Scappare a Roma: imperatori fighi e chiese vanitose

Sono viva!

Sono soltanto seppellita da cose da fare e da pensare.

Approfitto degli ultimi scampoli di libertà che mi sono concessi, prima che l’università mi fagociti definitivamente. E ritorno, come ai bei vecchi tempi, a mostrarvi qualche fotina senza troppe pretese della mia ultima fuga a Roma, rigorosamente in ordine sparso.

C’è chi dice che Roma sia la città più bella del mondo: è vero.

Però ormai questa bellezza è più decadente che mai, e chissà, forse è proprio questo a far parte del suo fascino. Di sicuro c’è soltanto che ad ogni vicolo ed angolo si possono trovare incredibili sorprese, troppe anche solo da elencare: un esempio su tutti, il ristorante in cui mi sono abbuffata di amatriciana e spaghetti cacio e pepe (ehm) (per la cronaca, il ristorante è questo qui, consiglio caldamente).

Ma non vi ammorberò oltre, lasciamo parlare quegli sgorbi assoluti capolavori che sono le mie splendide foto – e ricordate amiscci, passate sempre il mouse sull’immagine per leggere il mio pregevole commento ed avere dunque una comprensione più piena e completa delle boiate che sparo!

E infine, sperando di non averla tirata troppo per le lunghe, non poteva mancare una delle mie scene preferite di Vacanze Romane.

P.S. Ringraziatemi che non ho chiamato il post “Vacanze Romane” o “Fotine”, eh. Dai, sto aspettando.

Qualsiasi vento è vento di mare

Qualsiasi vento è vento di mare, e qualsiasi città, anche la più continentale, nelle ore di vento – è marittima. C’è odor di mare, no, ma: c’è aria di mare, l’odore lo aggiungiamo noi. Anche il vento del deserto è di mare, anche quello della steppa è di mare. Giacché al di là di ogni steppa e di ogni deserto – c’è il mare, l’oltredeserto, l’oltresteppa… Ogni viuzza in cui tira vento è la viuzza di un porto. – Marina Cvetaeva

Salve. C’è ancora qualcuno qui o siete tutti ad abbrustolirvi alle Bahamas?

Ma prima di cominciare con le domande impertinenti dovrei scusarmi per il mio vergognosissimo ritardo – mai era accaduto prima d’ora, negli annali del blog, che si saltasse un mese – che però ritengo giustificabile, in quanto questa è l’estate dopo la maturità, l’estate ggggiovane più bella della mia vita, scusate se è poco. O almeno, così ho sentito dire in giro.

Non è completamente vero.

In realtà ci sono elementi positivi e negativi, e fra questi ultimi posso annoverare:

♥ Il fatto che la burocrazia universitaria mi ha ammazzata fino a qualche giorno fa, e sono già qui che faccio i salti di gioia in sella al mio unicorno fucsia al pensiero delle scartoffie e beghe varie che mi aspetteranno da qui ai prossimi cinque anni (yay!).

♥ Una tempesta nubifragica e acquazzonica che aspetto da un mese e non arriva mai.

♥ Ho passato la settimana dopo l’esame ad ascoltare in cuffia, a volume insostenibile, le canzoni più struggenti di Ray LaMontagne dalle 23:30 alle 2 di mattina, fissando il soffitto dal letto. Spero di aver reso abbastanza bene la tristezza coppoliana del momento.

♥ Non sono ancora riuscita ad andare in riviera almeno una volta per mangiare la piadina (come la fanno lì è meglio, che ve lo dico a fare) (penso solo al cibo, lo so) (non me ne vergogno).

♥ Mi sono messa a guardare più con attenzione gli INCI (non sapete cosa sono? Ecco) dei prodotti che uso, e ho scoperto che i miei cosmetici hanno ingredienti paurosi. Eppure, non credo di poterne più fare a meno (maledetto capitalismo cosmetico, belli erano i tempi in cui ci si preparava le cose in casa con il salice e i mortai, come le druide).

♥ Siamo in agosto.

♥ Nonostante io abbia preso più di 70 all’esame, mi tocca fare comunque un test OFA per iniziare i corsi, quando è evidente che io dovrei esserne esentata in quanto persona di gusto e spirito.

