Maison Gattinoni, tanta bellezza in un colpo solo, da svenimento!

Audrey Hepburn interpreta Natasha in “Guerra e Pace”, vestito della maison Gattinoni

“Può essere che i miei abiti sembrino troppo semplici per una sfilata, ma proprio per questa loro semplicità rimangono attuali nel tempo. Un vestito non è chic se la gente si volta a guardarlo. Deve passare inosservato, e soltanto dopo tre volte che è stato visto, colpire. La prima dovranno pensare ‘è carino’, la seconda ‘è veramente carino’, la terza ‘che meraviglia!'”

- Fernanda Gattinoni

Passando per Modena, ho avuto occasione di visitare la mostra “Fernanda Gattinoni: moda e stelle ai tempi della Hollywood sul tevere“. Mi capita spesso di gironzolare per vari posti ed imbattermi in esposizioni o ritrovi particolari, ma vi giuro, in questo caso sono rimasta tanto colpita da sentire il bisogno impellente di condividere tutto quello che ho visto/letto/ammirato/sentito.  Sono entrata, ho spalancato la bocca dallo stupore e non l’ho più richiusa per tutto il tempo (cosa ben rara, dato che di solito è sempre impegnata a berciare). Una volta uscita, invece, ero capace di pronunciare solo le parole “meraviglioso”, “splendido” e “divino” in loop.

Premetto che stiamo parlando di una donna, Fernanda Gattinoni, che si è fatta le ossa da Londra (interpretandone le linee pulite e semplici) a Parigi (importandone l’eleganza), ha avuto il coraggio di rifiutare una collaborazione con Coco Chanel in persona, ha lavorato per la sartoria che riforniva la casa reale dei Savoia, e ha vestito praticamente tutte le dive del cinema novecentesco. Qualche nome? Audrey Hepburn, che per lei fece un’eccezione e rinunciò momentaneamente al sempiterno Givenchy, Anna Magnani, Kim Novak, Ingrid Bergman, Lana Turner, Anita Ekberg, Milly Vitale, Liz Taylor, Lucia Bosé, Marlene Dietrich,  Gina Lollobrigida, Ava Gardner… Poi le ambasciatrici americane in Italia, la sorella dello scià di Persia. E pensare che tutto iniziò con un paltò verde per Clara Calamai, attrice del periodo dei telefoni bianchi

Ma passiamo alla mostra, un concentrato di sublime a livelli inimmaginabili. L’essenza dell’eleganza, mi verrebbe da dire. Rende molto l’idea del clima da Dolce Vita che si avvertiva a Cinecittà dalla seconda metà degli anni ’50 ai primi anni ’60. Non c’è un vero e proprio pezzo forte, perché tutti gli abiti sono delle vere opere d’arte, usati nel cinema o no.

Partiamo dall’angolino che mi ha emozionata di più, ovvero quello di Audrey Hepburn e il suo guardaroba in Guerra e Pace. Non potevo veramente crederci, quelli erano i suoi abiti, lei è stata lì dentro, fasciata in un velo impalpabile di organza bianca e strass applicati con precisione maniacale, o in un vestitino nero semplicissimo, o ancora in deliziosi abiti d’ispirazione quasi infantile, ricamati a cavallini e zucchero filato usando velluto blu, cristallo e passamaneria… stava per scendermi una lacrimuccia di commozione a vederli dal vivo…

Fra l’altro, la Gattinoni aveva sempre avuto uno splendido rapporto con le sue clienti per cui creava abiti esclusivi (spesso mai riprodotti, di cui esistono infatti copie uniche)… per Audrey preparava spremute d’arancia in modo da sostenerla durante le spossanti prove dei costumi. La stilista la considerava un po’ “perfettina”, ma si vollero sempre bene.

