Enfant du monde (non di un blog)

I casi sono due: o non trovo più molto da dire, e allora lo faccio benissimo, o c’è così tanto da dire che la mole mi mette stanchezza al solo pensiero.

O forse è solo il caldo.

Fatto sta che sto mancando molto dal blog, non scrivo più al ritmo di qualche tempo fa per varie ragioni, e forse dovrei farmi qualche domanda. Che sia il caso di  abbassare la serranda, totalmente o temporaneamente?

Nel dubbio, vi lascio riflettere con me sulle note di questa:

 

Passeggeri

Andare in treno è bellissimo. Il treno è diventato il mio mezzo di trasporto preferito dopo la bicicletta, perché ogni volta che lo prendo mi accadono un sacco di cose interessanti, un mondo di avventure che neanche Ash Ketchum a Borgo Foglianova.

Prendiamo per esempio quella volta in cui all’orario di punta sono riuscita per miracolo a scorgere in lontananza, alla fine del vagone, uno di quei posti da quattro sedili completamente liberi. Per intenderci, sono quei sedili messi di fronte a due a due come nelle pizzerie, che vanno benissimo se si è da soli o in due perché ci si può stiracchiare le gambe e allargarsi coi borsoni, ma diventano imbarazzantissimi quando si è costretti a guardare in faccia gli altri seduti davanti (e allora si finisce con lo scrutare  fuori dal finestrino). Dicevo, per miracolo ne avevo trovati quattro tutti liberi: dopo una corsa ho anche capito il perché. Accomodatasi sul posto più vicino al finestrino, con aria assorta, c’era lei.

Una cavalletta.

Io la fissavo, lei mi fissava.

Era lunghissima. Il colorito verde stava già un po’ virando al nero, forse era vecchiotta. Girandosi, ha mosso contemporaneamente le zampette e la testolina nella mia direzione, non ho ben capito con quali intenzioni. Al che mi si sono poste innanzi alcune opzioni:

1. Approfittare dei posti liberi e convivere con la gentile passeggera, ma come? Ad esempio creando uno scenario mentale che rendesse la situazione più accettabile. Ci ho provato: dopotutto era solo un animaletto anziano, una nonna cavalletta che prendeva il treno per andare a trovare i nipotini cavallette dopo tanto tempo di lontananza, le mancava soltanto il centrino e gli occhiali tondi sulla punta del… naso (?). L’illusione è durata qualche secondo, poi non ho più retto e ho considerato la seconda scelta:

2. Utilizzare il mio borsone come arma e dare la caccia all’immonda creatura senza esclusione di colpi, ergendo barricate dietro ai sedili, coinvolgendo gli altri passeggeri nel vagone e organizzando una resistenza armata contro il proliferare sfrontato degli insetti di ogni risma nei luoghi in cui io devo passare del tempo. Mentre nella mia mente passavano gloriose immagini di moti insurrezionali, la cavalletta in questione ha allargato le zampine anteriori e si è librata verso le sette sfere celesti, con un salto interstellare da un sedile all’altro – mi è parso anche di sentire una risatina di scherno – e allora ho capito che le insettifere forze del Male stavano prendendo il sopravvento ed avevano risorse maggiori delle mie. Non rimaneva che

3. DARSI ALLA FUGA. Proteggersi con il trench stile scudo e sperare di non vedere la propria anima risucchiata dalla temibile cavalletta – dissennatore proveniente direttamente da qualche oscuro reame malvagio. Sono una vigliacca, lo so. E dire che vivo in campagna e sono sempre vicinissima alla natura.

Ma questo è niente rispetto agli altri deliri avvenimenti nel Magico Mondo Ferroviario.

