Purtroppo il giogo della dannatissima maturità (pardon, Esame di Stato) fa sprofondare anche le mie esilissime spalle – so già che, una volta finito tutto, fra una risata e un “te possino” non se ne riparlerà più – quindi è doveroso lasciarvi con un messaggio (in ritardo) di speranza e incoraggiamento.
Io son qui che lavoro, voi aspettatemi, fra poco tornerò a scrivervi delle solite cose glitter unite a sorprendenti intermezzi seri e filosofici stile Università di Hello Kitty. Sempre che, in allegato alle buste ministeriali con le prove, non giungano anche dei comodi set per la pratica eternamente attuale del seppuku. Ah, a brevissimo uscirà un mio articolo per Clamm Magazine, quindi non avete proprio scuse.
Andate e moltiplicatevi, per me la resa dei conti è giunta: valar morghulis.
P.S. Se amate le cosine vintàg come me, ho trovato un bellissimo video girato nel 1969 [qui], con i maturandi di quell’anno scolastico. In pratica le tracce del tema, 44 anni fa, riguardavano i giovani, la nuova letteratura e il problema ambientale. Che delizia vedere come le cose siano assolutamente diverse oggidì.
Prima di bruciarvi i neuroni col seguito: qualche tempo fa è uscito un mio articolo su HeyKiddo [QUI] che vi sarà utile se avete dei figli in età scolare, anzi, vi sarà utile e basta.
Un mio caro lettore (Mozart2006) mi ha gentilmente fornito un sottotitolo ulteriore al blog, ovvero La Setta dell’Ammmore. Vi dico soltanto che mai mi sarebbe potuta venire in mente una denominazione più appropriata, quindi sappiate che d’ora in avanti questo sgangherato spazio internautico sarà la base della suddetta Setta formata da me e dai miei lettori, supporter, fan, elettori, adoratori e schiavi servi della gleba aiutanti.
Ma veniamo alla composizione dettagliata del CdA:
1. IO, AL VERTICE SUPREMO. Padrona di casa e dittatrice unica, dotata dei poteri decisionali su qualsiasi cosa, condizioni atmosferiche comprese (Kim Il-Sung è solo un dilettante! E con questo ci siamo bruciati le visite nordcoreane). Quando sono triste, sul blog cade la pioggia. Se io dico che ho visto un unicorno di Swarovski, così è, e voi non oserete metterlo in dubbio.
2. I miei lettori, pazienti esseri umani che si degnano di sopportare il mio delirio sugli unicorni. I lettori verranno trattati da Sua Eccellenza Scintillante Me Stessa allo stesso democratico modo, in quanto inconsapevolmente membri della Setta. S.E.S.M.S. avrà un particolare occhio di riguardo per:
* Mozart2006 in quanto ideatore del nome e mente ingegnosa dietro a tutta la baracca (tipo Casaleggio con Grillo)
* La Ragazza con la Valigia in quanto Ragazza con la Valigia e mia sorella di madre diversa
* Tutti i blogger inseriti nella mia Sacra Blogroll, che non ho voglia di elencare di nuovo quindi andateveli a vedere voi
Le regole sono molto semplici:
I. Io ho sempre ragione
II. Il nome della Setta è utilizzabile solo da coloro che ne fanno parte, quindi tutti voi che state leggendo, ma esclusivamente ricordandosi della tripla M nella parola “Ammmore”. Qualsiasi infrazione sarà punita con mille foto di turisti nordeuropei in calzino bianco e infradito.
III. Ci sono quattro date fondamentali da ricordare: 25 ottobre, festa nazionale in quanto mio compleanno; 3 ottobre, tenetelo a mente per il prossimo anno, Giornata Universale di Mean Girls; 27 febbraio, Giornata Mondiale dell’Unicorno come suggerito da Sarinski; 25 gennaio, Giornata Internazionale della Fighissima Virginia Woolf.