To Fernanda Gattinoni, my sincere thanks and warmest wishes - Audrey Ferrer

Fernanda e Anna Magnani furono amiche intime, e l’attrice si affidò a lei per la sua ossessione per le petites robes noires. Ce ne sono in un bel numero da ammirare, che siano in jersey, raso od organza, e alcuni sono stati usati anche per il cinema. A proposito del loro rapporto, Fernanda raccontò: “Era venuta per farsi confezionare un abito per il Capodanno. L’abito, naturalmente, era pronto da tempo, ma lei non era venuta a ritirarlo. Allora abitavo sopra l’atelier di Via Marche. Era quasi mezzanotte ormai e sentii degli schiamazzi dalla strada. Anna aveva cominciato ad urlare: ‘A Fernà me manni giù er vestito?'”.

Anche l’affascinante Kim Novak si fece vestire da Gattinoni, mettendo in risalto le forti spalle con lunghi abiti dalla linea a sirena e scollo all’americana, in raso e pizzo macramé.

Fernanda faceva anche da mediatrice fra Ingrid Bergman e il marito Roberto Rossellini quando i due litigavano; nel frattempo Ingrid metteva gli occhi su vestiti drappeggiati, con un’allure da dea, corpetti lavorati a canestro e preziosissimi dettagli in swarowsky. Anche in questo caso, i capi esposti sono sia privati sia da set cinematografici.

Poi troviamo le scelte della capricciosa ed irrequieta Lana Turner, fra cui figurano veri e propri capolavori di sartoria, giochi di colori contrastanti e tessuti raffinati come la seta, pizzo chantilly, innumerevoli strati di tulle, drappeggi vaporosi a canestro… attenzione ai corpetti, vero punto forte!

L'atelier

Consiglio veramente questa mostra, se ancora non lo abbiate capito. Cioè, dai, si vede o no che ho ancora gli occhi luccicanti? Poi non ho mai messo così tante immagini in un post.

Per informazioni sulla mostra, click QUI (sito ufficiale). Le foto non sono di mia proprietà, ma degli autori.

I’m the spirit of my hair

Certa gente sa sistemarsi i capelli. Certa gente dice alla propria chioma di andare da qualche parte, e quella ci va. Incredibile. I capelli sono qualcosa di importantissimo e imprescindibile: dicono un sacco di cose. Per questo considero altamente fortunate le persone di cui sopra, quelle che dominano la loro testa, non quelle che ne sono dominate come me.

I miei capelli sono quanto di più indefinito possa esistere al mondo. A volte mi sembra quasi che non abbiano personalità, né corti né lunghi, né mossi né lisci, né ricci né piatti… altre volte invece mi pare ne abbiano anche troppa, tanto che decidono loro al posto mio: vanno dove vogliono. E senza una minima logica.

Non posso nemmeno permettermi di studiare delle contromosse, per dire, perché non è che prendano lo scapellamento a destra (cit.) se io li spazzolo a sinistra e viceversa, comportamento che implicherebbe comunque una certa coerenza e prevedibilità. No. Loro sono imprevedibili e anche un po’ stronzetti. Un giorno vanno all’insù, l’altro in giù, di qua o di là, metà da una parte e metà dall’altra, col ciuffo basso o spalmato a banana sulla testa, eccetera eccetera.

Allora m’incavolo. Mi girano le ciribiricoccole e comincio a lambiccarmi sulle varie soluzioni. Mi vengono in mente migliaia di acconciature splendiderrrrrime per tenere alla bada il tutto, con laccetti, farfalline, fiorellini che metterebbero in difficoltà pure il mitico Léonard di Versailles. Sogno di poter finalmente trovare un taglio che mi stia bene, che mi dia quell’essenza vintàg, sciccosa, setosa, splendidosa.

 

Poi mi scontro con la dura realtà, e cioè che io sul cranio ho una tana di lontre di fiume, un plaid autunnale color castagna, a volte addirittura una secchiata di lumache. Così entro nel periodo “adesso me li faccio crescere, si allungano e vengono i boccoli (seeeee, HA-HA-HA-HA, al massimo saranno linguette di sterpaglia), così poi raggiungerò l’obiettivo massimo dopo il quale c’è solo il Nirvana: farmi una treccia come il Cielo comanda.” Non so voi, ma la romantica semplicità di una treccia è qualcosa che mi fa impazzire. Ebbene, in questo periodo ci sono anche adesso (si ripresenta ciclicamente), sto raggiungendo dei risultati piuttosto soddisfacenti, pensate che l’altro giorno sono addirittura arrivata a quattro (quattro!!!) arrotolamenti di treccia alla francese. Poi l’ultimo tratto delle ciocche faceva un ricciolino all’insù che sembrava il becco di un’avocetta.