♥ L’Apocalisse più apocalittica che il creato ricordi: mi è morto l’Ipad dopo soli 10 giorni dall’acquisto. Qualcosa mi diceva che non avrei dovuto comprare un prodotto con tale simbolo demoniaco appiccicato sopra, eppure è andata così. Per chi di voi comprende la lingua applese, sappiate che codesto iPad è entrato da solo in modalità DFU, una volta riconosciuto da iTunes mi impone di ripristinarlo, io acconsento ma poi l’operazione non viene portata a termine per un fantomatico errore. Ovviamente la parte più divertente è stata chiamare l’assistenza, che così si è prodigata:

Apple: “è ancora in garanzia, la porti prima dal rivenditore.”

Rivenditore: “entro il primo anno la responsabilità è di Apple”

e insomma, sabato pomeriggio vi farò sapere come sarà finita l’annosa vicenda, intanto il mio povero (ma costoso) aggeggio giace senza vita nella sua brava scatolina bianca e minimal.

Ma, lettori miei, non disperate nel vedere la mia situazione tanto tragica. Ho infatti compilato per voi una lista che descrive anche le cose belle:

Il mio ultimo articolo per Clamm Magazine è uscito! Vi conviene correre subito QUI a leggere!

♥ Sto pianificando un possibile viaggio, con tutti i “forse” e i “se” possibili, di cui vi mostro qualche indizio…

♥ Potrebbero esserci nuove GROSSE PAZZE collaborazioni a settembre :)

♥ Sono ufficialmente una matricola. Ho deciso di mettere questa cosa nell’elenco della positività per darmi coraggio.

♥ Ed infine. La cosa più importante di tutte: nel momento storico della mia immatricolazione, in quel di Bologna, ho avuto il supporto morale nientemeno che della nostra Ragazza con la Valigia (se la leggete già bravi, sennò correte a tenere d’occhio il suo blog), con la quale ho festeggiato ubriacandomi di succo pesca + albicocca + limone. Il nostro incontro è stato benedetto dalla presenza di un carlino che ha sostato per qualche tempo vicino a noi. Ovviamente non posso svelarvi tutti i dettagli della conversazione fra due menti brillanti come noi, sappiate solo che sono state prodotte interessanti teorie su Kate Middleton e progetti sconvolgenti sulla letteratura contemporanea. Ora aspetto soltanto di poter riunire qualche altro mio adepto della setta dell’ammmore – lettore – fan per organizzare un mega raduno, una specie di flashmob in cui tutti noi ci metteremo trasgressivamente a bere tè verde inzuppando biscottini nelle pubbliche piazze.

Nel frattempo, vi allego magnanimamente qualche consiglio di lettura da spiaggia e musicale:

(Courtesy of Feudalesimo e Libertà)

Be hungry, be calmi e nervi saldi. xxx

Matura come una pera cotta

Da tanto ho aspettato di potervi comunicare questo gaudium magnum: gli esami sono ufficialmente finiti! Non vedo l’ora di buttarmi nel famoso gorgo di vita adulta che stranamente si svolge al di fuori delle aule, dei banchi e delle lavagne. Sono impaziente di assumermi le mie responsabilità, diventare grande, prendere bastonate da questo e quello, pagare tasse, frugare nelle tasche e trovarci i ragnetti con le loro ragnatele.

Suonava abbastanza convincente? No eh?

La verità è che ora come ora sono un po’ spaesata e disorientata. Ho una bussola smagnetizzata. Ma tant’è: pare che dovremo farci l’abitudine.

Ora basta con le melensate ansiose: se siete venuti qui a leggere, o care anime pazienti, è perché volete dei resoconti. Bè, come qualcuno ha già scritto, sulla maturità (pardon: esame di Stato) ci costruiscono un sacco di bubbole retoriche e menate inesistenti, tanto per creare attorno a tre verifiche e un’interrogazione questa aura di rito d’iniziazione che francamente non c’è. Di questo ero consapevole anche prima dell’esame in questione, ma tutta la fanfara di raccomandazioni, senso di “epoca di passaggio”, “finale di percorso”, “traguardo che rimarrà per sempre” e “addio ai migliori anni della nostra vitaaah” crea una certa impressione nelle nostre giovini menti influenzabili.

Detto questo, credevo che il mio colloquio avrebbe avuto risvolti degni di Ecce Bombo, anche perché siamo in pieno malgoverno democristiano.