IV. Ogni tanto la S.E.S.M.S. sceglie un membro onorario della Setta, che può essere un personaggio fittizio, vero, morto, vivo, bello, brutto, cattivo, buono, biondo, moro… insomma, ci siamo intesi. Per darvi un’idea della serietà di questa cosa, ecco che parto subito con la prima nomina ufficiale – chi avrà qualcosa da ridire, sarà pubblicamente definito “Persona di Cattivo Gusto”, massimo disonore (“disonore su di te, disonore sulla tua mucca…” cit.) ed infamia all’interno del nostro candido circolo – perciò diamo il benvenuto alla cara
Yolande de Polastron, duchessa de Polignac
in qualità di PR e ragazza immagine. In poche parole, lei sarà la nostra organizzatrice di feste ufficiale: con una tipetta tanto intraprendente ed effervescente, di certo non avremo tempo per annoiarci. E saremo ovviamente i più fighi membri di un circolo esclusivo nell’intera storia dei circoli esclusivi al mondo. Magari calmerà anche qualche bollente spirito nei flame delle assemblee dell’Ammmore, la sua calma imperturbabile è famosa. Intanto, propongo per tutti noi in dotazione un capellino come il suo.
Qui è una reduce da Vienna che vi parla, e che si trova nella situazione classica del “non so da dove iniziare”. Innanzitutto, le cose serie, altrimenti mi dimentico: come da titolo, porto i saluti più cordiali da parte degli Asburgo, e anche dai Babemberg, i quali si sentono molto ignorati. E come dar loro torto.
Poi, vi comunico che se sapessi dove firmare per tornare lì il prima possibile, lo farei subito. Perché Vienna, ovviamente, mi ha incantata. Nonostante sia una capitale, risulta vivibilissima e comoda anche per la più sprovveduta e campagnola delle pennute (leggi: me), ha un centro esclusivamente pedonale, quindi senza sbattimenti di traffico e puzze, gli abitanti (secondo la mia esperienza) sono assolutamente gentili, simpatici e alla mano anche con i turisti (non come in altri posti), e soprattutto è strapiena, ricchissima, strabordante di verde. Ma non quel verde tipo parchetto comunale fatto apposta per non sembrare troppo cementificati. No, questo è un verde naturale, formato dalle foreste che circondano la periferia da secoli, e da sempre rispettato nonostante l’ingrandimento della città.
Fatto sta che in pochissimo tempo si può arrivare dal centro e dalle zone residenziali ai boschi più rigogliosi. Io, infatti, da brava giovane marmotta sono andata anche a scorrazzare per i monti che mi facevano ciao. Mi mancava solo la capretta Fiocco di Neve a portarmi come una schiavetta compiacente sul suo dorso, belando mentre io fotografo Mayerling (sigh, sob, sob, sigh, povero Rodolfoooh, povera Mariaaah) e le abbazie medievali, e… dalla regia mi comunicano che Heidi in realtà è svizzera e non austriaca. La regia è stata opportunamente azzittita.
Un’altra cosa importantissima: Strauss ci ha ingannati tutti. Ci tengo a sottolinearlo e scriverlo in grassetto, perché è uno scandalo di tali proporzioni da dover essere ben visibile.
Strauss.
Tu mi avevi detto che il Danubio era BLU.
Il valzer si chiama Sul bel Danubio BLU, ho controllato. Anche in tedesco. Non è un errore dei traduttori.
E allora. Allora perché io ho chiaramente visto che era giallo? Tutt’al più verdino, te lo concedo. Ma non blu. Non venirmi a dire che è colpa delle industrie, che ai tuoi tempi era diverso. Secondo me sono tutte balle. Lo comunicherò alla Wiener Philharmoniker, in modo che per il prossimo Capodanno possano porre rimedio a questo increscioso fraintendimento – quando sono passata davanti al Musikverein non ero ancora consapevole della questione, ma troverò un modo per risolverla – e attenzione, non sto parlando del Donaukanal, cioè il canale artificiale che devia il fiume per portarlo a Vienna, ma del Danubio vero e proprio, dove si trova anche il mulino ispiratore del famoso valzer. Ecco la mia schiacciante prova fotografica:
Fermi tutti.
Ho postato una foto prima di avvisarvi. Ma voi ormai dovreste sapere le solite due cose, ovvero:
1. Le mie foto nuocciono gravemente alla salute, e i ricercatori Oral-b non hanno ancora trovato spiegazioni e cure a tale fenomeno;
2. Passate il mouse sulle immagini, altrimenti è come mangiare i fonzies senza leccarsi le dita.
Ma prima di immergerci nella galleria fotografica, vi informo che a Vienna gli esseri umani si cibano essenzialmente solo di dolci. Ci sono torte per ogni giorno dell’anno, ogni frutto, ogni colore dell’arcobaleno, ogni fiore, e ovviamente le fette hanno le stesse dimensioni di uno space shuttle della NASA. La Sachertorte è solo uno dei tanti esempi, e dentro ci hanno messo la marmellata di albicocca perché da loro le albicocche crescono da Dio – lo hanno scoperto quando i precedenti raccolti furono distrutti da un virus nell’Ottocento, lo sapevate? Sapevatelo! – inoltre vi confesso che la bellezza di Vienna è, a mio parere, infinitamente velata di malinconia.
