, a finire in tv? Vabbè che per fare il VJ di MTV, da un po’ di tempo a questa parte, occorre soltanto avere un atteggiamento da “viva i ggggiovani”, e sappiamo tutti che le selezioni sono tenute dal cugino della Pimpa. Però lei non ha nemmeno un minimo di competenza in fatto di dizione e presenza televisiva. Ci dev’essere qualcosa sotto. Ah, ecco! La coppia più bella della Mattel è amica del cantante dei Finley! Da che mondo è mondo, i Finley sono proprio ospiti tipici di Trl, quindi pare che ci sia stata una intercessione caritatevole per lei.

Sempre per quanto riguarda le mistiche apparizioni della Bloggerpiùfamosad’Italia in tv, è imperidbile la chicca del Chiambretti Night (notare la faccia di Misha Barton) in cui si presenta vestita da carnevale dei cavalli Cow Girl:

Ed ecco il commento di qualcuno che ha capito tutto su youtube (per fortuna c’è gente come lui):

A questo punto ci si potrebbe consolare pensando che almeno è onesta. Eh no! Basta indagare un po’ in rete per scoprire che è stata reclutata dalla Fiat per sponsorizzare la nuova 500 assieme al suo fidanzato Ken, ma lei non l’ha nemmeno comunicato ai lettori continuando imperterrita a fare pubblicità occulta. Peccato che tutto si scopra facilmente su Internet.

Concludo dicendo a Chiaretta che è inutile commentare il suo stesso blog con due nickname diversi per difendersi, dirsi aperte alle critiche ma rispondere solo con dei seisoloinvidiosa seigrassissima seitamarra vorrestiesserealmioposto eccetera. Se vuoi diventare famosa, se ci metti la faccia e mostri in Internet tutta la tua vita privata, devi accettare le conseguenze. Sei maggiorenne e responsabile per quello che fai: i trucchetti vengono smascherati facilmente, e in Internet ci si può documentare facilmente. Non sei l’unica ad avere un blog di moda in tutta Italia, anzi molte sono più brave di te. E allora, per favore, se non riesci a gestire la presunta fama (e tutto quello che comporta), meglio lasciar perdere.

 

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