Fortunatamente ho sfoderato tutte le mie migliori abilità di affabulatrice e improvvisatrice, anche stimolata dal mio amabile, paterno genitore, il quale all’uscita dalla macchina mi ha congedata con un “torna col tuo scudo o sopra di esso”, alla maniera degli spartani.

Ecco: tutto qui. Speravo in aneddoti divertenti, in esperienze di vita indimenticabili degne di essere trascritte, in qualche meravigliosa avventura che desse un senso allo stress e al tutto. E invece no: sono andata, ho fatto quello che dovevo fare, grazie, prego, è stato un piacere, ciao, adios bitches. Chiudiamo un capitolo di cui mi mancherà poco, dal quale ho imparato molto – ma non nel senso che di solito si attribuisce alla scuola – e che sono piuttosto contenta di lasciare. Ora corriamo tutti a mettere gli occhiali da sole, ché qui il futuro è troppo brillante.

Un saluto e un ringraziamento per il vostro supporto a distanza.

La novella diplomata, già liceale cinica & perennemente atipica

P.S. Presto usciranno nuovi articoli su Heykiddo e Clamm Magazine, qui nessuno si siede sugli allori!

“Ci sei?” “No, sono al bar”

Ecco, diciamo che ci sono.
Ma non sono qui.

Purtroppo il giogo della dannatissima maturità (pardon, Esame di Stato) fa sprofondare anche le mie esilissime spalle – so già che, una volta finito tutto, fra una risata e un “te possino” non se ne riparlerà più – quindi è doveroso lasciarvi con un messaggio (in ritardo) di speranza e incoraggiamento.

Io son qui che lavoro, voi aspettatemi, fra poco tornerò a scrivervi delle solite cose glitter unite a sorprendenti intermezzi seri e filosofici stile Università di Hello Kitty. Sempre che, in allegato alle buste ministeriali con le prove, non giungano anche dei comodi set per la pratica eternamente attuale del seppuku. Ah, a brevissimo uscirà un mio articolo per Clamm Magazine, quindi non avete proprio scuse.

Andate e moltiplicatevi, per me la resa dei conti è giunta: valar morghulis.

P.S. Se amate le cosine vintàg come me, ho trovato un bellissimo video girato nel 1969 [qui], con i maturandi di quell’anno scolastico. In pratica le tracce del tema, 44 anni fa, riguardavano i giovani, la nuova letteratura e il problema ambientale. Che delizia vedere come le cose siano assolutamente diverse oggidì.

Futuri paralleli al mio presente (e giardinaggio)

Mi scuso fin d’ora per la lunghezza del post, d’altronde è da tanto che non mi faccio viva. 

Le cose più importanti che avete necessità di sapere, in quanto miei fedelissimi lettori e confratelli nella Setta dell’Ammmore, sono le seguenti:

♥ Ho scoperto che nella mia vita non c’erano abbastanza illustrazioni di Yelena Brysenkova, e probabilmente nemmeno nella vostra, quindi cliccate QUI.

♥ Devo al più presto darmi al giardinaggio. Io non ce la posso fare se non dimostro a me stessa e all’universo che ho almeno un po’ di pollice verde. Qualche giorno fa sono stata ad una magnifica esposizione di fiori e piante, alcuni erano veramente meravigliosi – e sentire della gente esperta di qualcosa parlare in termini tecnici, come adepti di una loggia segreta, stimola sempre la mia strabordante curiosità – tanto che ho deciso di schiavizzare qualche personaggio più esperto di me (vedi: mio padre, un paio di vicini, un nuovo amico che si è scoperto provenire dal mio stesso paesucolo) e imbastire un mio personale vivaio / roseto / orto o qualsiasi cosa ne salti fuori. Sarà la primavera. (A proposito: ma quanti tipi di rosa esistono? Hanno dei nomi stupendi! E lo sapevate che ogni ramo di un albero ha un nome diverso? Ma quante soddisfazioni può dare la botanica!)

♥ E ora passiamo alla parte che piace a noi gente letterata. Parlo dei miei goffi esercizi di scrittura che, con faccia tosta e sprezzo del ridicolo, decido di gettare in pasto al formidabile popolo della rete. L’altro giorno mi sono messa china sui fogli della mia Moleskine (sì, qualche vezzo da piccola hipster di provincia / studentessa di Harvard venuta male lo dovete lasciare anche a me, sennò non vale) e ho pensato di utilizzare una specie di sistema combinatorio, come coi mazzi di carte da poker (una tecnica per niente originale e già bella che sfruttata, lo so), per inventare tanti possibili futuri ed esorcizzare l’angoscia fluttuante dell’ignoto (e ora la smetto con queste parentesi altrimenti vi viene la scogliosi e vi sanguinano i cristallini). Vi ricordo che nessuna di queste ipotesi deve per forza essere logica o credibile, perché l’ho deciso io e quindi amen.