Girovagando per le sale con i quadri di Klimt, per gli appartamenti di Sissi, ascoltando la musica di quel truffaldino di Strauss, ho avuto la sensazione di tanta polvere dorata ormai caduta a terra, ma vestita a festa. Una sorta di nostalgia per i bei tempi andati, l’Austria Felix ritratta dalla trilogia di Marischka con Romy Schneider, pervade l’atmosfera: nei discorsi delle guide locali (“Eravamo un grande impero…”), nelle facce dei grandi austriaci che invadono ogni spazio.
A questo proposito, per tutta la città è possibile ammirare i cartelloni pubblicitari dei teatri (ovviamente all’opera ci tengono più che alle loro braccia, hanno perfino i megaschermi davanti alla Staatsoper per chi non ha salvadanai da sceicco di Dubai), e tutti i musical austriaci sono intitolati così:
♥ Mozart – Das Musical [scherzavo! In questo caso si limitano a sparare a palla la sua musica in ogni luogo possibile immaginabile, bagni pubblici inclusi]
Praticamente, su ogni connazionale famoso ci fanno un musical. Se dovessimo seguire questa logica in Italia, le produzioni teatrali italiane sarebbero fantastilioni. E poi, ve lo immaginate? Dante Alighieri – il musical. Interprete principale: Giulio Scarpati col naso finto. Verdone fa Lapo Gianni. Isabella Ferrari è Beatrice, diretta ovviamente da Marco Travaglio. Benigni vocal coach.
Era nata questa interessantissima discussione, nei commenti dell’ultimo post, riguardo i dialetti (in particolare il marchigiano). A me ‘sta cosa è piaciuta molto, quindi ho deciso di erudirvi un po’ sulla mia amata regione, amata anche di più dopo il recente sisma (sarà finito? Sperèm), in particolare sul dialetto.
Ho deciso di occuparmi solo di quello emiliano, perché quello romagnolo lo sento più raramente e rischierei di dire qualche cavolata (è molto allegro, comunque. Sa di piadina. Mi sentirete spesso paragonare i suoni ai cibi, non so perché ma mi riesce bene.) Se fossimo persone serie e posate, inizieremmo subito e pomposamente dicendo che l’emiliano “appartiene al gruppo gallo-italico delle lingue romanze occidentali: pertanto, come il francese, l’occitano ed il catalano presenta fenomeni fonetici e sintattici innovativi che lo distinguono dall’italiano”.
Ma a nessuno frega del ceppo linguistico. Io vi sto donando un manuale di sopravvivenza con i fondamentali, sintetico e semplice, per parlare proprio come un emiliano d.o.c..
Tralasciamo le influenze dell’emiliano nelle altre regioni, quindi carrarese, pavese, mantovano, casalasco e viadanese che si trovano in Toscana, Lombardia e sconfinano linguisticamente anche nel Veneto. Concentriamoci su tre città in particolare, Bologna, Modena e Ferrara (chiedo scusa alle altre!).
Bologna. La lingua più chic è di certo quella cittadina, ovvero parlata fra le antiche mura che adesso sono i viali di circonvallazione. Ha un che di brioso e impertinente, ma negli ultimi anni ha preso molti suoni dall’italiano vero e proprio (si diceva Bulåggna, quasi con la e al posto della prima a, al tempo dei miei nonni; adesso si sente più Bulagnna). Questo non è accaduto al bolognese montano, che si divide in medio e alto. Quello medio si parla nella zona collinare (ad es. Porretta Terme), quello alto ovviamente in quota (Lizzano in Belvedere, Granaglione…). Per intenderci, fra Porretta e le sue frazioni c’è una grandissima differenza dialettale – figuriamoci fra Bologna City e la montagna. In linea generale, sono più nasali e mantengono le e laddove i bolognesi dicono la a (es. casĕtt, cioè cassetto, in città è casatt). Ancora più difficile è porre dei paletti al bolognese di pianura, che sfocia spessissimo nel modenese o nel ferrarese a seconda della posizione geografica. Posso testimoniare che molte parole sono prestiti dal francese, basta considerare pòmm (mela), che in francese si dice pomme.