Sono seduta tranquillamente al mio posto, quando comincio a sentire uno strano odore nell’aria (ricordate, ho il naso particolarmente sensibile). Attenzione, non pensate subito male, era quasi gradevole, una specie di odore da rosticceria. Sul momento mi stupisco, perché non è il genere di atmosfera tipica da treno. Ed ecco che vedo salire una signora sulla quarantina, con l’aspetto di una che ha passato quattro giorni consecutivi ad un concerto di Marilyn Manson ed è scampata ad un lancio di motoseghe accese. Ovviamente si siede vicinissima a me, e quando scorgo la sportina che ha in mano i miei sospetti prendono tragicamente la forma della realtà: è da lì che proviene l’odore.

Odore di pollo.

Odore di pollo arrosto.

Pollo arrosto che viene diligentemente tolto dalla busta, aperto a mano, dissezionato, arraffato per la coscia ed addentato mentre io spero ardentemente che nel vagone sia presente qualche vegano per godermi lo spettacolo in diretta.  Purtroppo però rimango l’unica spettatrice per una ventina di minuti, finché non torno a casa e – voi non ci crederete, ma è tutto vero – non mi viene offerto dell’ottimo pollo arrosto caldo caldo. Non ricordo benissimo cosa mi sia successo negli attimi successivi, forse un annebbiamento o qualcosa del genere.

E infine, il meglio per ultimo.

Il viaggio in treno si presenta stranamente normale, e questa anomalia dovrebbe farmi prevedere le disgrazie successive, ma ingenuamente appena arriviamo in stazione sono contenta:  il treno è in orario, c’è il sole, non ci sono stati intoppi. E qui casca l’asina, cioè io. Succede che quando il mezzo si ferma e si accendono le lucine verdi per poter aprire le porte, queste rimangono ostinatamente chiuse. C’è una signora sulla cinquantina vestita da sciura milanese che continua violentemente a premere il bottone con il pollicione, come se la vita e la morte dipendessero da quel gesto. Fa segno a noialtri passeggeri del vagone – circa una ventina- che le porte non funzionano e quindi bisogna uscire dall’altra parte. Sollevati, i primi passeggeri dall’altro lato si ingegnano per aprire le altre porte. C’è solo un problema: non vanno nemmeno quelle.

Un brivido silenzioso passa per le nostre schiene, mentre attraverso i vetri vediamo le persone che tranquillamente escono dagli altri vagoni funzionanti, come se niente fosse, dandone per scontata la normalità. Sono piuttosto frustrata, ma ancora piuttosto calma, anche perché un signore dichiara “Aspettiamo qualche minuto, sicuramente verranno ad aprirci”.

Passano due minuti. Chi si era alzato in piedi è tornato a sedere. Un signore vestito in maniera formale tira fuori l’ iPhone e seccatissimo comincia a sbraitare “… persa la coincidenza con l’autobus… ritardo… in ufficio…”. Non lo prendo come un buon segno. Qualcuno bisbiglia “Siamo in Italia… proprio… non sarebbe successo”.

Passano cinque minuti. Infilo le cuffiette dell’Ipod e in modalità casuale mi esce la colonna sonora di Lady Vendetta: tutto è sempre più inquietante. Non sono vestita abbastanza sportiva per una situazione come questa. Ad un certo punto un giovinastro nel centro del vagone, ad alta voce, scandisce “Qualcuno prenda lo spaccavetri! Usciamo dal finestrino!”. Tutti girano il viso dall’altra parte.

Passano dieci minuti. Comincio a studiare le persone che si ritrovano a condividere il mio destino: è chiaro che ormai sarà questione di secondi e ci ritroveremo con un collare esplosivo addosso, tipo in Battle Royale, oppure una voce dagli altoparlanti ci dirà “Possa la fortuna sempre essere a vostro favore… e felici Hunger Games a tutti!”. In ogni caso, ci sarà solo un vincitore, colui che eliminerà tutti gli altri. Mi guardo attorno, e capisco che a parte qualche panciuto signorotto di mezza età, le ragazzine ancora più esili di me e un paio di vecchiette facilmente evitabili, sono messa male. Sono praticamente spacciata. Il ragazzotto dello spaccavetri mi potrebbe stendere con un pugno. Non parliamo degli uomini adulti nel pieno della forza. Non sono nemmeno più allenata a tirare con l’arco.

