
Non potrò aggiornare per un po’. Chissà come la prenderete. La pazienza è la virtù dei forti, ricordate.

Non potrò aggiornare per un po’. Chissà come la prenderete. La pazienza è la virtù dei forti, ricordate.

Post di aggiornamento (e ridaje!) perché non ce la posso fare
Carissimi,
è la vostra Daria Morgendorffer degli anni ’10 che vi parla. (Ma quanto fa strano poter dire che siamo negli anni ’10, eh?)
Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E quindi, riparandomi con un impermeabile giallo canarino – la faccia di Enzocarla a tale orrore – dai temporali delle cime tempestosissime dove vivo, cerco di tirare un po’ il fiato.
C’è sempre nebbia ultimamente. I vetri appannati suggeriscono che la mia casa e la mia esistenza siano immerse nel fumo. Noi della zona ci siamo abituati. Abbiamo il carattere forgiato dalla nebbia, e io in particolare perdo tutta la voglia di uscire, o di vivere, che alla mia età sono un po’ la stessa cosa. Dicono che si possa fare sport anche al chiuso, se proprio c’è freddo freddo: prot. Non se ne parla. Ho già dovuto saltare la lezione di pilates (una cosa fighissima, peraltro, sento la schiena liberarsi come se fossi fatta di puro spirito), e ora ho raggiunto lo stato di pigrizia e immobilità tipico del letargo. Quelli in letargo sono come i sonnambuli, non vanno mai svegliati.
Avete presente la voglia di non fare niente niente niente niente? Quella che poi porta al rimorso per non aver effettivamente fatto niente niente niente niente?
Ecco.
Quella.
E adesso la smetto di scimmiottare malamente Virginia Woolf, lasciandovi con una chicca meravigliosa.

Intanto vi linko il mio ultimo articolo su Clammmag, che parlerà di cinema e danza fusi assieme… sappiate che non leggere gli articoli di Clammmag equivale a peccato mortale per qualsiasi religione, ateismo compreso, quindi c’è il rischio di finire all’inferno per l’eternità.
E poi buon anno, ché questo è il primo post del 2012 e mi ero già scordata.
Questo bisogno di cui parlo nel titolo sembra aver preso molto piede ultimamente, anzi, in realtà è già da tempo lo sport nazionale per eccellenza. Ma l’evasione di cui parlo io non c’entra un pheeco con quella dei famosi perla pirla delle Dolomiti, si tratta piuttosto della voglia di lasciar perdere tutto. E smettere di programmare, di avere sempre date e cose e fatti e persone e numeri. Vorrei fare una bella piazza pulita e tenere solo quello che merita davvero… chissà, magari riuscirò veramente a mettermi il cuore in pace. Ooh baby, don’t say no, say maybe.
Mi rendo conto che questo post è iniziato male, sarà la poca ispirazione, sarà che sta ormai prendendo la forma di “diario paranoico da adolescente” che cercavo disperatamente di evitare. Ma ormai ci siamo, e non potevo mica lasciarvi qui senza scrivere per così tanto tempo, chissenefrega se sono un mal di testa con me attorno. Avrete capito che sono in uno di quei momenti “misantropia portami via” e odio tutti e tutto. Una delle cose che ultimamente mi dà più da pensare è la tremenda mania dei miei coetanei, parola che ormai ho già reso sinonimo di coglioni al 90%, di bere come automobili senza benzina.
Una volta avevo già parlato del fumo, e quindi continuo (ma sarò breve perché il letto mi reclama, non faccio in tempo ad uscire da scuola che il sole tramonta deprimendomi) sull’ala bacchettona-vittoriana: trovo che l’alcool fra i giovanissimi sia ancora più sottovalutato del fumo. In quella che è ormai una cloaca, chiamata Facebook, non è raro trovare ragazzine vantarsi di quanto è figo ubriacarsi e sboccare ogni cavolo di sera, sennò che vita è, sennò che divertimento potrà mai esserci, sennò che palle.
A loro e a quelli/e che invece “reggono meglio”, che fanno finta di indignarsi per l’alcolismo poi sono pure peggio, che si sentono grandi bravi belli furbi, che parlano male dei 12enni in discoteca poi dimostrano la maturità di uno scopettone Swiffer, auguro di andare a cagare in un campo di ortiche mentre le pulci divorano ciò che resta del loro piccolo cervello. Avranno ben misero pasto.