Comunque so già che poi, arrivati ad una certa lunghezza, anche questi capelli mi stancheranno e mi piomberanno sugli occhi: così io mi incavolerò ancora, correrò dal parrucchiere disattendendo ai miei buoni propositi di non metterci più piede, mi delizierò di articoli giornaleschi tipo “Scopri se sei pagata quanto vali” (se il parrucchiere è avanti e ha Glamour) o le ultime trovate di Signorina (se è uno sfighè con i giornaletti trash). Il suddetto hair-stylist, come dice chi parla bene, mi costerà venti occhi della testa e il deturpamento semi-eterno del viso. A quel punto però i capelli saranno troppo corti, io m’incavolerò di nuovo, li lascerò crescere un’altra volta ma mi pioveranno sempre sugli occhi, quindi tornerò dal parrucchiere e inorridirò, e…..

Per un pugno di centimetri

 La follia della donna 
quel bisogno di scarpe 
che non vuole sentire ragioni 
cosa sono i milioni 
quando in cambio ti danno le scarpe?

(Elio e le Storie Tese – La Follia della Donna)

Tempo di alleggerire il patrimonio familiare, ovvero di fare shopping con la mia scarcagnata Banda del Buco (d’ora in poi BDB). Una delle autorevoli esponenti se ne esce che ha bisogno di un paio di scarpe, il che equivale all’emanazione di una condanna a morte, perché ci costringe ad entrare nel Negozio della Dannazione. Nei Negozi della Dannazione hanno un modo speciale di mettere le scarpe, sarà la luce, ma sembrano tante piccole veneri di Giorgione addormentate, aspettano solo una fagiana dal portafogli gonfio per svegliarle.

Ed è proprio lì che vedo l’emblematico oggetto, fonte di tanto cogitare. Un paio di decolletées così nere, così lucide, così eleganti ed infiocchettate… non posso fare a meno di fiondarmici come un orso sul miele. E arrivo alla conclusione che è un’ingiustizia! Se può indossare le decolletées Ela Weber, una stangona alta come l’Empire State Building, non vedo perché non posso io, che al cinema potrei facilmente passare come un’ 11enne e pagare il biglietto ridotto (sono troppo, troppo onesta per farlo). E’ facile: compro un paio di taccazzi, magari non proprio il 12, ma che almeno mi diano un’altezza da cui poter esser vista anche dagli esseri umani, e non solo dai basset hound. Ci cammino un po’in giro, ci faccio l’abitudine, non sarà mica sta gran cosa, poi non devo indossarle sempre, solo nelle grandi occasioni… voglio dire, c’è anche gente che ci balla, la Germanotta ne mette dei modelli armadillati e swaroskati che farebbero impallidire il presidente dell’Associazione Universale Feticisti (ti adoro sempre, mister Alexander McQueen, RIP RIP RIPpissimo!), e io devo rimanere qui a guardare le 13enni pornobimbe che fanno le tacchettine (cit. Il Diavolo veste Prada) tactactac in giro per il mondo? Ma non scherziamo.

Il ragionamento in teoria non fa una piega, anche se sinceramente mi sento parecchio a disagio. Mollare le sempiterne ballerine, così rassicuranti, vintage e tenere, ma ormai talmente sfondate che potrebbero essere usate come scialuppe di salvataggio per il Titanic. Mollare le leggendarie Converse, simbolo di un’età, che ormai hanno la scritta dietro somigliante all’insegna di un bar di periferia degli anni ’20 chiuso da otto generazioni e lasciato marcire, il bianco della punta è diventato maròn quaglia, e poi io in estate i calzini li mando volentieri a quel paese perché non sono appassionata di pesca, perciò non ho bisogno di fabbricarmi i vermi. E mollare le comode gladiators da peplum remake di Ben Hur, che staranno bene coi miniabiti, ma lasciatemelo dire, sotto i jeans (magari attillati) hanno l’effetto di un rutto di cervo. Sì. Sia resa gloria ai tacchi. Alla fine tutto scorre, anche il tipo di scarpe…magari tirare in ballo zio Eraclito per giustificare la mia voglia di tacchi è un filino esagerato, ma la colpa principale è da attribuirsi al seguente dialogo edificante con un’altra membra onoraria della BDB…