Passano dodici minuti. Il delirio. Nel vagone si alterna il silenzio più assolto alla caciara più assordante. Cerco di scoprire i punti deboli degli altri nel caso finissimo nell’Arena. Qualcuno ogni tanto fa un disperato tentativo coi bottoni delle porte, cerca di attirare l’attenzione di chi sta fuori, ma i passanti sono ai binari lontani. Altri si sono ormai arresi, rassegnati al destino che ci aspetta, e si atteggiano come se stessero facendo un pisolino. Nel profondo, stiamo tutti cercando di pianificare strategie di battaglia adattandoci agli altri presenti. Ripenso per un attimo allo stato di natura, faccio classifiche mentali su chi fra noi è il più debole e il più forte, mi chiedo fra quanto si passerà al cannibalismo. C’è chi inizia a parlare di politica: decido che inizierò a mangiare le persone dando la priorità ai fanatici. Forse qualcuno ha una bottiglietta d’acqua, che io  ho stupidamente dimenticato a casa. Dovrò cercare di rubarla. Ripenso ai miei familiari e mi intristisco.

Passano quindici minuti. Un addetto della stazione, pacifico come non mai, viene ad aprirci.

Come un giorno a Trieste può svelare ricordi e tesori

(Ah, molto presto scriverò qualche altissima critica cinematografica su Frozen perché così è deciso)

Ecco, salve, ehm, ci sono. Nonostante tutti i muri contro i quali sto sbattendo il nasino ultimamente (ma anche alcune soddisfazioni che sto vivendo, non è giusto svalutare sempre le cose belle a vantaggio della negatività) ho finalmente trovato il tempo di scaricare e mettere a posto qualche foto dalla splendida Trieste.

Allora. Ho visitato Trieste a inizio Ottobre, un po’ prima del mio compleanno e dei grandi cambiamenti che poi sarebbero seguiti. Da tanto volevo farlo, anche perché pensare alla grande atmosfera letteraria che vi si respira(va) e a quella posizione a metà fra la tradizione italiana e quella mitteleuropea, all’insieme straordinario di culture, dialetti, montagne, mare, roccia, castelli, storia, Asburgo, caffè e chiesette mi metteva euforia.

Particolarmente pericoloso per la mia salute mentale e i miei improvvisi slanci di entusiasmo storico è stato visitare il castello di Miramare. Il destino del povero Massimiliano (o Maxy, come lo chiamo io) e di Carlotta mi rende triste quasi come il ricordo della biblioteca di Alessandria. Ma ora passiamo a rovinare questi pochi appunti con le foto che ho tentato di scattare, e ricordate amici miei, passare il mouse sulle immagini non costa nulla ma dà grande soddisfazione (ad uno psicanalista)!

In rigoroso ordine “come capita”:

[All'interno del castello di Miramare è proibito fare foto e riprese, non prendetevela con me]

statua

fontana

Purtroppo ci sono note dolenti. Questi territori non sono tutti armonia mitteleuropea, affascinanti monumenti storici e nostalgie austriache. Considerato l’importante centenario che ci si appresta a “celebrare” (mai verbo mi è suonato meno appropriato), ovvero 1914 – 2014, Prima Guerra Mondiale, era d’obbligo, anche solo per cultura / esperienza personale, passare per l’imponente sacrario di Redipuglia. La zona è quella carsica fra Trieste e Gorizia. Il luogo è un immenso parco adibito a cimitero monumentale, con lapidi dalla riconoscibile estetica fascista, che però rende ancora la sensazione di un certo sgomento nel visitatore. Non solo per le targhe all’entrata, ma anche per l’inquietante ripetizione della parola “presente” sopra ai nomi dei tantissimi soldati caduti, come avveniva ogni giorno all’appello, e come è avvenuto, in un certo senso, nel momento della morte.

