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O Mistress mine, where are you roaming? 
O, stay and hear; your true love’s coming
That can sing both high and low
Trip no further, pretty sweeting
Journeys end in lovers meeting
Every wise man’s son doth know.What is love? ‘Tis not hereafter
Present mirth hath present laughter
What’s to come is still unsure
In delay there lies not plenty
Then, come kiss me, sweet and twenty
Youth’s a stuff will not endure
(W. Shakespeare, Twelfth Night)
In onore del mio nuovo header (e partiamo già da una premessa piuttosto sbruffoncella), voglio presentarvi questa donna che mi ha sempre affascinata, e mi stupisce non abbiano ancora tratto un film o qualcosa del genere dalla sua vita (ormai lo fanno su qualsiasi cosa, perché non su lei allora?). Cari registi che leggete il mio blog, non nascondetevi, so che siete un fottìo, quindi accogliete i suggerimenti.
Lizzie arrivò a fare un mestiere meraviglioso, che veramente pochi possono permettersi: la musa ispiratrice. Chissà cosa spinge un artista a scegliere una persona piuttosto che un altra; probabilmente lo stesso criterio che spinge noi a innamorarci di qualcuno e non di un altro. Ecco perché, molto spesso, la figura della musa e quella dell’amata coincidono (vale anche al maschile, ovviamente). Fu la stessa cosa che successe al pittore Dante Gabriel Rossetti: prima ritrasse Miss Siddal, poi se ne innamorò. Anche se la sequenzialità delle due azioni è tuttora, e sarà sempre, impossibile da stabilire con certezza.
Era una storia già problematica sul nascere. Lei aveva qualche avvisaglia di depressione, ma soprattutto era di origini umilissime, e ciò scoraggiava Rossetti a chiederla in sposa. Sarà stato l’animo un po’ svasato da artista, o le circostanze, comunque una volta ottenuto il consenso di Lizzie lui continuava a fissare date sempre più lontane per la cerimonia, e a posticipare in continuazione, facendo impazzire la modella inglese.
Ad aggravare la situazione, c’erano quelle stronzette delle sorelle di Rossetti che l’avevano già etichettata come una specie di popolana/sgualdrina, inoltre la Siddal cominciò ben presto a sospettare che il marito (perché i due si sposarono nel 1860, quando lei aveva 31 anni) non avesse solo lei ad ispirarlo. Non si sa con certezza quando, per curarsi dalla depressione, dovette iniziare ad usare il laudano, fatto sta che le dosi raccomandate tendevano un po’ troppo spesso all’arrotondamento per eccesso… Un modo semplice per avere l’illusione di star meglio, quando in realtà la salute peggiorava.
Ci si mise anche la polmonite. Il modo in cui la contrasse, però, è curioso. In quel periodo Elizabeth faceva la modella per Millais, impersonando Ophelia di Shakespeare nel meraviglioso omonimo quadro. Dovette rimanere per lunghissimo tempo a mollo in vasca, ma non si lamentò mai. Poi qualche lampadina che riscaldava l’acqua si ruppe, ma lei, anche se mezza congelata, resistette nella stessa posizione. Quando uscì dall’acqua era più malata, più intirizzita, aveva scatenato una battaglia legale fra suo padre e il pittore Millais, ma aveva contribuito a regalare al mondo un quadro che ritengo fra i più belli esistenti.
Quello fu solo un esempio fra i tanti della sua cocciutaggine e del suo carattere impetuoso – una delle cose che mi ha più colpita, infatti, è il fortissimo contrasto fra la Elizabeth dei Preraffaeliti e la vera Elizabeth. Anche lei, avendo un’anima inquieta, come tutte le persone tormentate si doveva esprimere con l’arte (poesia, pittura), ma guardate che differenza:

Lizzie vista dal marito

Lizzie vista da se stessa

Potete notare anche voi che i due punti di vista sono estremamente diversi. La prima è una donna idealizzata, eterea, dai lineamenti dolcissimi, la stupenda e voluttuosa chioma rossa (fra l’altro molto rara) lasciata sciolta, che tanto doveva colpire sia le donne sia gli uomini che la guardavano, i grandi occhioni verdi… non è la reale Elizabeth, ma la sua trasfigurazione in Venere, nella bellezza eterna.

La seconda è una donna assai più realistica, un autoritratto di come doveva presentarsi nella vita di tutti i giorni, che io però non considero vero, ma verosimile. Si sa che in realtà questa persona non era né eterea come la dipingevano, né severa stile “signorina Rottenmeier” come si dipingeva lei (forse per dare di sé l’immagine che la società voleva vedere, dato che le modelle non erano considerate sante e pure): gli occhi più scuri e severi, che qui lasciano intravedere tutti i problemi e le inquietudini; i capelli stavolta raccolti come ogni altra donna vittoriana, il vestito castigato e nero da direttrice di un riformatorio, il viso spigoloso.

Sono convinta che in realtà ci fossero entrambe queste anime nella figura della Siddal, sia la parte forte, poetica e quasi anticonformista, sia la parte delicata, fragile e desiderosa di non essere considerata “diversa” dalle coetanee. Il colpo di grazia a culmine di tutte le sue fragilità fu la nascita del figlio, che venne alla luce già morto. Prese una culla vuota, e distrutta dalla disperazione la pose vicino al focolare – diceva a tutti gli ospiti di fare piano, ché il figlio morto stava dormendo. Poi, una fiala di laudano in più, che i dottori bollarono come “morte accidentale”, le tolse la vita. Suicidio, in realtà. Il marito lo capì. Prima di rovinarsi definitivamente l’esistenza nel ricordo della moglie e nell’ossessione di trovare i soldi per pubblicarne postume le poesie, Rossetti dipinse il suo capolavoro in onore della moglie defunta.

Beata Beatrix, 1872