LadyLindy: “Quasi quasi mi compro il primo paio di tacchi…”

Membra: “Ma sei sicura…? Ci sai camminare sopra?”

LadyLindy: “No, ma devo imparare! Non potrò mai fare la hostess senza! Hai mai visto una hostess camminare sulle babbucce FlyFlot?”

Membra: “Tu non hai mai voluto fare la hostess.”

LadyLindy: “Và a caghèr.” (Trad. anche se si capisce benissimo = vai a cagare.)

Dato che gli scarsi incoraggiamenti non fanno altro che rendermi più incaponita, provo le famigerate decolletées sotto lo sguardo vigile della commessa detta anche “dinosauro che non sa di essere estinto”. Mi viene richiesto, con gran sprezzo del ridicolo, di muovermi. Ovvio. Tutti fanno qualche passo quando provano le scarpe. Io no. Ho letteralmente gli arti in sciopero. Mi sembra di essere rimasta pietrificata alla vista di un pazzoide serial killer col coltello verso di me… queste non sono scarpe, sono montagne russe spietate. Presto, datemi un sacchetto per respirarci dentro, o in alternativa per sfogare la nausea. Intanto la compare della BDB se la ridacchia, memore dei suoi dubbi di prima rivelatisi fondatissimi – un affronto che andrà lavato con l’EstaThe alla pesca.

E ora, ridatemi le ballerine, che è meglio restare coi piedi per terra.

 

Consumismo is the new black

 

Venere degli stracci, Michelangelo Pistoletto, 1962

 Che poi, in realtà non avevo bisogno di quel cappottino. Voglio dire, il mio armadio starborda. Ormai mi serve un tir quando faccio il cambio di stagione. Ah, il cambio di stagione, che trauma inevitabile. E pensate che non ho nemmeno trent’anni. Figuriamoci quando arriveranno i primi fili bianchi, le rughette d’espressione, la pressione troppo alta/bassa, la menopausa. Sarà il mio spauracchio principale. Vedete, a forza di seguire le spirali del mio pensiero, finisco che perdo il filo. Il cappottino, stavo dicendo.

Era lì, fra i vestiti che pazientemente aspettavano di essere rimirati, molto particolare. Mi ammiccava, il furbone. Lo si notava prima di tutti gli altri, e lui godeva nel sentire le signor(in)e passargli davanti ed esclamare “Che cariiiino, che bel colore, che bella stoffa, come starebbe bene a mia sorella/alla Luisa/con l’ultima gonna che ti sei comprata…” (Stranamente nessuna pensava che il capo d’abbigliamento sarebbe stato bene addosso a se stessa: modestia vera, modestia falsa o colpa delle passerelle? Ai talk-show l’ardua sentenza.)

Con tutti quei complimenti, il cappottino si stava ormai montando la testa, e sarebbe pure arrossito se solo avesse avuto le guance. Caso ha voluto che io stessi passando di lì proprio in quel momento, e il pensiero del mio armadio pieno come la pancia di Pantagruel non mi ha nemmeno sfiorato quando l’ho visto. Colore tenue, in lana cotta, perché adesso arrivano i primi freddi e guarda te la combinazione mi serviva giusto giusto di questa pesantezza, e poi le maniche, vogliamo parlare delle maniche… in bellissimo velluto, Dio quanto amo il velluto, con dei fiocchetti adorabilissimerrimi ai lati. Un bijou.

Insomma, un colpo di fulmine. A questo punto serviva solo una scusa credibile per convincere i piani alti (leggi: genitori) – e anche una scusa per non sentirmi troppo in colpa. Perché ho bisogno di un cappotto?

