Take This Job And Shove It!

Vi avverto, non leggerete niente di squisitamente polemico o divertente in questo mini-post (quindi, e già vi vedo seguire il mio consiglio, se volete potete pure cliccare sulla salvifica X rossa in alto a destra). Però, d’altro canto, non leggerete neppure commenti, osservazioni, poesie e robe varie su Sanremo + Belèn, Cagnalis e Nonno Gianni.

Niente, solo per dirvi che il mio blog, per circa una settimana, sarà assai meno popolato. Da me, intendo… da voi esigo totale fedeltà e visita quotidiana per tutta la durata dell’assenza! Tanto se mancate me ne accorgo…
Il fatto è che sarò impegnatissima, soprattutto con uno “stanchi-ma-felici” scambio cul-turale, dato che in un momento di masochistica follia ho deciso di studiare il tedesco, e in un altro attimo altrettanto  incosciente mi sono buttata peggio di Fosbury in questa cosa qui. Tirando le somme, sono incasinata fino al collo con una Mädchen che fra poco piomberà a casa mia per immergersi nella straordinaria cul-tura italiana, e io poi dovrò fare altrettanto in Deutschland, in seguito darò sfoggio delle mie teutoniche abilità nella lingua al Goethe Institut (studio studio studierrimo!).

Vi prego di notare che io avrei anche un corso di danza da seguire, con annessi e connessi tipo trasferte e spettacoli, e magari una vita fuori dalle mura di casa.

Ma questo è ormai secondario.

Amici, lettori, fan sfegatati… pregate per me, qualsiasi divinità onoriate… e auf wiedersehen.

This thing called love, I just can’t handle it.

Οἱ μὲν ἰππήων στρότον οἰ δὲ πέσδων
οἰ δὲ νάων φαῖσ’ ἐπ[ὶ] γᾶν μέλαι[ν]αν
ἔ]μμεναι κάλλιστον, ἔγω δὲ κῆν’ ὄτ-
τω τις ἔραται.

(Saffo, frammento 16)

 

Como pode ser gostar de alguém
E esse tal alguém não ser seu
Fico desejando nós gastando o mar
Pôr do Sol, postal, mais ninguém

(Vanessa Da Mata, Amado)

Eros, come tagliatore d’alberi
mi colpì con una grande scure,
e mi riversò alla deriva
d’un torrente invernale.

(Anacreonte)

 

Bè, in questo clima fra San Valentino e San Faustino, arriva (e prima o poi sarebbe dovuto succedere) il post melenso, sdolcinato, picci picci amore amore, sulla situazione sentimentale. La mia, più precisamente. Insomma, dopo questa valanga di citazioni, io ancora mi ci devo raccapezzare. Il tema dell’Amore è uno di quegli argomenti che proprio non si riesce, tutti i filosofi ci hanno sprecato almeno un anno di vita, per non parlare di poeti, cantanti, scrittori e compagnia bella. Se perfino Dante aveva difficoltà a definire ‘sto coso strano, e non parliamo di mio cugggino, cosa mai potrei dire io? Manco un balbettio monosillabico. Fatto sta che non ci capisco più niente. Cioè, come capisci che piaci ad un ragazzo? Come capisci che un ragazzo ti piace? Io ‘ste cose le vivo tutti i giorni. E vi prego, niente consigli da La posta del cuore di Zia Adelfa o da Chiedi a Cioè. E’ che a volte mi sembra tutto troppo grande. E, se magari in certe circostanze posso ritenermi anche abbastanza matura, quando si parla di sentimenti amorosi et similia cambio sempre discorso. Forse perché credo che non esistano parole umane per definire/descrivere/spiegare/raccontare certi sconvolgimenti, nemmeno i versi dei poeti più bravi dell’Universo. Magari i migliori ci si avvicinano, tipo Battiato (“Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine”). Ma mi sembra di avventurarmi nell’ignoto, e l’ignoto mi spaventa. Riuscirò mai a liberarmi?

P.S. Sto seguendo, fra le tag, il consiglio strategico della Ragazza con la Valigia. Capirete…

 

 

  


L’Italia è un Paese per donne?

 

Le Giovani non più disposte a tutto saranno in piazza per dire non più disposte a farci consumare. Non ci appartiene una visione moralistica, nè ci interessa giudicare la vita degli altri, vogliamo semplicemente scegliere in autonomia la nostra vita, cosa essere e cosa diventare. Vogliamo che anni di impegno, di studio, di lavoro siano il passaporto per il nostro futuro.