Dato che ho la profonda convinzione, riguardo al Natale, di dover dare sempre la massima importanza all’aspetto spirituale, di non abbandonarmi a triviali istinti consumistici e soprattutto di non far prevalere la parte orrendamente materiale di me… e aggiungendo anche che da un po’ di tempo sono sprofondata nella più nera pigrizia, complici le vacanze, quindi non ho una mezza voglia di scrivere che sia mezza… ho combinato le due cose per deliziarvi con un secondo post di brutte foto scattate da me (il primo era quello parigino), ma non fateci l’abitudine perché quando faccio foto mi sento stupida, mi agito, mi tremano le mani e combino casini. Non vorrete essere responsabili del mio internamento in qualche sanatorio amorevole per pazzi.
E questo era il piccolo preambolo, che di solito nel mio blog è sempre stato un trafiletto cortissimo in corsivo e allineato a destra, ma stavolta siamo state più prolisse e quindi abbiamo ingannato tutti i lettori facendo loro credere che fosse un normalissimo inizio di post. Ci eravate cascati, eh ammettetelo. HAHAHA. Mi diverto con poco.
Ma passiamo alle tanto attese stupidaggini foto, che vi mostreranno come rendermi felice per il Natale e per iniziare bene l’anno. In pratica, è un riassunto per immagini delle mie vacanze finora trascorse, e il motivo per cui quando dovrò tornare a sc… a scuo… a… non riesco a dirlo, tirerò varie craniate al muro. Vi impongo ed ordino, grazie all’autorità di cui sono investita in qualità di padrona del blog, di passare il mouse su ogni obbrobrio foto.
Fase 1 – La goduria nostalgica
Fase 2 – Il desiderio libresco esaudito, ovvero: letture impegnate sotto l’albero.
Fase 3 – Spianata la strada per il nerdismo storico, ovvero: la mia Toinette mi appare più vicina
E mò basta sennò mi vergogno. Comunque avete visto??? Avete pianto anche voi di gioia dopo aver ammirato finalmente la mia meravigliosa biografia di Marie Antoinette con i meravigliosi cioccolatini e i miei meravigliosi libri nuovi fatti di carta meravigliosa con un meraviglioso braccialetto e un sacco di altri meravigliosi regali che non ho fotografato perché non mi tirava?
Ah, che meraviglia. E vedete di non rompere con le storie dei Maya, ho bisogno di tempo per godermi il tutto.

Io ci sto provando a forza di post, ma la scomunica non si decide ad arrivare. Forse questa è la volta buona.
Grazie a qualche mazzetta e a un paio di concorsi truccati, sono riuscita anche io ad ottenere il mio splendido appalto (che ce dobbiamo avè un solo Bertolaso qui?) . L’oggetto in questione riguarda la costruzione del presepe, un’ impresa non da poco considerando l’alto valore simbolico, morale, religioso e blablabla. Ho ricoperto contemporaneamente il ruolo di ingegnere, architetto, manovalanza, fornitore eccetera, roba che nemmeno Brunelleschi era così presente sul campo.
Ma forse voi vi siete persi le precedenti puntate dell’avvincente saga “Io e la religione“. In tal caso, correte! Ve le linko da brava bimba qui e qui. Se non intendete avere il minimo rispetto per lo sbattimento dei link (disapprovo), o avete già letto tutto perché mi seguite da prima che aprissi il blog (approvo), allora vi riassumo semplicemente le premesse: sono arrivata ad un punto tale che chiedere a me di fare un presepe è come chiedere a Berlusconi Satana di costruire un convento di Orsoline.
Bisogna tuttavia essere professionali. Le convinzioni personali non devono interferire col proprio lavoro (a meno che non si faccia il critico di professione), giusto? Quindi ho accettato la sfida, partendo con una serie di idee innovative tipo la Natività Tim Burton – non dovrò spiegarvela, spero – o una bellissima Natività Settecento (tutti i protagonisti in crinoline, cipria e nei finti). Bocciate. Lo dicevo io, che nascere creativi in certi posti è peccato.