redipuglia presente

redipuglia lapide

trincea

Per concludere con un’immagine più leggera, ecco qui la splendida Trieste, vista da un’altura

trieste

 Spero di essere tornata abbastanza degnamente dopo la pausa di un mese abbondante. Fatemi sapere di voi, amici. Siete mai stati a Trieste? Io sono rimasta assolutamente incantata, e mi sto interessando sempre più alla storia di questi territori, anche perché ultimamente le famose questioni foibe/Irredentismo/Presa di Fiume/sloveni/minoranze etniche/Indipendentismo/esuli istriani stanno generando sempre più ampi dibattiti. Se solo si potesse condividere questi tesori e queste memorie fra tutti, custodendo le lezioni del passato e ammirando l’arte e la cornice naturale.

Ma basta con le banalità, torniamo a formare dei circoli letterari partendo da qui, sulle orme di Svevo e Joyce! Avanti, impillolati miei, date sfogo alle idee!

Natale (I feel it in my toes)

Signori miei,

anche stavolta mi tocca scrivere una cosa veloce veloce perché ho le vongole che sfrigolano col sughetto, i mattoni da studiare a prendere polvere sul tavolo, le luci dell’alberello che ogni tanto fanno un rumorino strano simile allo sbattere d’ali dei pipistrelli (e Halloween è passato), il vicino che ha appeso Babbo Natale al balcone e quindi, oltre a fare terribilmente inverno 2010 (così demodé), mi provoca continui colpi al cuore per timore che ci sia una specie di ladro in rosso che va in giro arrampicandosi ai balconi per derubare nell’onesto quartiere di Pillole (VT).

Insomma, sto col fiato sul collo, oltre al fatto che questo Natale dickensiano ha avuto la bella idea di piazzarsi durante un perfetto periodo da schifo. Eppure, posso comodamente condividere con voi una significativa lista di cose che staranno magnificamente in questi giorni di bagordi, giacché amo alla follia le liste e sono già di buon umore al pensiero che fra due righe

una riga

inizierò la lista! YAY! Ecco qui:

  • La necessità di rivedere il più possibile Love actually – L’amore davvero è una cosa di cui nessuno si deve vergognare MAI.
  • Ogni volta che torna l’inverno torna anche il periodo di immersione nelle opere di Victor Hugo.
  • E anche i testi del musical Les Misérables imparati a memoria
  • Non c’è neve né ghiaccio, molto male, allora cosa ci stiamo a fare a festeggiare il Natale
  • La consapevolezza degli esami che iniziano proprio subito dopo l’Epifania si può facilmente arginare con massicce dosi di cioccolato e vin brulé
  • muffin
  • biscotti in genere
  • tre maglioni identici con le renne o i fiocchi di neve: presenti
  • prontuario di frasi fatte con cui rispondere alle domande irritanti dei parenti che vengono in visita per le feste: presente
  • mercatini (qualsiasi commento o reazione poco lusinghiera nei confronti dei mercatini verrà “rispedita all’inferno dal quale proviene” cit.)
  • I don’t want a lot for Christmas THERE IS JUST ONE THING I NEED *urla saltando sul divano con le calze antiscivolo decorate da ricami di Babbo Natale e glitter*
  • bevande calde
  • e insomma questa lista è degenerata, ora però sono all’ultima voce e quindi sono di nuovo triste.

A questo punto, per ridare un senso e una speranza al Natale 2013, ci starebbe bene ispirarsi alla mia adorata Judy Garland: su queste note, pensare “next year all your troubles will  be out of sight”, però poi mi commuovo troppo.

Vi lascio dunque con queste due significative e profonde canzoni natalizie, che vi possano portare gioia e letizia in questi giorni di feste.

Non preoccupatevi

So che lo dico tutte le volte.