1. Arriva l’inverno

2. Ho bisogno di qualcosa da mettere la mattina quando vado a scuola

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Inspiegabilmente, ai piani alti ha fatto effetto solo la scusa numero 2: in effetti qualsiasi cosa riguardante la scuola gode di priorità speciale un po’ fra tutti i genitori, è come cliccare sul puntino esclamativo rosso quando si scrive una e-mail su Alice. Quindi, in alto i vostri cuori, adesso sarete felicissimi di sapere che ho un cappotto in più, qualche decina di euro in meno e probabilmente un’attitudine spiccata allo Shopaholism.

Fra l’altro la mia genitrice, detta amorevolmente Sergentessa Maggiore Hartman, una volta sborsata la grana mi ha lanciato un’occhiata obliqua da aquila che non finisce la preda solo perché è troppo piccola, e ha sentenziato: “Tu questo non te lo metti a scuola, ché se solo ci becco una macchia ti faccio sgurare con la lingua l’intero guardaroba”. Il che mi ha riportato subito alla mente la portata micidiale del suddetto guardaroba, e fatto sentire un po’ un’apprendista Rebecca Blomwood.

Sulla moda, sulle fashion bloggers e sulla fama facile

 

E’ molto strano: mi sono sempre chiesta cosa sia, stringi stringi, lo stile. La moda è una meravigliosa cavolata, lo sappiamo, ma lo stile no. Lo stile è l’espressione di se stessi e della propria personalità, di cosa ci piace, in una parola di noi. Ti piace vestirti sempre di blu? Perfetto: se il blu rispecchia la tua personalità, usalo finché vuoi. Chi sono io per impedirtelo.

Quello che non capisco è tutto l’ambaradan ruotante attorno alle grandi griffes. Io non so mai cosa pensare: a volte mi dico che se qualcosa ha quelle letterine stampate sopra sarà sicuramente di grande qualità e varrà un fracco di quattrini, salvo poi scoprire che una borsettina Prada viene venduta a prezzo-stipendio nelle boutiques ma prodotta da clandestini sottopagati e in nero a Napoli. A questo punto, entrare in un monomarca ultrasnob (perché sono tutti così, alla fine) o comprare alle bancarelle del mercato mi dà la stessa (scarsa) sicurezza sul prodotto, con l’unica differenza che per comprare un foulardino di Hermès devo accendere un mutuo.

Mi fanno assai ridere, inoltre, tutte quelle pischerle che si indignano dei prezzi inaffrontabili di certe marche, dicendo che alla fine sono oggetti come gli altri e una firmetta non importa niente, per poi sbattere a destra e a manca la borsetta malamente taroccata, comprata dagli abusivi. Le case di moda, come avevo già detto qui, sono veramente poco attente alla gente che vive nel modo, perse in interessi multimiliardari, impegnate a manipolare la stampa e comprarsi i giornalisti, a reclutare modelle con metodi ignoti (fino a un certo punto), a fingersi contro l’anoressia mentre scheletri “viventi” zompano in passerella. 

Loro sono contro l'anoressia. Come, non si vede?