Futuro ipotetico numero 1: L’avvenire dello strano matrimonio.

 ♫ Colonna sonora: Grimes – Oblivion

La mia vita scorre tranquilla, e nel frattempo la società continua a vedere un incessante progresso tecnologico. Anche gli studi di robotica sono avanzatissimi, tanto che gli esperti sono in grado di creare robot sofisticatissimi i quali, attenzione attenzione, hanno la facoltà di provare una certa gamma di emozioni umane, oltre ovviamente a poter interagire tranquillamente con noi come dei bot superintelligenti. I robot si integrano perfettamente nella società umana, compiendo lavori di ogni genere e comportandosi egregiamente. Fino a qui la storiella vi ricorda vagamente Matrix, nevvero? Bene, d’ora in poi non ve lo ricorderà più. Succede che io, nell’impossibilità di trovare un marito umano, e trovandomi in necessità di dover condividere il resto dei miei giorni con qualcuno che non sia un gatto spelacchiato, decido di comprarmi un robot-marito. Proprio in quel periodo ci sono i saldi al supermercato, quindi mi avvio alla Mecca del Consumo, dove i piedi dei clienti vengono saldati su binari che automaticamente portano davanti ai vari scaffali, senza dover camminare. Il percorso è obbligato, e alla fine si comprano cinquanta volte le cose che si volevano comprare prima di entrare. Esco dal supermercato con trenta scatolette di sardine, L’Iphone 124, un sintetizzatore, tre paia di calze fabbricate nelle Filippine e finalmente il mio sospirato marito. Andiamo in Comune e facciamo regolarmente registrare il matrimonio, dato che la legge, pur non consentendo ancora il matrimonio omosessuale, ha da tempo autorizzato le coppie umano-robotiche. Il nostro rapporto inizia e prosegue nel migliore dei modi, perché lui bilancia la mia personalità e sopperisce alle mie mancanze: è bravissimo a far di conto, ovviamente, quindi controlla il bilancio familiare. Parcheggia con precisione millimetrica. Sa sempre cosa dirmi e quando, mi prepara il tè, e mente io affondo il naso nelle lasagne lui si ricarica placidamente con la presa della corrente. Con l’andare del tempo, però, noto che i suoi comportamenti si fanno sempre meno precisi, la perfezione sfuma, il rapporto s’incrina per la troppa umanità. Capisco che mio marito ha senza dubbio un guasto di produzione. Torno al supermercato e provo a farmelo cambiare, ma mi rendo ben presto conto che gli inservienti del negozio sono anch’essi robot – gli umani non tollerano più di fare certi mestieri – e, pur ammettendo che mi sono comprata un marito fallato, parteggiano per lui e si rifiutano di cambiarlo. Non voglio nemmeno divorziare, perché alla fine è solo una questione di cavetti scordati (sarebbe come divorziare da qualcuno perché ha preso il raffreddore). Così mi ritrovo ad avere un marito che sta perdendo tutta la sua macchinistica perfezione, che tende sempre più all’umanità senza essere umano. Allora sono costretta a dover imparare tutte quelle funzioni svolte prima da lui, sentendomi sempre più robotica a mia volta. E a un certo punto si arriva al momento in cui non si capisce più chi è chi.

Futuro ipotetico numero 2: L’avvenire esistenzialista.