So che ormai passate di qui se proprio non avete gnennte ma proprio gnennte da fare. Ma perdonatemi: ormai pare che i blog stiano vivendo una decadenza generalizzata, in più aggiungete che sto passando un periodo in cui mi sembra di vivere perennemente ne L’Urlo di Munch. Mescolate bene, incorporate con un pizzico di sfortuna, impazzimento e grane varie, ed ecco a voi la ricetta per “La fase più brutta della vostra vita”! YEEEEEA!

Ma tornerò più sfolgorante che mai, come Mulan quando arriva a casa dopo la guerra contro gli Unni e suo padre si mette a piangere e la nonna fa commenti maliziosi e la Cina è salva e… vabbè.

Fate tutti gli scongiuri woodoo del mondo per me, pensatemi e datemi forza: devo decidere di una cosina piccina picciò che sarebbe il resto della mia vita.

Un bacione, ci sentiamo.

Monsters university – il remake nella vita reale

Nel quale remake io sarei Sulley, che vedete qui sopra nel tipico atteggiamento gioioso e carico di speranza di ogni rispettabile matricola universitaria EVER.

E con questo storico post inauguriamo le “Cronache di Narnia Università – Il leone, la strega e l’armadio l’esame, l’assistente velenoso e le copisterie selvagge“. Non vi sentite tutti carichi ed emozionati al solo pensiero di condividere con me questi anni studenteschi? Non vi sentite partecipi di questa nuova avventura?

Vi dico soltanto che, i giorni prima di iniziare le lezioni, mi sono preparata psicologicamente come se fossi stata un soldato della Squadra di Ricognizione in Attack On Titan pronta a sfracellare gli orrendi giganti mangiauomini – santa Mikasa Ackerman da Trost prega per noi – ma poi, una volta partita alla ricerca dei libri per i primi esami, ho capito che sarebbe stato meglio riporre le armi e l’attrezzatura da manovra tridimensionale, e piuttosto munirmi di apposita mappa del tesoro.

Ormai è appurato che l’università rende tutti filibustieri, la zona universitaria non è altro che una colonia dell’Isla Tortuga e ognuno di noi è occupato in una continua lotta senza esclusione di colpi con chiunque ostacoli il nostro glorioso cammino verso la disoccupazione. Se devo studiare, però, lasciatemelo almeno fare in pace, questa è la mia filosofia.

Ecco perché, nei prossimi giorni, affilerò una splendida katana, diventerò onna-bugeisha (o anche kunoichi, è più subdolo) e ridurrò a tocchetti tali leccaculo® di proporzioni cosmiche che voi proprio dovreste osservarli in azione. Per far vedere il proprio musetto infido ci sono fenomeni che, dopo ogni lezione, sentono l’impellente bisogno di alzarsi dal comodo seggiolino, avvicinarsi al professore – pronto, dal canto suo, a smerdare qualsiasi scempiaggine o a guardare dall’alto della sua magnificente clemenza i poveri studenti plebei – per poi profondersi in domande esistenziali più profonde della Fossa delle Marianne (ad esempio: “Ma i libri per l’esame dobbiamo studiarli tutti?”, “Ma cosa significa questo termine difficilissimo che ha usato quaranta minuti fa?”, “Ma cosa ne pensa lei della democrazia? Non esistono forme di Stato migliori?”. Certo, la forma di Stato migliore sarebbe indubbiamente una monarchia assoluta che abbia me come sovrana illuminata, in modo da poterti piantare un palo nella lingua e adibirla ad utilizzo migliore, caro il mio leccaculo®).

Problemucci a parte, sembra che per il resto il mio inizio di vita universitaria vada piuttosto bene. Mi sono fatta una specie di tabella-studio che suddivide le mie attività preparatorie agli esami in quattro macrogruppi:

1. fingere di studiare

2. provare effettivamente a studiare

3. piangere per stress o sfiducia

4. fare sacrifici propiziatori agli dei aztechi

Al momento il gruppo 3 sembra quello a cui dedico il maggior numero di ore, ma presto – non disperate! – diventerò molto più esperta anche nel quarto.