Per questo, dopo aver capito che fra gli stilisti “veterani” non rimane nulla che sia lontanamente paragonabile alla creatività e al talento, ma solo qualche guaio giudiziario, avevo accolto con gioia il boom delle fashion bloggers come una sorta di ondata liberatoria dall’egemonia malata della grandi griffes, magari per vedere qualche esordiente un po’ diverso, magari per scoprire che per avere stile non bisogna per forza essere tutte scianelluivuittonverauang eccetera. Qualche fashion blog di qualità l’ho trovato, infatti, come The Sartorialist, The Street Fashion, Le blog de Betty, Karla’s Closet, Tokiobanhbao, Rejecting the obviousness e altri; ma poi ho avuto la sfortuna di imbattermi per caso in una certa insalata ossigenata. Lei è Chiara Ferragni, e ha la pretesa di definirsi fèscionblogger più famosa d’Italia, ma che dico d’Italia, di tutto il mondo, dell’Universo, del Creato e del non Creato. Grazie al cielo qualcuno su Facebook non si fa incantare (qui e qui). Vi chiederete che cos’ha di diverso dalle altre bloggers che me la renda tanto antipatica. Innanzitutto, è una rossa cremonese, ma evidentemente il rosso tiziano non è abbastanza fèscion, così ha deciso di spacciarsi per bionda naturale milanese (anche se in realtà arriva direttamente dal mondo Mattel). Bocconiana perfetta, si definisce “studentessa” quando in realtà sui libri non la si vede mai, con gran sprezzo degli studenti che si fanno un mazzo tanto.  Le sue fans la idolatrano come una dea scesa in terra, e a giudicare dalle tonnellate di giornali che parlano di lei a tutto spiano deve essere proprio un’ icona di stile degna di Gabrielle Chanel. Ehm. Quasi. In realtà i suoi abbinamenti non è che abbiano tutta questa originalità, lei pensa solamente a mettere in bella mostra i loghi delle marche, e impiegherà due ore ogni giorno a photoshopparsi, pure malamente (controllate voi al link che vi ho messo su “insalata ossigenata”). Infatti, l’impressione è che quello non sia un vero blog di moda, bensì una specie di santuario autocelebrativo che urla ai quattro venti “guardate com’è bella, ricca, interessante, piena e glamour la mia vita. Mica come la vostra, pidocchi”. Sorvoliamo sul suo italiano da quinta elementare – o scopiazzato da altri siti – e sull’inglese da “senza Google Translate sarei persa”. Senza contare che dalle sue parti continuano a vantare miliardi e miliardi di visite, senza però rendere mai visibile il counter (magari adesso li ha davvero i miliardi di visite, ma all’inizio erano di certo una mossa pubblicitaria). La madama Ferragni, soprannominata dalle Vipere Kiaretta, Ferracne, Ferragna, Ferraglia eccetera, passa da un party all’altro, e… non ci crederete mai… anche al party del Pdl! Sì, dev’essere un retaggio del suo fidanzatino, tipico ragazzo della Milano bene detto anche “Uomo Bancomat”, a cui auguro di non farsi male all’indice a forza di votare il blog della sua Barbie su ogni aggregatore possibile. E magari, passando da un party fighissimo all’altro, provasse a dare un’occhiata agli scheletrini nell’armadio del Sire supremo. Il target dell’insalata bionda è probabilmente lo stesso del programma televisivo TrlTotalmente Rincoglioniti Live Total Request Live… aspettate un attimo! Ma è proprio lei la biondina che presenta ai Trl Awards 2010? Sì sì! Eccola:

Vi segnalo che comunque ha rimediato anche una orrenda figura con i Dari. Ancora un attimo… ma come ha fatto Chiaretta, nel suo piccolo, a finire in tv? Vabbè che per fare il VJ di MTV, da un po’ di tempo a questa parte, occorre soltanto avere un atteggiamento da “viva i ggggiovani”, e sappiamo tutti che le selezioni sono tenute dal cugino della Pimpa. Però lei non ha nemmeno un minimo di competenza in fatto di dizione e presenza televisiva. Ci dev’essere qualcosa sotto. Ah, ecco! La coppia più bella della Mattel è amica del cantante dei Finley! Da che mondo è mondo, i Finley sono proprio ospiti tipici di Trl, quindi pare che ci sia stata una intercessione caritatevole per lei.

Sempre per quanto riguarda le mistiche apparizioni della Bloggerpiùfamosad’Italia in tv, è imperidbile la chicca del Chiambretti Night (notare la faccia di Misha Barton) in cui si presenta vestita da carnevale dei cavalli Cow Girl:

Ed ecco il commento di qualcuno che ha capito tutto su youtube (per fortuna c’è gente come lui):

A questo punto ci si potrebbe consolare pensando che almeno è onesta. Eh no! Basta indagare un po’ in rete per scoprire che è stata reclutata dalla Fiat per sponsorizzare la nuova 500 assieme al suo fidanzato Ken, ma lei non l’ha nemmeno comunicato ai lettori continuando imperterrita a fare pubblicità occulta. Peccato che tutto si scopra facilmente su Internet.