Optando per la più tradizionale mangiatoia, ho ricreato un ambiente assolutamente credibile, in cui ogni singola creatura vivente nel raggio di mille milioni di km si sveglia a mezzanotte, perché da qualche parte in una capanna è nato un bimbo sconosciuto. Anche le caprette fanno la loro porca figura (hahaha, rido da sola al mio gioco di parole, caprette-porca, hahaha, perché non ridete?). Ci ho fatto un lago con relativo fiume deviato- prendi appunti, Leonardo da Vinci, poi t’interrogo. La mia sconfinata cognizione prospettica mi ha addirittura suggerito di mettere le statuette più piccole sullo sfondo, e quelle grandi in primo piano. Ha! Dilettanti! Voi non ci avreste mai pensato.
Menzione speciale per l’Oscar come migliore attrice non protagonista, o protagonista, a seconda di come vogliate rigirare le Sacre Scritture, va alla statuetta di Maria. Mi dispiace, ma la sua faccina carinissima con lo sguardo dolce e un poco assente di chi ti capisce e non può farci niente (cit. Capossela) è bilanciata dall’orrendo gusto per i vestiti: va bene che sei quella Senza Peccato, però alla tunicona rosa salmone è meglio non abbinare il velo azzurro Polinesia e il mantello kitsch. In compenso, Gesù ha unicamente un fazzolettino delicato sulle pudenda perché è già riscaldato dal bue-termosifone; sta benedicendo tutti quelli che vede e ha l’aria di uno che ha già sofferto una vita intera nonostante sia nato da due minuti. Se questo effetto sia voluto o meno, non so dire.
E questo è il mio presepe. A cui le lucine danno un effetto molto romantico, sapete. Perché a Natale siamo tutti un po’ propensi a mettere a riposo il cervello e usare di più il cuore. Altrimenti io mica riuscivo a farlo, un presepe.
Auguri.
Caro popolo di impillolati, lo so che avrei dovuto postarvi qualcosa di deliziosamente storico oggi. Ma vogliate perdonarmi, ho sentito l’impulso di buttar fuori quello che penso in un post che non c’entra proprio una beata fava.
Per farmi perdonare, se non l’avete già letto, ecco qui il mio articolo su Constanze Weber per Clammmag (prima parte della mia personalissima trilogia, ché a me Agota Kristof fa un baffo, ché alla fine son troppo buona io, e ve li farò tutti e tre i post, tesori cari, eravate troppo indecisi per votare).
E il primo avviso l’ho dato.
Passiamo al secondo: questo post sputerà veleno. Sarà cattivo. Polemico, tanto per cambiare. Perché io sono in un periodo di transizione-barra-cacca-eccetera, perché non capisco come cavolo sto impiegando le mie giornate, perché tutto mi sembra dannatamente inutile e vorrei soltanto starmene a letto piuttosto che vedere certi vermi purissimi, perché sono circondata da mediocrità (“Intercedo per tutti i mediocri del mondo. Io ne sono il campione, e anche il Santo Patrono. Mediocri, ovunque voi siate, io vi assolvo… io vi assolvo… tutti!” – cit.): quindi ho voglia di prendermela (costruttivamente, o forse no, decidete voi) proprio con alcune cosucce di questo mondo, che secondo me sarebbe meglio se nel suddetto mondo non ci fossero.
E se qualcuno si azzarda a blaterare le solite cose sul “fare di tutta l’erba un fascio”, faccio un fascio con lui e me lo fumo. Anche se odio il fumo. Ma tant’è. Ora inizio, lo giuro.