 ♫ Colonna sonora: Françoise Hardy – Des ronds dans l’eau

Il mondo esce a fatica da una guerra catastrofica.  Molti Paesi, così come li conosciamo adesso, non esistono più. L’uomo ha modificato l’assetto idrogeologico del 99% della superficie mondiale. Piano piano, cominciano a ripopolarsi le città con i superstiti, fra cui casualmente sono da annoverare anche io. Una delle pochissime città a salvarsi quasi intatta, grazie a ingegnosi patti diplomatici e a dinamiche belliche complesse, è Parigi, che pur essendo profondamente cambiata ha conservato la sua allure d’altri secoli. Ed è così che qui si rifugiano i nostalgici del mondo com’era prima della guerra, fra i quali, sempre casualmente, sono ancora da annoverare. A loro si contrappongono masse di uomini che non hanno perso, nonostante tutto, la fiducia nell’umanità e infondono ai loro figli, la prima generazione in tempo di pace, una fiducia e un ottimismo sfrenati verso il futuro. I nuovi parigini, al contrario, sono prevalentemente intellettuali, filosofi, ex combattenti, artisti – insomma, tutta gente che serve solo in salotto – i quali devono affrontare le stesse problematiche di ogni dopoguerra: ricostruire, riflettere, capire quali valori sono rimasti (se sono rimasti). Io, fra costoro, divento una devotissima esistenzialista: mi faccio tatuare pezzi di La Nausée sulle braccia, mi vesto solo di nero con qualche sprazzo bianco, nascondo il viso all’ombra del borsalino, ho sempre qualche libro di Camus sotto il braccio, non ascolto altro che chanson francese. Convintissima delle mie idee atee, del mio pessimismo, del disprezzo per l’umanità intera,  della mia nuova vita fondata su solidi anti-valori, all’improvviso mi rendo conto che sta crescendo in me la paura della morte. [Questo futuro si ricollega a quello successivo, quindi possiamo considerarli come uno unico diviso in due.]

Futuro ipotetico numero 3: L’avvenire dell’eterno passato.

♫ Colonna sonora: Arcade Fire – Wake Up

La mia paura della morte è assolutamente infondata, in quanto sono immortale, e me ne rendo conto il 25 ottobre del mio compleanno numero xxx. Tutta la gente che conosco nella mia vita se ne va, chi prima chi poi, mentre io sono destinata a rimanere,  immutabile. Vedo così finire la fase del dopoguerra, che però non è una rinascita ma un degrado: tutto va così male che l’umanità è regredita ai primi anni dell’ homo sapiens sapiens sul pianeta.  E da questo periodo la storia ricomincia ad avanzare, ma attenzione, non semplicemente come ciclo di caduta – ripresa – ricaduta – eccetera, bensì esattamente con gli stessi avvenimenti storici, gli stessi personaggi, le stesse esatte guerre che erano avvenute prima della mia nascita. Io, essendo immortale, rivivo ogni volta ogni cosa, finché si arriva al 25 ottobre dell’anno xxx (che nella mia nuova concezione temporale marca il passaggio di un anno, in realtà è astronomicamente un lasso di tempo molto superiore) e tutto ricomincia di nuovo. Decido di andare per il mondo e incontrare vari personaggi famosi: Eleonora d’Aquitania, Giulio Cesare, Tesla, Pertini, Laurence Olivier. Solo che ad ogni nuovo ciclo loro sono sempre gli stessi, e se la storia della mia vita eterna è sempre così uguale e ripetitiva, immaginatevi cosa può essere affrontare una giornata di 24 ore. Decido allora di divertirmi un po’ vendendo pozioni a chi ne ha bisogno. Dopo aver trasformato qualcuno in formichiere, qualcuno in cassonetto e qualcun altro in scheletro, la noia esistenziale torna ad assalirmi: ho conosciuto tutte le figure storiche, conosco ogni angolo di mondo, so tutto e ho già vissuto tutto. Ho perfino vinto la paura del free-climbing, tanto mal che vada mi schianto, ma che fa? Sono immortale. Allora penso: qual è uno degli animali che vive meno? C’è un tipo di farfalla che svolazza per un solo giorno e poi muore [ephemeroptera]. Mi metto all’opera, e dopo qualche secolo (anno? giorno? mese? boh.) riesco a creare la pozione per trasformarmi proprio in quella specifica farfalla. La noia, nel cercare tutti i fiori del pianeta sbocciare ciclo dopo ciclo, sparisce definitivamente.

Fine dei deliri. Ciao.

Le boccette odorose e i sogni di gloria su quattro ruote

Mi sembrava giusto annunciare, con squilli di tromba e strilloni sulla pubblica piazza, che pochi giorni fa ho finalmente preso la patente. No, lo dico soltanto perché ormai tutto il mondo è stressato dalle mie comunicazioni in materia. Ecco alcuni pratici esempi di dialoghi quotidiani:

Persona 1: Ciao, come va?

Io: HO PRESO LA PATENTE!!!1!!1!!