Concludo dicendo a Chiaretta che è inutile commentare il suo stesso blog con due nickname diversi per difendersi, dirsi aperte alle critiche ma rispondere solo con dei seisoloinvidiosa seigrassissima seitamarra vorrestiesserealmioposto eccetera. Se vuoi diventare famosa, se ci metti la faccia e mostri in Internet tutta la tua vita privata, devi accettare le conseguenze. Sei maggiorenne e responsabile per quello che fai: i trucchetti vengono smascherati facilmente, e in Internet ci si può documentare facilmente. Non sei l’unica ad avere un blog di moda in tutta Italia, anzi molte sono più brave di te. E allora, per favore, se non riesci a gestire la presunta fama (e tutto quello che comporta), meglio lasciar perdere.

 

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Come diventare pin-up (senza essere veline)

Mi piacciono, mi sono simpatiche. Il motivo è presto detto: molto spesso non hanno una bellezza perfetta stile Afrodite, ma sono simpatiche. Furbe perché si atteggiano da stupidine. Ironiche e autoironiche. Innocenti e maliziose. Si comportano come se fossero inconsapevoli della loro avvenenza, e le pose sembrano quasi casuali: tac, un gatto alza la gonna. Ops, l’aspitapolvere si incastra al vestito (vedi figura). Guarda caso, si intravedono le mutandine (di chiffon, come direbbe Fruttero) o la giarrettiera a scelta. Ma questo è niente in confronto al lato migliore del fenomeno: ovvero, non sono scheletriche. Anzi. Curve e curve. Difetti fisici su difetti. Per questo è bello prendere il meglio delle pin-up.

Regola 1: Scordatevi le modelle alla Kate Moss che vedete sulla passerella. Non hanno niente di sexy, checché possano dire alcuni ragazzi. Magari sono belle sulle copertine patinate, ma è meglio avere fra le braccia una morbida e provocante ragazza piuttosto che un mucchietto d’ossa. Fate un bel lavoro di autostima: abolire le diete, mangiare sano ma senza privazioni, accettare il proprio corpo che, come dicevano gli antichi, è “il tempio della nostra anima”. Questo non significa credersi perfetti ed infallibili: anzi, sapendo i propri difetti, trasformarli in punti di forza. E qui entra in  gioco la regola 2…

Regola 2: Ironia e autoironia!!!  A volte sono innate, altre no. Imparare a scherzare su se stessi è sintomo collaterale di intelligenza. L’autoironia smorza automaticamente tutti i tentativi di presa in giro perché ci si prende in giro per prime. Si risulta più simpatiche e più affascinanti. Essere autoironici non è sottostimarsi: mi raccomando, sotto sotto bisogna sempre sapere di essere meravigliose… nella propria imperfezione.

Regola 3: Una volta imparate l’autoironia (e non ci si mette solo un giorno, eh) e l’autostima (che non sconfini nella superbia), è il momento di giocare. Giocare con il make-up, per divertirsi e non da usare come maschera d’insicurezza; giocare con la moda, da personalizzare per distinguersi e non da seguire acriticamente; giocare con la seduzione, che non significa sculettare come una velina qualunque ma affinare uno charme personale, del tutto indipendente dai centimetri di pelle scoperti. Un esempio? Puntare sulla lingerie più seducente, che però non deve mai vedersi. L’importante è indossarla, non mostrarla… come insegnano le grandi seduttrici. Ah, dimenticavo: massima cura del corpo e di se stesse, fin nei minimi dettagli.

Regola 4: Il punto saliente: quello che davvero c’è da imparare dalle colleghe pin-up… l’essere seducenti. Secondo loro, quello che fa impazzire davvero i visir di sesso maschile è il mix di sensualità e innocenza: vedi le varie espressioni come a dire “ops, mi si vede qualcosa?”. L’aver capito tutto senza farlo intendere. L’essere intriganti come poche e il non curarsene.

Bene, le regole sono finite. Ora, sentitevi libere di infrangerle. Fuori le gambe e viva l’allegria!