Ecco, sono profondamente convinta che l’Italia si trovi, in questo periodo, un po’ nella mia stessa situazione – vedi un po’ più su, quando parlavo di transizione-barra-cacca. E allora che fare? Do la stessa risposta che ho dato a me stessa: ci vuole un profondo rinnovamento, soprattutto nella popolazione stessa. Da dove iniziare? Dalla cultura. Piccola proposta mia: aboliamo la falsa cultura. Aboliamo il cibo per lobotomizzati, a cui piace solo quello che piace a tutti. Volete nomi e cognomi? Io abolisco dal mio mondo Dan Brown. Io abolisco i libri di Fabio Volo (state calmi, sostenitori del suddetto, non ho mica proposto una Bebelplatz 2.0, d’altronde Volo stesso non è mica Bertold Brecht), con le sue perle di saggezza tipo “Io ti sento. Ti sento sempre, anche quando non ci sei.” o “L’amore è come la morte: non sai mai quando ti colpirà“, che farebbero impallidire Mister Ovvio. Io abolisco Allevi, apologeta di se stesso auto-mitizzatosi, un uomo che si limita a suonare il pianoforte come lo sanno suonare migliaia di musicisti in qualsiasi conservatorio, ma osannato in qualità di supergenialissimo nuovo-Beethoven-nuovo-Wagner-nuovo-mianonna. Io abolisco, e qui farò svenire metà dei lettori per la collera, anche Jovanotti! Sissignori, pure lui, in quanto da postadolescente che scrive TATATV1MDB si è riciclato come nuovo oracolo new age per ventenni “in cerca di loro stessi”, improvvisamente diventato coltissimo, e le stelle e la notte e i desideri e guardate come sono pazzerello e la donna creatura perfetta, e bla bla bla.
Questi, siore e siori, possono piacere o non piacere, e io vi dico solo il mio parere (giacché siamo nel MIO blog e non vige alcuna regola democratica, ma tanto ci siamo già abituati nella vita reale, no?). Però io trovo solo una parola per riassumere quello che esprimono ai miei occhi: mediocrità. Uno che scrive e lo fa senza alcun talento. Uno che suona senza essere speciale in alcun modo, anzi, con un personaggino più falso delle monete da tre euro portato avanti a suon di marketing. L’altro, che per una canzone sopportabile ne sforna mille banali, raggiungendo il vertice massimo della sgradevolezza quando si atteggia a originalissimo fricchettone ggggiovane.
A tutti costoro, rispondo così: K419. Non sono impazzita. Traduco, e notate bene il titolo:
Un capitolo a parte merita un certo Alessandro D’Avenia.
Lui non è mediocre, lui va trattato con più attenzione perché non voglio essere ingiusta. E’ venuto a parlare anche nella mia scuola, e in quell’occasione mi è fondamentalmente piaciuto, soprattutto perché si è trovato a dover discutere di professori proprio davanti ai suoi colleghi (coraggioso a mille). Ha un bel modo di fare, e quell’aria da mezzo hipster stile Chris Martin che ultimamente fa molto presa fra noi gggggiovani. Se vi interessa, ha anche un blog che potreste leggere per farvi un’idea. Però, sfogliando i suoi libri (fra l’altro, scritti per un target del quale sono fiera e inorridita di far parte), sono giunta ad una conclusione: bellissima filosofia di vita, come ha detto qualcuno su anobii, immagini carine, pennellate di descrizioni che fanno presa sul martoriato pubblico di (e daje!) gggiovani, ma… ma… oltre questo? Perché infarcire un romanzo di concetti che ti incantano se sentiti in una conferenza, ma ti fanno cariare tutti i denti se scritti in un contesto diverso? E poi diciamolo, lui appare come il classico prof amicone che tutti vorrebbero avere. Caro D’Avenia, glielo dico in sincerità, io la stimo umanamente (a differenza dei soggetti citati sopra) e non credo che i suoi alunni sarebbero d’accordo con me, ma la mia critica è puramente “letteraria”, dal punto di vista di una lettrice: lo stereotipo del John Keating stile L’Attimo Fuggente è veramente abusato, la pretesa di essere poetici in ogni singola parola è pesante e anche un po’inappropriata, se posso permettermi, perché primo non siamo tutti Schiller, secondo non è che in una sporta fluttuante sul mare devo per forza vederci una profonda metafora dell’inquietudine della vita nella gioventù in questi barbari tempi d’individualismo e supercazzola infinita. A volte, una sporta sminchiata sul mare è una sporta sminchiata sul mare. I suoi libri sono senza trama, direi che si possono definire un puro esercizio di stile con contorno di idee rubacchiate qua e là (le protagoniste femminili del suo primo romanzo si chiamano Beatrice e Laura, oooh, ha fatto la citazione colta!), giusto per dire ad un adolescente quello che vuole sentirsi dire. E quindi, un bravissimo professore, un oratore esperto che ti sa prendere quando parla, ma uno scrittore buono per il traget fabiovolesco/jovanottesco di cui prima. Pace e amore. Quando ce vo’ ce vo’.