Conoscete Andrea Mingardi? Ecco, le sue canzoni sono un esempio di bolognese cittadino.
Modena. Un dialetto poco conosciuto, e spesso confuso col bolognese da chi non se ne intende (guai! Questo è il miglior modo per farsi guardare male). Anche in questo caso c’è da distinguere fra il modenese cittadino, con suoni gutturali e influenze tedesche a causa della dominazione austriaca, e quello appenninico, parlato per esempio a Zocca, Palagrano, Sestola. Ma a questo punto dobbiamo aprire altre parentesi importantissime, ovvero il carpigiano (parlato anche nella campagna, fino a Novi) e il mirandolese. C’è campanilismo anche qui: il carpigiano, a differenza del modenese puro, ammette un solo suono per la lettera z, ovvero quello che in italiano ha la s in rosa. A Mirandola si parla una lingua differente ancora, diffusa in tutta la bassa modenese (Finale Emilia, San Felice, Camposanto, Medolla, Concordia…) fino ai confini della bassa bolognese (Budrio, Crevalcore, San Giovanni). Quei paesotti, insomma, dove potete ancora mangiare le tigelle senza sentirvi traditori del capoluogo.
Per avere un assaggio del modenese cittadino, dovreste recarvi in quella città il giovedì grasso, e ascoltare i discorsi della seconda famiglia più conosciuta dai modenesi dopo quella del Vangelo. Sto parlando di Sandrone, Sgorghiguelo e la Pulonia, ovvero la famiglia Pavironica, maschere carnevalesche dei geminiani. Notate che il discorso lo sanno a memoria.
Ferrara. Arrivo al mio tasto dolente, perché il ferrarese è veramente incomprensibile. Vi regalo un paio di esempi, frasi normalissime. Al par sut al parsut (il prosciutto sembra asciutto), A tiè séch bresch (sei secco asciutto, ovvero sei magro come uno stecco), poi il classico scioglilingua “Ti che at tachi i tachi tacam i me tachi! Mi che at taca i to tachi? Tacati ti i to tachi!”. Ora provate a dirlo velocemente, e sappiate che ha un senso logico. La cosa più bella e buffa della pronuncia ferrarese è la l, che ricorda molto quella russa.
Il lessico fondamentale dei veri emiliani
Riporto qui di seguito le poche paroline che vi apriranno ogni porta (emiliana).
Nei nostri dialetti, la negazione non si dice con il non, bensì con la magica parolina brisa. Perché noi siamo speciali. Ad esempio: non c’è pane = an ghè brisa pan. Poi, a seconda che vi troviate in una delle città sopraelencate, la pronuncia cambia.
Soccmèl. Potrebbe essere l’inno dei bolognesi. La traduzione in italiano è volgarissima, ci arrivate da soli, ma in dialetto ha ormai perso ogni sfumatura scabrosa e si usa per ogni occasione. “Ho vinto un miliardo di euro” “Soccmèl!”. “Mi si è rotta la macchina” “Soccmèl che sfiga” e via soccmellando.
Maiàl. Versione ferrarese del soccmèl, ma di solito si è più portati ad usarla in contesti negativi, come parola liberatoria. Ovviamente ha sfumature di significato molto suine.
Ninet / Ninèta. Anche qui siamo nel campo suino, perché siamo emiliani e ci piace. Questi termini modenesi indicano sia l’animale vero e proprio, sia una persona unanimamente ritenuta di facili costumi.
Scevd (o scevàd). Il peggiore insulto che possiate mai dedicare ad un piatto emiliano, ovvero insipido, o in senso lato insapore.
Arzdòra (o arzdoura). La tipica massaia emiliana, che prepara la sfoglia, i tortellini, la casa. Donna dedicata alla famiglia e alla vita quotidiana, colei che vi lancerà i mattarelli in testa se le direte che i suoi piatti sono scevdi (vedi).
Giaz. Letteralmente sarebbe il ghiaccio, ma si usa per indicare gravi ristrettezze economiche.