Fra gli effetti collaterali dell’università, d’altro canto, possiamo rilevare ad esempio un ascolto troppo prolungato di tutti gli album dei Manowar, qualche attimo di delirio in cui corro per le strade gridando “IO VOLEVO DIVENTARE CHER!!!!!”, emozioni incontrollabili davanti alla sigla Oltre i cieli dell’avventura dei Pokémon, abbuffate industriali di pizza, quattro film in costume visionati per ogni mezz’ora di studio. Insomma, niente di particolarmente grave: probabilmente mi vedrete laureata a quarant’anni, ma con una cultura invidiabile per quanto riguarda la storia del costume.

VERSO L’INFINITO ED OLTRE! XXX

A presto.

Scappare a Roma: imperatori fighi e chiese vanitose

Sono viva!

Sono soltanto seppellita da cose da fare e da pensare.

Approfitto degli ultimi scampoli di libertà che mi sono concessi, prima che l’università mi fagociti definitivamente. E ritorno, come ai bei vecchi tempi, a mostrarvi qualche fotina senza troppe pretese della mia ultima fuga a Roma, rigorosamente in ordine sparso.

C’è chi dice che Roma sia la città più bella del mondo: è vero.

Però ormai questa bellezza è più decadente che mai, e chissà, forse è proprio questo a far parte del suo fascino. Di sicuro c’è soltanto che ad ogni vicolo ed angolo si possono trovare incredibili sorprese, troppe anche solo da elencare: un esempio su tutti, il ristorante in cui mi sono abbuffata di amatriciana e spaghetti cacio e pepe (ehm) (per la cronaca, il ristorante è questo qui, consiglio caldamente).

Ma non vi ammorberò oltre, lasciamo parlare quegli sgorbi assoluti capolavori che sono le mie splendide foto – e ricordate amiscci, passate sempre il mouse sull’immagine per leggere il mio pregevole commento ed avere dunque una comprensione più piena e completa delle boiate che sparo!

E infine, sperando di non averla tirata troppo per le lunghe, non poteva mancare una delle mie scene preferite di Vacanze Romane.

P.S. Ringraziatemi che non ho chiamato il post “Vacanze Romane” o “Fotine”, eh. Dai, sto aspettando.

Qualsiasi vento è vento di mare

Qualsiasi vento è vento di mare, e qualsiasi città, anche la più continentale, nelle ore di vento – è marittima. C’è odor di mare, no, ma: c’è aria di mare, l’odore lo aggiungiamo noi. Anche il vento del deserto è di mare, anche quello della steppa è di mare. Giacché al di là di ogni steppa e di ogni deserto – c’è il mare, l’oltredeserto, l’oltresteppa… Ogni viuzza in cui tira vento è la viuzza di un porto. – Marina Cvetaeva

Salve. C’è ancora qualcuno qui o siete tutti ad abbrustolirvi alle Bahamas?

Ma prima di cominciare con le domande impertinenti dovrei scusarmi per il mio vergognosissimo ritardo – mai era accaduto prima d’ora, negli annali del blog, che si saltasse un mese – che però ritengo giustificabile, in quanto questa è l’estate dopo la maturità, l’estate ggggiovane più bella della mia vita, scusate se è poco. O almeno, così ho sentito dire in giro.

Non è completamente vero.

In realtà ci sono elementi positivi e negativi, e fra questi ultimi posso annoverare:

♥ Il fatto che la burocrazia universitaria mi ha ammazzata fino a qualche giorno fa, e sono già qui che faccio i salti di gioia in sella al mio unicorno fucsia al pensiero delle scartoffie e beghe varie che mi aspetteranno da qui ai prossimi cinque anni (yay!).

♥ Una tempesta nubifragica e acquazzonica che aspetto da un mese e non arriva mai.