Allora: lo spread fra la mia voglia di fare e le cose che effettivamente devo fare sta raggiungendo livelli inimmaginabili. Ancora un po’, e altro che culone spaccaballe ad incalzarmi: verrò automaticamente declassata. Stress dovunque. Martern aller Arten mögen meiner warten. Non ho nemmeno il tempo di andare a vedere Midnight In Paris, e dopo questa mia rivelazione vi suggerisco un silenzioso contegno e solidarietà nei miei confronti. Ma ciance alla banda, passiamo a cose meno serie.
Ho deciso di dare il buon esempio al mondo. E signori, non è un progetto troppo ambizioso, bensì una precisa volontà di miglioramento. Riflettendo sulla democrazia e i suoi paradossi, e giungendo alla conclusione che non esiste e non esisterà mai, ho deciso di ergermi (con umiltà, s’intende) a cattedra di legalità e moralità. Come me nemmeno una quacchera. Quindi, darò a voi lettori un rarissimo esempio di lettorecrazia, una scintilla di potere sulle sorti di questo blogghetto. Tutto ciò si riassume in un sondaggino, in poche parole. Anzi due. Madamina, il catalogo è questo:
(CHIUSO!)E poi…
(CHIUSO!)Bè. Come potete vedere, le opzioni le ho scelte io, ma non potete mica pretendere di scegliere tutto alla prima imbeccata. Votantoniovotantonio. Cià cià.


Gente, sono ufficialmente entrata nel clima dicembrino dell’attesa. Attesa per non so bene cosa, a dire la verità, dato che non trovo più il lato religioso di niente. Io stessa non credo più nella religione. Ma voi che mi leggete da tanto tempo, ormai mi conoscete e ne avrete le banane piene delle mie sproloquianti dissertazioni teologiche. Sarà la crescita.
Ma un nuovo periodo di GROSSE GROSSE COLLABORAZZZIONI (cit.) si apre davanti a noi: le prime collaborazioni di cui posso darvi anticipazioni sono quelle coi libri scolastici (ayeah), ché qui ogni giorno siamo sotto test. Fra un Cartesio spalmato qui, una traiettoria infilata là, ormai nella mia testa c’è un intero album degli Avalanches che va a manetta. O se preferite, citando Il Barbiere di Siviglia, “Mi par esser con la testa in un’orrida fucina, dove cresce e mai non resta delle incudini sonore l’importuno strepitar/ Alternando questo e quello pesantissimo martello fa con barbara armonia muri e volte rimbombar/ E il cervello, poverello, già stordito, sbalordito, non ragiona, si confonde, si riduce ad impazzar“.
In compenso sento un terribile bisogno di rifarmi il guardaroba. Mi sembra di vivere nell’edizione autunno/inverno della terza media. Ma fra poco avrò la mia terribile vendetta del vascheggio! (Tale vendetta ha già avuto un glorioso inizio, quando con incedere cruento -cit.- mi sono sbizzarrita a comprare qualsiasi cosa mi capitasse sottomano nel magico mondo dell’Erbolario. E ho scoperto che probabilmente finirò con lo sposare una loro linea di cosmetici, forse proprio fra quelli che fanno uscire ogni anno a Natale).
Già, il Natale. Ovviamente anche quest’anno sarò un’orrenda consumista (e già vi ho introdotto l’argomento), rinforzata dalle mie recenti convinzioni agnostico-eretico-blasfemo-miscredenti (e già vi ho introdotto l’argomento). Regali, a me! Compratemi LIBRI! Tanti, tantissimi libri! Voglio che le pagine mi sommergano e mi escano dalle narici! Voglio dormire su un letto di tomi! Voglio un marito che, come unico requisito, sia capace di montare le mensole per i miei LIBRI! Non chiedo poi tanto.
Se poi abbiate anche voglia di aggiungerci un viaggetto (sì, ancora, non bastano mai), qualche soldino, un intero guardaroba nuovo… sarebbe maleducato rifiutare. Ah, e un’altra cosa. Smanio per ricevere una bella lettera scritta a mano. Con la carta da lettere colorata a tinte pastello, un fiorellino secco, qualche goccia di profumo… e una calligrafia svolazzante alla Jane Austen. Possibilmente di molte pagine. Que saudade.
P.S. Ho pure voglia di neve. Quindi non ho tardato a metterla sul blog. Enjoy!