Quello che il tabernacolo è per la Chiesa, lo può rappresentare efficacemente la macchinetta del caffè per ogni edificio pubblico che si rispetti. Il robotino elettrico sputacchiante è un idolo, una consolazione, una sorta di bar versione plebea. Niente alzatine, porcellane di Sèvres o pasticcini Ladurée acconciati con foglietti ricamati in simil-tulle: la felicità è tutta in un bicchierozzo di plastica color saliera di Cervia, mai riempito fino in fondo.
La macchinetta è uno specchio di quello che siamo, se proprio vogliamo fare i poetici – e non c’è niente di meno poetico del rumorino ingolfato e della polverina scura “vorrei essere caffè ma non posso”. Quando vi presentate davanti all’amica Buonristoro, Incontro, Abbraccio o Matrimonio Di Sapore (si accettano segnalazioni di altri nomi che sapete), inserite la solita pecunia e scegliete la benedizione quotidiana, pensateci: anche la macchinetta ci guarda severamente, ha quell’atteggiamento un po’ da “cazzo vuoi?”, ci accontenta ma di malavoglia. E soprattutto, attenzione attenzione, riassume la nostra condizione.
Quante situazioni sono ben descritte dalla sensazione che si prova davanti al resto che non esce? Sì, perché se vi esce il resto siete dei fottuti privilegiati. Se non lo fa, ci si sente abbastanza stupidi, e ancora più stupidi dopo aver letto – troppo tardi – la famigerata targhetta a caratteri cubitali “NON DÀ RESTO”. Ammettetelo, fa più paura della porta infernale nella Divina Commedia.
Ci sono anche quegli altri, con l’aria da San Pietro, che sventolano la chiavettina ricaricabile e aprono davanti agli altri le porte del Paradiso al cioccolato e latte. Loro possono permettersi di ubriacarsi coi cappuccini senza nemmeno avere il contante in tasca – non so voi, ma questo sì che io lo chiamo privilegio, la Porsche e la casa in Sardegna gli fanno un baffo.Come nell’esistenza umana ci sono periodi sopportabili e altri che difficilmente si distinguono dagli escrementi, così ci sono caffè usciti un po’ al gusto Sindona, un po’ all’arsenico che Gauguin vomitò invece di avvelenarsi (pari pari si potrebbe fare con tali caffè dell’amica Abbraccio Di Cacao).
Un capitolo a parte meritano le macchinette a scuola, includendo anche le dispensatrici di cibarie e non solo bevande. Loro sono più bastarde: tu metti i soldi, quella inizia a tremare come i pelouches tremolini, l’anellina di metallo si apre… e i tuoi biscotti rimangono lì. Penzolano, ballano, scricchiolano, ma non scendono. “Prelevare il prodotto”, dice crudelmente l’amica. Una delle più grandi trollate nella quotidianità. Ed è lì che tutto il senso di limitazione umana ti si palesa davanti agli occhi: l’oggetto del desiderio non esce. La struggente storia d’amore fra te e le patatine, ostacolata dalla macchinetta simbolica: tu come Giulietta, il cibo è il tuo Romeo, in più ci rimetti dei soldi.
Allora, un altro fenomeno notevole avviene. Se dite che la cavalleria è morta, non ci sono più galantuomini eccetera, non avete mai visto una ragazza a scuola, con la merenda rapita a tradimento dalla tecnologia moderna. La damsel in distress attira orde di vendicatori pronti, a turno, a tirare calci, pugni, fiancate con rincorsa inclusa ai vetri. E alla fine, chi riuscirà nell’impresa sarà acclamato nuovo eroe, cavaliere dell’Ordine dell’Amica Chips, il tempo di un intervallo.
No! Lettori! Amici, cittadini del comune del mio blog! Navigatori bussolati sulle vostre belle navi! Se ancora non vi si sono incrociate le pupille a forza di vedere tutti questi inusuali punti esclamativi, aspettate un attimino. Lo so che di solito scrivo con una regolarità più… regolare (e con questa la qualità linguistica del mio post se n’è appena andata in pellegrinaggio a Lourdes), e magari voi vi rigiravate insonni nel letto a pensare al mio blog, magari eravate già in ansia, vivevate domandandovi che fine avessi fatto.