Persona 2: Allora, cosa ne pensi dell’inizio di questa legislatura?

Io: Beh…

Persona 2:

Io: HO PRESO LA PATENTE!!!1!!1!!

Persona 3: Aiuto! Ho un attacco di cuore! Sto morendo, portatemi all’ospedale!

Io: HO PRESO LA PATENTE!!!1!!1!!

Ma passiamo a cose serie. La patente, come sappiamo, non è un fine, ma un mezzo per coronare quello che sarà l’obiettivo più importante della mia vita: comprare un hippie van.

Prima di intrecciare collane di margheritine, darmi alle canne selvagge e intraprendere un road trip molto alla Kerouac, però, volevo aprire con i miei amati lettori un interessante dibattito. L’idea mi è venuta pensando alla primavera imminente, che invaderà le nostre stradine di boccioli e petali svolazzanti. Tutta questa natura ci porterà sicuramente diversi profumini. Ecco, sappiate che io ho la radicata convinzione che l’olfatto sia il mio senso più sviluppato. Posso escludere categoricamente la vista, dato che sono miope come le tattiche politiche del PD negli ultimi 10 anni – ormai dovrò mettere gli occhiali  anche per controllarmi lo smalto sulle unghie delle mani: la cosa è paradossale, in quanto l’osservazione è una delle mie attività preferite – e l’udito, per quanto sia abbastanza fine, non regge il confronto col magico potere del mio nasino.

Io ho un grande rispetto per il mio naso. Ha una forma accettabile, e mi stupisco della quantità di informazioni che riesce a captare, nonostante le sue dimensioni tutto sommato non sorprendenti. A volte fa delle vere prodezze: quando salgo le scale per entrare in casa, e qualcuno sta cucinando (di solito non io, chi ha letto le mie avventure culinarie QUI e QUI sa perché), riesco a riconoscere da svariate miglia di distanza ogni singolo ingrediente utilizzato.

Se non proprio ogni singolo ingrediente, la maggior parte. Molti. Un buon numero.

Insomma, ho un naso eccezionale, e guai a voi se sollevate obiezioni.

Volete altre riprove? Eccole: mi rendo conto subito se qualcuno ha cambiato profumo. Ed ecco che ci inoltriamo nel punto focale del discorso (vi siete accorti di come vi ho fatti arrivare, piano piano, dove volevo io? Che geniale stratega della scrittura che sono! Ve ne renderete conto, appena mi arriverà a casina il Nobel per la Letteratura). I profumi sono la mia gioia e il mio cruccio. Sono il centro di gravità permanente di cui parla il nostro Battiato. Per un certo periodo ho addirittura accarezzato l’idea di diventare maestro profumiere (come questo signore qui!), avere per cliente qualche celebrità del cinema d’essai, comprarmi una duecentesca casa diroccata a Firenze e sistemarmi a vita. O tuttalpiù lavorare per qualche importante e lussuosa maison di bellezza.

Mettetevi nei panni di un naso infaticabile come il mio. Capirete anche voi quanto possa essere impegnativo entrare in uno di quei carinissimi negozi di profumi / cosmetici / saponette / aromi da armadio etc.; ad esempio, uno dei posti in cui mi piace di più rifugiarmi è un delizioso buchetto che vende prodotti de L’ Erbolario. (Ciao, amico lettore che vendi prodotti L’ Erbolario!) Le fragranze sono così tante, lo spazio così poco e le mie narici tanto allenate da riuscire a catturare miliardi di note olfattive differenti, quindi il cervello si ritrova bombardato di informazioni – per lo più inutili – causandomi un bel mal di testa, come se già non ne avessi abbastanza da me.

I profumi che indosso più volentieri, e che mi piacciono veramente sia in estate che in inverno, sono quelli a leggera tendenza speziata. Lo so, voi non lo direste mai, perché a primo impatto sembro una tipa da margheritine, rosa candida & giglio di campo. Invece, attualmente, la mia combinazione preferita è così composta:

Per l’inverno. Note di testa: caramello, assoluta di rum; nota di cuore: fiori di sambuco, polvere di cacao; nota di fondo: assoluta di benzoino del Siam, assoluta di vaniglia.

Per L’estate. Note di testa: limone, limetta, alghe rosse; nota di cuore: fiore di ninfea blu, rosa bianca, lillà, violetta; nota di fondo: muschiato (muschi bianchi), bacche di vaniglia.