♥ Ho passato la settimana dopo l’esame ad ascoltare in cuffia, a volume insostenibile, le canzoni più struggenti di Ray LaMontagne dalle 23:30 alle 2 di mattina, fissando il soffitto dal letto. Spero di aver reso abbastanza bene la tristezza coppoliana del momento.

♥ Non sono ancora riuscita ad andare in riviera almeno una volta per mangiare la piadina (come la fanno lì è meglio, che ve lo dico a fare) (penso solo al cibo, lo so) (non me ne vergogno).

♥ Mi sono messa a guardare più con attenzione gli INCI (non sapete cosa sono? Ecco) dei prodotti che uso, e ho scoperto che i miei cosmetici hanno ingredienti paurosi. Eppure, non credo di poterne più fare a meno (maledetto capitalismo cosmetico, belli erano i tempi in cui ci si preparava le cose in casa con il salice e i mortai, come le druide).

♥ Siamo in agosto.

♥ Nonostante io abbia preso più di 70 all’esame, mi tocca fare comunque un test OFA per iniziare i corsi, quando è evidente che io dovrei esserne esentata in quanto persona di gusto e spirito.

♥ L’Apocalisse più apocalittica che il creato ricordi: mi è morto l’Ipad dopo soli 10 giorni dall’acquisto. Qualcosa mi diceva che non avrei dovuto comprare un prodotto con tale simbolo demoniaco appiccicato sopra, eppure è andata così. Per chi di voi comprende la lingua applese, sappiate che codesto iPad è entrato da solo in modalità DFU, una volta riconosciuto da iTunes mi impone di ripristinarlo, io acconsento ma poi l’operazione non viene portata a termine per un fantomatico errore. Ovviamente la parte più divertente è stata chiamare l’assistenza, che così si è prodigata:

Apple: “è ancora in garanzia, la porti prima dal rivenditore.”

Rivenditore: “entro il primo anno la responsabilità è di Apple”

e insomma, sabato pomeriggio vi farò sapere come sarà finita l’annosa vicenda, intanto il mio povero (ma costoso) aggeggio giace senza vita nella sua brava scatolina bianca e minimal.

Ma, lettori miei, non disperate nel vedere la mia situazione tanto tragica. Ho infatti compilato per voi una lista che descrive anche le cose belle:

Il mio ultimo articolo per Clamm Magazine è uscito! Vi conviene correre subito QUI a leggere!

♥ Sto pianificando un possibile viaggio, con tutti i “forse” e i “se” possibili, di cui vi mostro qualche indizio…

♥ Potrebbero esserci nuove GROSSE PAZZE collaborazioni a settembre :)

♥ Sono ufficialmente una matricola. Ho deciso di mettere questa cosa nell’elenco della positività per darmi coraggio.

♥ Ed infine. La cosa più importante di tutte: nel momento storico della mia immatricolazione, in quel di Bologna, ho avuto il supporto morale nientemeno che della nostra Ragazza con la Valigia (se la leggete già bravi, sennò correte a tenere d’occhio il suo blog), con la quale ho festeggiato ubriacandomi di succo pesca + albicocca + limone. Il nostro incontro è stato benedetto dalla presenza di un carlino che ha sostato per qualche tempo vicino a noi. Ovviamente non posso svelarvi tutti i dettagli della conversazione fra due menti brillanti come noi, sappiate solo che sono state prodotte interessanti teorie su Kate Middleton e progetti sconvolgenti sulla letteratura contemporanea. Ora aspetto soltanto di poter riunire qualche altro mio adepto della setta dell’ammmore – lettore – fan per organizzare un mega raduno, una specie di flashmob in cui tutti noi ci metteremo trasgressivamente a bere tè verde inzuppando biscottini nelle pubbliche piazze.

Nel frattempo, vi allego magnanimamente qualche consiglio di lettura da spiaggia e musicale:

(Courtesy of Feudalesimo e Libertà)

Be hungry, be calmi e nervi saldi. xxx