Francesca Comencini, regista

Your Sugar Sits Untouched

Out flew the web and floated wide

The mirror crack’d from side to side;
“The curse is come upon me”, cried

The Lady of Shalott

(A. Tennyson)

Prima o poi dovevo parlarvene. Guardate, l’ispirazione mi è venuta proprio stamattina, mentre guardavo fuori dal finestrino. C’era una strana nebbiolina tipica delle mie zone, un albero solitario con un aspetto un po ‘malinconico, una noia mista a sonno della prima mattina. Ecco, vi parlerò brevemente di quella barchetta che, come se fossi la dama di Shalott, mi trascina lungo la corrente del fiume in uno stato pericolosamente vicino alla morte.

Sì, il pullman. Il soi-disant mezzo di trasporto all’avanguardia, che mi costa un paio di occhi della testa ogni settembre, ed ogni settembre cambia azienda. A parte il trauma della foto da mettere nell’abbonamento (sapete tutto del mio rapporto con il famigerato obbiettivo, no? Leggete qui), a parte le lunghe code in stazione… ma vogliamo soffermarci su quello che comporta prendere il bus ogni stramaledetto giorno? Bene.

Prima cosa: state attenti ad appoggiare le mani troppo forte sui sedili, o si potrebbe provocare un fungo atomico di acari. Seconda: inutile guardare dai finestrini. Dentro il pullman è perennemente notte, capirete che il sole splende solo in caso di incidenti (quindi meglio di no). In poche parole, i vetri sono puliti come il sedere di un troll cavernoso. Terza: il 90% degli autisti non sa guidare o non vi sa indicare il tragitto del mezzo che dovrebbe condurre. Qualcuno parla al cellulare, mette gli occhiali da sole anche alle cinque del mattino in inverno, urla di avere un brutto calo di zuccheri. Mi spiego: le tre azioni precedentemente elencate vengono svolte contemporaneamente.

Passiamo alla fauna pullmanesca. Io avrò pure l’occhio critico e troppa vis polemica, sarò pure una che non si accontenta mai, sarò pure antipatica stronza cattiva, ma lasciatemelo dire: la stupidità impera. La bimbominkiaggine regna sovrana. La maleducazione dilaga. Un giorno passi. Due resisiti. Tre ti cominci a rompere. Dopo tre anni hai gli zebedei che frullano in autonomia, e se come me sei femmina e non li hai, ti crescono solo per poter frullare.

Ditemi voi se dopo sei ore di scuola, con la bava alla bocca, lo stomaco gorgogliante e il cervello pieno di insulti ad alcuni che dovrebbero formare nuove generazioni e invece pensano solo a stipendio e pensione, ditemi voi, dicevo, se devo trovarmi il doppione traboccante di microcefali che spargono le loro emanazioni (zaini, borse, sciarpe, giacche, cd di Justin Bieberon) tutto attorno all’universo cosmico, occupando lo stesso numero di sedili che occuperebbe l’Esercito Popolare di Liberazione. Posti tenuti per gli amici, per i cugini, per quello/a a cui si fa il filo, per i piedi, per l’amichetto immaginario. E inevitabilmente si finisce per restare in piedi, a sentire frasi come “figo, ho sboccato quattro volte ierilaltro al locale” o “hai visto che Anbeta ha sbagliato coreografia ieri sera?”, guardando fuori dall’unico finestrino un po’ decente, a pensare agli alberi malinconici. E poi nascono post come questi.

P.S. Vi state chiedendo cosa c’entri il titolo? Non lo so manco io.

P.P.S. Sto facendo un esperimento, controllate bene fra le tags e capirete.

Semel in anno licet insanire

Nel Medioevo, dalle mie parti, si festeggiava il Carnevale in un modo tutto particolare. Ovviamente, come nel resto del mondo conosciuto, si usava invertire i ruoli ricco-povero, padrone-servo eccetera. Però qui succedeva anche qualcos’altro: dal balcone del palazzo del governatore si gettavano prelibatezze che il popolo non osava manco sognare.

Salame, costolette, polli, pernici, ogni ben di Dio, roba che la folla aveva molto più di bestiale che di umano: la carne non la si vedeva mai sulla tavola, e la gente si ammazzava pur di dare un morsetto una volta all’anno.  Pensate che nel gran finale veniva lanciata al popolo anche una meravigliosa porchetta, tutta intera dico, un maialone grasso e squisito con ancora la mela in bocca.

Peccato che subito dopo tiravano anche l’olio bollente con cui era stato cotto.

Adesso, invece, siamo molto più evoluti.