Bene, avete preso nota? E ora, per concludere questa minestrona odorosa, vi regalo questa saggia comunicazione: la cosa più affascinante, secondo me, è il ricordo che un determinato profumo ti scatena dal momento stesso in cui lo senti. Probabilmente la fragranza è, quasi proustianamente, uno dei veicoli più veloci ed efficaci che possiamo scovare per le nostre memorie.

Se siete commossi, soprattutto per quel “proustianamente” infilato a tradimento, vi presto un fazzoletto (profumato).

Patriots

Novità di novità:  l’ultimo articolo per HeyKiddo e quello per Clamm Magazine!

Io in quanto a grandi scoperte di attualità ero rimasta al fatto che il vitello tonnato della Gianni Negrini è superbamente buono. (Ehi, Negrini, ti ho fatto la marketta! Alle bloggher markettare si regalano i prodotti per ringraziarle… non è che ci faresti un pensierino? E non lo scrivo per furbizia, eh, altrimenti avrei parlato di Dior.) Questo era il mio punto di arrivo per quanto riguarda le notizione dell’ultimo minuto.

E invece all’improvviso mi sono svegliata in campagna elettorale. Che ansia, che disagio. Bene: sono una cittadina, ho il magico potere del voto per la prima volta nelle mie manine dalle unghie pittate di blu. Siamo gente attiva, siamo gente che la domenica mattina non sta mica a cincischiare col cappuccino e la brioche (oddio, a dire la verità di solito sì), noi raccogliamo le ossa in un fagottino e andiamo a votare con il Tricolore sventolante al vento del Belpaese, con la matita in mano, il sorriso sulle labbra, la sicurezza di chi…

BALLE.

Non è vero niente. Io son stata male fino a cinque secondi prima di entrare nella cabina. Son stata male perché quello che si andrà a decidere sarà anche (e soprattutto) il mio futuro, di quelli che in cabina ci sono entrati per la prima volta. Fatto sta che questa giornata, 24 Febbraio 2013, rimarrà indelebile negli annali delle mie avventure imbarazzanti. Dopo ore di demoni interiori, ripensamenti, strategie architettate e piani scartati – avevo per esempio pensato di mettermi a cantare fortissimo Lugano Addio per creare scompiglio ai seggi e impossessarmi di tutto il baraccone, ma poi mi hanno fatto notare la possibilità di chiamare i carabinieri – mi son ritrovata in coda per le urne, con tanto di cappellino anni ’40 giusto per rimarcare il primo voto femminile.

Mentre attendevo il mio turno, riflettevo sulla simpatica variabilità di significati della parola “urna”, che oltre a designare lo scatolone fabbricone dove imbucano le schede, indica anche il vasino del capolinea per le ceneri umane. Poi, tutto d’un tratto, sento un “prego”. Prego? Che accidenti vuol dire? Oddio, devo entrare. Oddio, tocca a me. Si va in scena e mi sono scordata tutto il copione. Cammino, mi fissano, mi studiano, allungo la carta d’identità, nella quale c’è la mia foto (segnaletica da galeotta). Poi la mia tessera elettorale ancora lucida di stampa. Prendo la matitina bellissima. Poi non so più che fare. Minchia in umido.

Guardo le cabine, le fisso per quella che dev’essere una mezz’ora, le studio. Mi serve una mappa per capire come farmi strada in quella strana costruzione. Allungo una mano, gratto, tiro, mordo, prendo a calci la tendina, la quale ha finalmente la decenza di aprirsi. Sento su di me lo sguardo fra l’interrogativo, il compassionevole e l’interrogatorio di tutti i presenti. Poi arriva il momento della verità, per il quale nessuno è mai abbastanza preparato.

Infilo la maschera di una seria e consapevole cittadina, convinta del suo diritto-dovere appena esercitato. L’impalcatura ha un attimo di cedimento quando mi rendo conto che la scheda è meglio piegarla una volta in più, poi in un ultimo atto di vigliaccheria non la infilo io nell’urna cineraria, ma il gentile tizio di fronte a me, mosso da evidente compassione cavalleria d’altri tempi. Tutto è finito, ed è subito un “basta” che mi rimbomba nel cervello. Fuori dall’aula, gente con delle strane spillette appuntate alla giacca mi saluta. Non ricambio, perché oggi sono particolarmente maleducata.

Buon voto a tutti.