I love you, Iceland

Questo blog cambia ufficialmente nazionalità… e ora si batte bandiera islandese. Viva l’ Islanda!

L’Italia non è un paese per bloggers. Ormai è dimostrato. Tutto questo voler rendere Internet una seconda televisione, più gestibile e più “cagnolina da salotto” del potere, significa solo due cose: primo, chi legifera in materia di Web non ne capisce una benemerita cippa di rete & co. Secondo, Internet fa paura. I blogger, i social network, i siti di scambio informazioni vengono continuamente demonizzati: perché qui non esiste la censura, e se uno spara sciocchezze viene immediatamente sbugiardato da altri milioni di persone, creando la “selezione naturale” del Web (che fa emergere infatti solo i più bravi ed informati). Internet è il mondo più democratico che esista: tutti, dal bambino al nonno, possono prendere un computer o utilizzarlo da un servizio pubblico e aprire un blog gratuitamente. Senza Internet, i seimila e passa lettori (nel momento in cui scrivo) di questo spazio virtuale non sarebbero mai venuti a conoscenza delle mie idee, né io delle loro, e non ci saremmo mai potuti confrontare civilmente aprendo rispettivamente i nostri orizzonti. Qui le informazioni circolano, la gente discute come si faceva un tempo nei fori e nelle pubbliche piazze. Ognuno può farsi una opinione personale e condividerla. Tutta democrazia, bellezza. Ma la democrazia sta sulle balle a chi vorrebbe il potere tutto nelle proprie mani. Ecco perché Internet è una spina nel fianco che punge sempre più, e si cerca di toglierla con decretini e cavilli ammazza-blog… voglio ricordare a chi di dovere che togliere una spina ben conficcata nella carne non è mai indolore. Magari ci si può anche riuscire, ma poi si vedono le stelle. Ecco perché molti, invece di strepitare, si stanno ingegnando a procurarsi providers esteri in modo da non venire oscurati dal regime contemporaneo.

Se l’Italia non è un paese per bloggers, in Islanda le cose vanno meglio. Da oggi, il Parlamento islandese ha costituito il diritto di bloggare, ovvero: non si può perseguire i bloggers per le cose che scrivono, e se qualcuno prova a querelarli gli internauti possono denunciare per tentativo di imbavagliare l’informazione libera. Questo concetto rivoluzionario si chiama IMMI – Icelandic Modern Media Initiative.

Chissà se l’Italia ci arriverà mai. Nel frattempo, dato che in Islanda i diritti umani sono più riconosciuti, questo blog è islandese. Kveðjur.

Per Minzolini niente fiori. Solo opere di bene.

Intanto l’Augusto direttore del Cinegiornale Eiar 1 si concede una festa stile Hippie, con compagnia varia (dalla De Grenet a Cicciolina) e ricca di fiori alla “peace & love”. Difficile sapere cosa fare dopo aver passato mezz’ora a parlare di meduse quadrate in tv.

Ma non è questo il punto: dal sito del Tempo.it che aveva pubblicato l’articolo della Sassone tratto da Cafonal, rubrica di Dagospia, è sparito tutto: non c’è più traccia di Mastro Minzo. Bisogna dire che Minzo si porta proprio la censura ovunque vada.

Le foto dell’allegra (e grottesca) serata QUI.