Il mio regno per un cappuccino

 Quello che il tabernacolo è per la Chiesa, lo può rappresentare efficacemente la macchinetta del caffè per ogni edificio pubblico che si rispetti. Il robotino elettrico sputacchiante è un idolo, una consolazione, una sorta di bar versione plebea. Niente alzatine, porcellane di Sèvres o pasticcini Ladurée acconciati con foglietti ricamati in simil-tulle: la felicità è tutta in un bicchierozzo di plastica color saliera di Cervia, mai riempito fino in fondo.

La macchinetta è uno specchio di quello che siamo, se proprio vogliamo fare i poetici – e non c’è niente di meno poetico del rumorino ingolfato e della polverina scura “vorrei essere caffè ma non posso”. Quando vi presentate davanti all’amica Buonristoro, Incontro, Abbraccio o Matrimonio Di Sapore (si accettano segnalazioni di altri nomi che sapete), inserite la solita pecunia e scegliete la benedizione quotidiana, pensateci: anche la macchinetta ci guarda severamente, ha quell’atteggiamento un po’ da “cazzo vuoi?”, ci accontenta ma di malavoglia. E soprattutto, attenzione attenzione, riassume la nostra condizione.

Quante situazioni sono ben descritte dalla sensazione che si prova davanti al resto che non esce? Sì, perché se vi esce il resto siete dei fottuti privilegiati. Se non lo fa, ci si sente abbastanza stupidi, e ancora più stupidi dopo aver letto – troppo tardi – la famigerata targhetta a caratteri cubitali “NON DÀ RESTO”. Ammettetelo, fa più paura della porta infernale nella Divina Commedia.

Ci sono anche quegli altri, con l’aria da San Pietro, che sventolano la chiavettina ricaricabile e aprono davanti agli altri le porte del Paradiso al cioccolato e latte. Loro possono permettersi di ubriacarsi coi cappuccini senza nemmeno avere il contante in tasca – non so voi, ma questo sì che io lo chiamo privilegio, la Porsche e la casa in Sardegna gli fanno un baffo.Come nell’esistenza umana ci sono periodi sopportabili e altri che difficilmente si distinguono dagli escrementi, così ci sono caffè usciti un po’ al gusto Sindona, un po’ all’arsenico che Gauguin vomitò invece di avvelenarsi (pari pari si potrebbe fare con tali caffè dell’amica Abbraccio Di Cacao).

Un capitolo a parte meritano le macchinette a scuola, includendo anche le dispensatrici di cibarie e non solo bevande. Loro sono più bastarde: tu metti i soldi, quella inizia a tremare come i pelouches tremolini, l’anellina di metallo si apre…  e i tuoi biscotti rimangono lì. Penzolano, ballano, scricchiolano, ma non scendono. “Prelevare il prodotto”, dice crudelmente l’amica. Una delle più grandi trollate nella quotidianità. Ed è lì che tutto il senso di limitazione umana ti si palesa davanti agli occhi: l’oggetto del desiderio non esce. La struggente storia d’amore fra te e le patatine, ostacolata dalla macchinetta simbolica: tu come Giulietta, il cibo è il tuo Romeo, in più ci rimetti dei soldi.

Allora, un altro fenomeno notevole avviene. Se dite che la cavalleria è morta, non ci sono più galantuomini eccetera, non avete mai visto una ragazza a scuola, con la merenda rapita a tradimento dalla tecnologia moderna. La damsel in distress attira orde di vendicatori pronti, a turno, a tirare calci, pugni, fiancate con rincorsa inclusa ai vetri. E alla fine, chi riuscirà nell’impresa sarà acclamato nuovo eroe, cavaliere dell’Ordine dell’Amica Chips, il tempo di un intervallo.