Ma! Ma ma ma! È qui che arrivo io, e immaginatemi mentre cammino soddisfattissima e schiacciata al suolo dal peso di tremila zaini, borse e sassi nelle tasche. E vi spiazzo tutti. Voi pensavate che io me ne stessi lì, a gettare monetine nelle fontane dei giorni esprimendo desideri mentre voi passavate qui ogni giorno e non trovavate niente di nuovo. Voi pensavate che io me la stessi prendendo comoda, eh? Lettori di poca fede, in realtà ho semplicemente passato il periodo (preannunciato) del “hey-sono-100-anni-dall’-affondamento-del-Titanic-piangiamo-un-po’-insieme”, che probabilmente vi farà pensare a quante lacrime e sbattimenti si possano sprecare per la pregiata aria fritta.
Non siate però frettolosi, perché la qui presente riveste il Titanic e la sua vicenda di un profondo significato storico, ed è grandemente appassionata di tutto ciò che lo riguarda, senza limitarsi al celebre film omonimo (la versione in 3D, bè, quella non ha ancora trovato il coraggio di andarla a vedere). Poi: altro buco nero che mi ha risucchiata per poi sputacchiarmi fuori assieme alle piume e ai lustrini dell’eyeliner, la visione del film Pollo alle prugne. Reazione della scrivente: positiva, tendente al depresso, perché sono anche un po’ dipendente da una certa sfumatura di melanconia. Consigliato, ma non se piove o siete già tristi, altrimenti finite come me – e non dite che non vi avevo avverititi. Ah, ho visto anche Diaz e ci sono stata malissimo, ma l’argomento merita una descrizione e discussione più approfondita. Coming soon.
Se quello era un buco nero, la voragine estrema dalla quale potrò uscire con grande difficoltà sarà l’imminente esame di tedesco, che mi sta praticamente trasformando il cervello in un crauto viscidoso dagli occhi a spirale.
Bene, detto questo, e infarcito un post intero di giustificazioni non richieste (excusatio non petita…ehm…), posso passare alla vera motivazione di base, ovvero una sfacciatissima pubblicità – nemmeno tanto occulta – del mio fighissimo
Lo so, lo so che detta così vi potrà sembrare un po’ seccante, ma leggetelo e, se le lacrime di commozione non ve lo impediranno, verrete qui a ringraziarmi di avervi rotto le scatole con il mio nuovo
E’ della misura giusta, né grande né piccolo, è GRATIS, non unge, non sporchi le posate, vi stira anche i panni. Meglio del Mami e del Magic Bullet.
E ricordatevi… a presto con grosse, grossissime, eccitanti collabbbborazioni e sorprese superfescion. Andate e diffondete il Verbo della vostra adolescente più adolescentosa.
Gente, sono ufficialmente entrata nel clima dicembrino dell’attesa. Attesa per non so bene cosa, a dire la verità, dato che non trovo più il lato religioso di niente. Io stessa non credo più nella religione. Ma voi che mi leggete da tanto tempo, ormai mi conoscete e ne avrete le banane piene delle mie sproloquianti dissertazioni teologiche. Sarà la crescita.
Ma un nuovo periodo di GROSSE GROSSE COLLABORAZZZIONI (cit.) si apre davanti a noi: le prime collaborazioni di cui posso darvi anticipazioni sono quelle coi libri scolastici (ayeah), ché qui ogni giorno siamo sotto test. Fra un Cartesio spalmato qui, una traiettoria infilata là, ormai nella mia testa c’è un intero album degli Avalanches che va a manetta. O se preferite, citando Il Barbiere di Siviglia, “Mi par esser con la testa in un’orrida fucina, dove cresce e mai non resta delle incudini sonore l’importuno strepitar/ Alternando questo e quello pesantissimo martello fa con barbara armonia muri e volte rimbombar/ E il cervello, poverello, già stordito, sbalordito, non ragiona, si confonde, si riduce ad impazzar“.
In compenso sento un terribile bisogno di rifarmi il guardaroba. Mi sembra di vivere nell’edizione autunno/inverno della terza media. Ma fra poco avrò la mia terribile vendetta del vascheggio! (Tale vendetta ha già avuto un glorioso inizio, quando con incedere cruento -cit.- mi sono sbizzarrita a comprare qualsiasi cosa mi capitasse sottomano nel magico mondo dell’Erbolario. E ho scoperto che probabilmente finirò con lo sposare una loro linea di cosmetici, forse proprio fra quelli che fanno uscire ogni anno a Natale).
