La donna che imparò a volare, Amelia Earhart

“Il coraggio è il prezzo che la vita chiede per concedere la pace.”

(Amelia Earhart)

Dieci minuti.

Tanti sono bastati alla signorina Amelia Mary Earhart per capire cosa avrebbe voluto fare del suo futuro – magari fossi decisa e intraprendente come lei. Accadde quando aveva appena 23 anni, nel 1923, e al prezzo di un dollaro salì per la prima volta su un biplano per un giretto turistico che durò appunto dieci minuti. Il suo cuore non scese più da quel biplano.

Da quel giorno la sua vita fu un continuo sfidare le leggi della gravità e della società americana dell’epoca. Una donna di una modesta famiglia del Kansas che stabilì record su record per il volo.

La prima donna ad attraversare l’Atlantico; la prima donna a volare sugli Stati Uniti senza scali; la prima donna che viaggia su tutto il Pacifico da Oakland ad Honolulu. Amelia diventò una sorta di eroina e riportò a galla speranze di parità sepolte da molto tempo negli animi delle donne, che si risvegliavano giusto in quegli anni. Anche gli uomini la ammiravano per il suo coraggio, e fra loro spiccavano i presidenti Coolidge e Roosvelt. 

Il suo soprannome è anche quello che, guarda caso, ha ispirato il mio nickname: Lady Lindy.

Fu a 40 anni che l’eccessivo entusiasmo, o forse un’ipotesi di spionaggio o una prigionia da parte dei Giapponesi, la fregò. La sua più grande ambizione, l’unico traguardo che le mancava, era il giro attorno al mondo. Putroppo scomparve il 2 Luglio 1937, quando le mancava pochissimo per completare il suo viaggio.

Il caso è ancora aperto, ipotesi e dietrologie comprese.

Ma oggi non posso fare a meno di considerarla un idolo.

Quando i Mondiali non sono sport, ma politica

Premettiamo che odio il calcio. Qui da noi è quasi una religione, ma fosse per me le partite si vedrebbero al massimo in tv (dato che gli itagliani – scritto così apposta – non sanno più fare a meno del piccolo schermo), e addio agli stadi. Inoltre non capisco perché dietro a quegli undici ometti che “corrono” dietro un pallone debbano girare fiumi di soldi che nemmeno al Deposito di Zio Paperone. E non venitemi a dire che i calciatori non sono troppo pagati (è assai comico il vedere gente che si indigna per quegli stipendi da Champagne e ostriche, poi in camera sua costruisce il santuario dedicato al bomber del giorno).  

I Mondiali mi piacerebbero anche, in teoria, se solo in Italia non servissero anche per ipnotizzare il popolo e nel frattempo approvare qualche disegnino di legge.

Pensate che anche mister Legge Porcellum, ovvero Calderoli, si è preoccupato dei Mondiali a ritmo di waka waka, e infatti ha  chiesto sacrifici anche dal mondo calcistico dato il periodo di crisi. Detto da un italiano (anzi, scusate, da un padano) a degli italiani è un po’ come chiedere ad un cane maschio di non alzare la zampa quando fa pipì.

La proposta, in fondo in fondo, poteva sembrare decente… tenendo conto che al Governo possono agire su una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi, stabilente gli incentivi per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate, e che fra gli impianti che prendono gli incentivi ci sono molte raffinerie di proprietà di petrolieri che possiedono anche società calcistiche.

Ma in tutto questo ambaradan di dichiarazioni, sparate, uscite o come volete chiamarle, fra le varie frasi di Kalderol è rimasta impressa solo la sua frecciata all’Inter, che da lui è infatti stata definita “una società che vince il titolo senza italiani“, “Non è italiano neppure l’allenatore. Come possiamo considerarla una società italiana?“.

E a questo punto, come avrete già immaginato, via alle polemiche. Perché se parli di legge bavaglio, censura, casta, processi, etc. ti ascoltano in pochi, ma quando tocchi il calcio ad un italiano, che faccia il pizzaiolo, il professore o il ministro della Difesa è sempre uguale – un casotto.

Fra l’altro La Russa è interista. 

E io in tutto questo parapiglia non ho ancora capito chi si abbassa lo stipendio.