Già, il Natale. Ovviamente anche quest’anno sarò un’orrenda consumista (e già vi ho introdotto l’argomento), rinforzata dalle mie recenti convinzioni agnostico-eretico-blasfemo-miscredenti (e già vi ho introdotto l’argomento). Regali, a me! Compratemi LIBRI! Tanti, tantissimi libri! Voglio che le pagine mi sommergano e mi escano dalle narici! Voglio dormire su un letto di tomi! Voglio un marito che, come unico requisito, sia capace di montare le mensole per i miei LIBRI! Non chiedo poi tanto.
Se poi abbiate anche voglia di aggiungerci un viaggetto (sì, ancora, non bastano mai), qualche soldino, un intero guardaroba nuovo… sarebbe maleducato rifiutare. Ah, e un’altra cosa. Smanio per ricevere una bella lettera scritta a mano. Con la carta da lettere colorata a tinte pastello, un fiorellino secco, qualche goccia di profumo… e una calligrafia svolazzante alla Jane Austen. Possibilmente di molte pagine. Que saudade.
P.S. Ho pure voglia di neve. Quindi non ho tardato a metterla sul blog. Enjoy!
Siamo ufficialmente in orbita. Il missile con me a bordo è stato lanciato. PAF. Il countdown a quanto pare è stato fatto piuttosto in fretta, o a voce molto bassa, perché me ne sono a malapena resa conto. Comunque siamo in ballo e ora dobbiamo ballare, o qualcosa del genere, non ricordo esattamente il proverbio. Per riassumere il mio primo giorno, userò delle espressive ed inequivocabili animazioni che, come mi dicono dalla regia, i più esperti chiamano gif. [UPDATE: pare che le animazioni non funzionino, quindi chiamiamole immagini e facciamo prima]
Suono della sveglia (a proposito, consigli su quale canzone mettere per svegliarmi? Quando avevo lo stage mettevo su questa, che con gli acuti non scherzava):
Colazione:
Primo viaggio in pullman:
E poi, come sottofondo per il mio primo passo da quartina nella scuola, suggerisco il motivetto macabro che mi frullava in testa…
Da questo bel circo è uscito che il numero di prof rimasti dagli anni scorsi si conta sulle dita di un piede (lo so che si dice “di una mano”, volevo fare l’originale). Ci saranno tante facce nuove da conoscere, una materia nuova, un orario settimanale che mi ha provocato una bellissima espressione da WTF?!, le solite fottutissime ore da 60 minuti per farci pranzare all’ora di cena. Come dice il caro vecchio Frollo, “The world is cruel, the world is wicked“. Del resto, la scuola è sempre il ristorante di pesce arancioblù che conoscevo. Mi aspetto sempre di vedere installato un acquario a muro e un maître de saille in frac che chiede quale aragosta vogliamo barbaramente bollire viva. Ah, e i miei sospetti riguardo ad una probabile fornitura segreta di croissants e cappuccino caldi agli studenti del classico sono sempre più fondati.
Particolare (in)degno di nota: la nostra nuova prof di italiano ci ha chiesto tout court di prendere un bel foglio di carta bianco (che io non avevo. Cioè, è il primo giorno e io devo già avere la cancelleria? Stiamo scherzando. Ma tanto farò la mendicante fino a giugno), una biro (che andava a scatti) e scrivere qualsiasi cosa volessimo, che parlasse un po’ di noi e magari chiarisse le nostre considerazioni sul primo giorno di scuola e le aspettative. Mi stava per partire la vena sarcastica, e avevo mezza voglia di scrivere: “Considerazioni: amo svegliarmi la mattina al canto del gallo più mattiniero. La corriera è un jet privato dell’emiro del Qatar con noccioline e New York Times fresco di stampa, per non parlare delle interessantissime lezioni sulle coniche. Aspettative: venire bocciata.” Poi però il mio famoso istinto di conservazione ha prevalso, e passato il blocco da foglio bianco (con il blog però non l’ho mai, perché posso scrivere quello che mi pare… odio avere una traccia da rispettare) ho buttato giù quattro scempiaggini in croce che in quel momento mi parevano lo specchio della mia anima più profonda, di cui ricordo solo queste parole: “emozioni contrastanti”. Roba grossa.
Ma non disperate per me, non strappatevi i capelli che già stavate cominciando ad afferrare, presi dalla lettura delle mie disavventure alla Minnie The Moocher. C’è una bellissima cosa che mi aspetta, e forse qualche mio lettore lo sa/immagina già. Piccolo indizio comprensibilissimo anche da chi non ha visto questo cartone, indovinate: