Si alza il vento. Bisogna tentare di vivere.

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Dopo un lungo iato e un minipost vacanziero (a breve le soluzioni) torno a scribacchiare qualcosa, e non credo ci sia argomento migliore di questo.  Come vedete, ho seguito il consiglio di qualche amica lettrice e sto lavorando sulle modifiche alla grafica: non è ancora finita, eh! 

Avete presente quei silenziosi momenti in cui si trattiene il respiro per una frazione di secondo? Quando si spengono improvvisamente le luci in sala perché sta per iniziare il film, o l’attimo in cui si richiude la porta dietro all’ultimo dei numerosi ospiti che gironzolavano per casa? Quando il caos è come risucchiato dalla mano del direttore d’orchestra mentre la chiude a pugno, e cala un silenzio innaturale?

Ecco, scusate tutto questo incipit sbrodolato, ma io ho trattenuto il fiato perché ngli ultimi tempi era circolata ovunque la notizia che lo Studio Ghibli avrebbe chiuso definitivamente. Considerato il fatto che il fondatore Miyazaki aveva già annunciato qualche mese fa il suo ritiro dal mondo dell’animazione, che Isao Takahata ci mette anni per finire un film e non rispetta più alcuna scadenza ( anche lui aveva fatto capire di averne abbastanza), che il produttore Suzuki vuole dedicarsi ad altro, e soprattutto considerate le condizioni economiche in cui versa la Ghibli – a quanto pare, poche vendite del merchandise e l’ultima uscita che ha fatturato poco (ma in realtà quest’ultimo è un dato opinabile perché anche i maggiori successi sono partiti in sordina) – c’era ben poco da sperare. Mi sono concessa un lungo sospiro solo dopo aver letto che in realtà si è trattato di un errore di traduzione: non ci sarà una chiusura ma “solo” una pausa, per riorganizzare la struttura interna dello studio e farsi un po’ i conti in tasca. Falso allarme? Quasi, perché giriamola come vogliamo, ma non credo che rivederemo il grande maestro Miyazaki di nuovo alla regia. Chissà, forse come consulente artistico. Le nuove leve ci sono, ma spero fortemente siano migliori di suo figlio Goro.

Caso ha voluto che proprio mentre queste notizie giravano per tutto l’Internette, a inizio Agosto, io avessi appena finito di vedere sia The kingdom of dreams and madness, documentario sulla storia della casa di animazione e sul suo fondatore [potete vederlo QUI per intero], sia l’ultimo lavoro di Miyazaki, Si alza il vento. Sarò sincera: fra i due, a commuovermi di più è stato il documentario, nonostante il film d’animazione sia indubbiamente un capolavoro e una sorta di “testamento artistico” del maestro.

Questo incanalarsi di visioni e notizie riguardanti la Ghibli mi ha fatto un po’ riflettere su cosa significhi per me, sulla mia passione per i film d’animazione (a cui ha contribuito decisamente anche un’ amica aspirante animatrice e disegnatrice), su cosa renda lo studio giapponese così speciale.

Io sono cresciuta a pane e lungometraggi Disney durante tutta l’infanzia, dunque con un’idea di animazione completamente diversa, soprattutto per quanto riguarda linee narrative, sviluppo dei personaggi, stile e disegno, e ovviamente messaggio finale (o “morale della favola”, se vogliamo semplificare). Le uniche produzioni giapponesi che conoscevo da piccola erano i cartoni animati divisi per puntate, e quasi nessun lungometraggio.

Credo che scoprire i registi della Ghibli  solo dalla preadolescenza sia stato, in definitiva, un bene: certo, non hanno fatto parte della mia infanzia, ma li ho apprezzati a tutto tondo, comprendendoli meglio. E poi da loro è stato tutto un raggiungere altre tappe di scoperta, passando per Satoshi Kon, Mamoru Hosoda, recentemente Makoto Shinkai e tanti altri.

Ma Miyazaki è Miyazaki: lui è pur sempre il Maestro. Per quanto il suo lavoro più conosciuto sia La città incantata (stiracchiata traduzione di Sen to Chihiro no kamikakushi), il mio preferito rimarrà in eterno La principessa Mononoke (battendo di poco Kiki consegne a domicilio): il primo lungometraggio Ghibli che ho visto quando avevo circa 11 anni, il primo che davvero ti rivolta come un guanto e cambia, anche se solo per un paio d’ore, la percezione di giusto e sbagliato, buono e cattivo, senza tentare di nascondere la complessità di mondo ed esistenze intrecciate con la scusa del “film per bambini” – anzi, l’intelligenza dei più piccoli non è insultata e fatta intirizzire come spesso accade nell’animazione occidentale, per cui tutte le vicende presentano invariabilmente lo stesso schema di trama, storytelling e personaggi monocolore – nel caso di Miyazaki lo spettatore di qualsiasi età è, al contrario, sfidato, dissuaso dal giudicare, ed è come se rimbombasse nella nostra testa una serie di domande: cosa conosci veramente? Sei sicuro? Che senso stai dando ai tuoi giorni? Perché questa persona si comporta così, che vissuto ha? E queste sono, in definitiva, anche le domande che si pongono gli artisti che danno vita a questi capolavori d’animazione.

Per capire la caratura non solo artistica, ma anche (e soprattutto, perché da qui tutto deriva) umana di Miyazaki-San, oltre a guardare il documentario linkato sopra – una vera miniera di informazioni, saggezza e spunti filosofici utilissimi – è sufficiente qualche minuto di un suo discorso, per esempio quello che è stato pronunciato pochi giorni fa ai Governors Awards 2014, durante i quali il regista ha ottenuto il meritatissimo premio onorario alla carriera. E con questo vi lascio: buona visione per tutto.

[credits: gif iniziale di taitetsu; seconda gif di meowazaki; terza gif di s-tudioghibli; stills da The kingdom of dreams and madness di ricktimus; layout per Kaze tachinu da artbooksNAT]

Non posso mangiare muffin in modo agitato

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Oscar Wilde, The importance of being Earnest

Periodo di grandi cambiamenti: nuova facoltà (eggià. alla fine è andata così), nuove conoscenze, organizzazione da mettere in atto, pigrizia da vincere, cose da scrivere di cui presto saprete. Di conseguenza sono agitata e ansiosa come una faina. Dunque, lo so che ve lo dico sempre, ma datemi qualche tempo e vedrete che ci saranno post più corposi.

Nel frattempo vi pongo un quesito della massima importanza, a cui vi prego di rispondere con riflessioni ponderate. Fra poche settimane sarà il mio compleanno, e il peggio è che avrò 20 anni. Mi vengono i brividi solo al pensiero, ma non siamo qui a discutere questo. Il problema è: secondo la denominazioni ufficiale, in inglese 20 non finisce più con -teen quindi non sarò più una teenager. È un brutto colpo, perché iniziavo proprio adesso a godermi la mia condizione adolescenziale – e ciò porterà alla sottoscritta frequenti crisi esistenziali, come se non ne avesse già abbastanza normalmente – ma si mette anche in discussione il sottotitolo del blog. Non sarò più un’adolescente atipica.

Prendete un secondo di respiro per capire la portata della questione.

“Ventenne atipica”. Che schifo. Suona malissimo.

Insomma, amisci, che devo fare? Come modificare il marchio di atipicità che oramai ci distingue da ben quattro anni? Sì, perché il blog l’ho aperto a 16 anni. Se volete un fazzoletto per le lacrime ditemelo, ve lo recapito.

Saluti commossi.
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Ci scusiamo per l’interruzione

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(ma sono stata impegnata, in giro per il mondo, distratta, pensosa eccetera)

Quindi, se vi manca un po’ leggere qualcosa di mio, ecco: c’è il primo articolo che scrivo per Soft Revolution (una bellissima webzine), che parla di stelle e regine – sta a voi scoprire perché!

Poi ci sono i lavori in corso per modificare la grafica.

Poi qualcosa che sto scrivendo, e presto pubblicherò, su un grande artista e regista che adoro.

Poi c’è un indovinello per voi: dove sono stata a gironzolare ultimamente? vi posto qualche foto come anteprima, con qualche indizio, e voi provate a indovinare (ovviamente voi avete buon cuore e non farete piangere il Grillo Parlante barando con Google immagini, vero?) (ovviamente passerete il mouse sulle immagini, vero?):

I vincitori verranno premiati con il Macaron D’Onore degli Impillolati. Fatevi sotto!

Enfant du monde (non di un blog)

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I casi sono due: o non trovo più molto da dire, e allora lo faccio benissimo, o c’è così tanto da dire che la mole mi mette stanchezza al solo pensiero.

O forse è solo il caldo.

Fatto sta che sto mancando molto dal blog, non scrivo più al ritmo di qualche tempo fa per varie ragioni, e forse dovrei farmi qualche domanda. Che sia il caso di  abbassare la serranda, totalmente o temporaneamente?

Nel dubbio, vi lascio riflettere con me sulle note di questa:

 

Passeggeri

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Andare in treno è bellissimo. Il treno è diventato il mio mezzo di trasporto preferito dopo la bicicletta, perché ogni volta che lo prendo mi accadono un sacco di cose interessanti, un mondo di avventure che neanche Ash Ketchum a Borgo Foglianova.

Prendiamo per esempio quella volta in cui all’orario di punta sono riuscita per miracolo a scorgere in lontananza, alla fine del vagone, uno di quei posti da quattro sedili completamente liberi. Per intenderci, sono quei sedili messi di fronte a due a due come nelle pizzerie, che vanno benissimo se si è da soli o in due perché ci si può stiracchiare le gambe e allargarsi coi borsoni, ma diventano imbarazzantissimi quando si è costretti a guardare in faccia gli altri seduti davanti (e allora si finisce con lo scrutare  fuori dal finestrino). Dicevo, per miracolo ne avevo trovati quattro tutti liberi: dopo una corsa ho anche capito il perché. Accomodatasi sul posto più vicino al finestrino, con aria assorta, c’era lei.

Una cavalletta.

Io la fissavo, lei mi fissava.

Era lunghissima. Il colorito verde stava già un po’ virando al nero, forse era vecchiotta. Girandosi, ha mosso contemporaneamente le zampette e la testolina nella mia direzione, non ho ben capito con quali intenzioni. Al che mi si sono poste innanzi alcune opzioni:

1. Approfittare dei posti liberi e convivere con la gentile passeggera, ma come? Ad esempio creando uno scenario mentale che rendesse la situazione più accettabile. Ci ho provato: dopotutto era solo un animaletto anziano, una nonna cavalletta che prendeva il treno per andare a trovare i nipotini cavallette dopo tanto tempo di lontananza, le mancava soltanto il centrino e gli occhiali tondi sulla punta del… naso (?). L’illusione è durata qualche secondo, poi non ho più retto e ho considerato la seconda scelta:

2. Utilizzare il mio borsone come arma e dare la caccia all’immonda creatura senza esclusione di colpi, ergendo barricate dietro ai sedili, coinvolgendo gli altri passeggeri nel vagone e organizzando una resistenza armata contro il proliferare sfrontato degli insetti di ogni risma nei luoghi in cui io devo passare del tempo. Mentre nella mia mente passavano gloriose immagini di moti insurrezionali, la cavalletta in questione ha allargato le zampine anteriori e si è librata verso le sette sfere celesti, con un salto interstellare da un sedile all’altro – mi è parso anche di sentire una risatina di scherno – e allora ho capito che le insettifere forze del Male stavano prendendo il sopravvento ed avevano risorse maggiori delle mie. Non rimaneva che

3. DARSI ALLA FUGA. Proteggersi con il trench stile scudo e sperare di non vedere la propria anima risucchiata dalla temibile cavalletta – dissennatore proveniente direttamente da qualche oscuro reame malvagio. Sono una vigliacca, lo so. E dire che vivo in campagna e sono sempre vicinissima alla natura.

Ma questo è niente rispetto agli altri deliri avvenimenti nel Magico Mondo Ferroviario.

Sono seduta tranquillamente al mio posto, quando comincio a sentire uno strano odore nell’aria (ricordate, ho il naso particolarmente sensibile). Attenzione, non pensate subito male, era quasi gradevole, una specie di odore da rosticceria. Sul momento mi stupisco, perché non è il genere di atmosfera tipica da treno. Ed ecco che vedo salire una signora sulla quarantina, con l’aspetto di una che ha passato quattro giorni consecutivi ad un concerto di Marilyn Manson ed è scampata ad un lancio di motoseghe accese. Ovviamente si siede vicinissima a me, e quando scorgo la sportina che ha in mano i miei sospetti prendono tragicamente la forma della realtà: è da lì che proviene l’odore.

Odore di pollo.

Odore di pollo arrosto.

Pollo arrosto che viene diligentemente tolto dalla busta, aperto a mano, dissezionato, arraffato per la coscia ed addentato mentre io spero ardentemente che nel vagone sia presente qualche vegano per godermi lo spettacolo in diretta.  Purtroppo però rimango l’unica spettatrice per una ventina di minuti, finché non torno a casa e – voi non ci crederete, ma è tutto vero – non mi viene offerto dell’ottimo pollo arrosto caldo caldo. Non ricordo benissimo cosa mi sia successo negli attimi successivi, forse un annebbiamento o qualcosa del genere.

E infine, il meglio per ultimo.

Il viaggio in treno si presenta stranamente normale, e questa anomalia dovrebbe farmi prevedere le disgrazie successive, ma ingenuamente appena arriviamo in stazione sono contenta:  il treno è in orario, c’è il sole, non ci sono stati intoppi. E qui casca l’asina, cioè io. Succede che quando il mezzo si ferma e si accendono le lucine verdi per poter aprire le porte, queste rimangono ostinatamente chiuse. C’è una signora sulla cinquantina vestita da sciura milanese che continua violentemente a premere il bottone con il pollicione, come se la vita e la morte dipendessero da quel gesto. Fa segno a noialtri passeggeri del vagone – circa una ventina- che le porte non funzionano e quindi bisogna uscire dall’altra parte. Sollevati, i primi passeggeri dall’altro lato si ingegnano per aprire le altre porte. C’è solo un problema: non vanno nemmeno quelle.

Un brivido silenzioso passa per le nostre schiene, mentre attraverso i vetri vediamo le persone che tranquillamente escono dagli altri vagoni funzionanti, come se niente fosse, dandone per scontata la normalità. Sono piuttosto frustrata, ma ancora piuttosto calma, anche perché un signore dichiara “Aspettiamo qualche minuto, sicuramente verranno ad aprirci”.

Passano due minuti. Chi si era alzato in piedi è tornato a sedere. Un signore vestito in maniera formale tira fuori l’ iPhone e seccatissimo comincia a sbraitare “… persa la coincidenza con l’autobus… ritardo… in ufficio…”. Non lo prendo come un buon segno. Qualcuno bisbiglia “Siamo in Italia… proprio… non sarebbe successo”.

Passano cinque minuti. Infilo le cuffiette dell’Ipod e in modalità casuale mi esce la colonna sonora di Lady Vendetta: tutto è sempre più inquietante. Non sono vestita abbastanza sportiva per una situazione come questa. Ad un certo punto un giovinastro nel centro del vagone, ad alta voce, scandisce “Qualcuno prenda lo spaccavetri! Usciamo dal finestrino!”. Tutti girano il viso dall’altra parte.

Passano dieci minuti. Comincio a studiare le persone che si ritrovano a condividere il mio destino: è chiaro che ormai sarà questione di secondi e ci ritroveremo con un collare esplosivo addosso, tipo in Battle Royale, oppure una voce dagli altoparlanti ci dirà “Possa la fortuna sempre essere a vostro favore… e felici Hunger Games a tutti!”. In ogni caso, ci sarà solo un vincitore, colui che eliminerà tutti gli altri. Mi guardo attorno, e capisco che a parte qualche panciuto signorotto di mezza età, le ragazzine ancora più esili di me e un paio di vecchiette facilmente evitabili, sono messa male. Sono praticamente spacciata. Il ragazzotto dello spaccavetri mi potrebbe stendere con un pugno. Non parliamo degli uomini adulti nel pieno della forza. Non sono nemmeno più allenata a tirare con l’arco.

Passano dodici minuti. Il delirio. Nel vagone si alterna il silenzio più assolto alla caciara più assordante. Cerco di scoprire i punti deboli degli altri nel caso finissimo nell’Arena. Qualcuno ogni tanto fa un disperato tentativo coi bottoni delle porte, cerca di attirare l’attenzione di chi sta fuori, ma i passanti sono ai binari lontani. Altri si sono ormai arresi, rassegnati al destino che ci aspetta, e si atteggiano come se stessero facendo un pisolino. Nel profondo, stiamo tutti cercando di pianificare strategie di battaglia adattandoci agli altri presenti. Ripenso per un attimo allo stato di natura, faccio classifiche mentali su chi fra noi è il più debole e il più forte, mi chiedo fra quanto si passerà al cannibalismo. C’è chi inizia a parlare di politica: decido che inizierò a mangiare le persone dando la priorità ai fanatici. Forse qualcuno ha una bottiglietta d’acqua, che io  ho stupidamente dimenticato a casa. Dovrò cercare di rubarla. Ripenso ai miei familiari e mi intristisco.

Passano quindici minuti. Un addetto della stazione, pacifico come non mai, viene ad aprirci.

Film storici: versione ‘via della seta’ e Asia antica!

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[Prima di leggere questo: dopo tanto tempo, ho scritto un articolo per Clamm Magazine sulle fighissime guerriere giapponesi onna-bugeisha! Date un’occhiata QUI!]

Ho deciso che la cosa più giusta da fare, in tutta questa pazzia, è dedicarsi alle maratone di film / serie tv (sai che novità) ma questa volta versione ASIA! E le motivazioni che vado ad elencarvi sono queste:

1. Sto passando un periodaccio (sai che novità, capitolo secondo)

2. A detta di tutti, i cinesi ci conquisterannooooh! gomblottooooh!11!!1

3. La storia e le varie materie umanistiche che ci insegnano a scuola sono per forza di cose eurocentriche. E un po’ questo mi mette il nervoso. [Ho iniziato a pormi strane domande che qualsiasi individuo sano di mente probabilmente non si farebbe mai, del tipo: che differenze ci saranno mai fra la dinastia Tang e la dinastia Ming? Quanti cavolo di dialetti parlano in Cina? Ma come si vestivano le tipe in Asia – c’è solo il kimono? Davvero? E allora il qipao? E che differenza c’è fra le corde dello shamisen e quelle del guqin? Come facevano a decorare con stampe così belle i vestiti nei paesi asiatici? Come caspita si viveva nella città proibita dell’Imperatore cinese? Perché i capelli delle donne asiatiche sono generalmente così belli e lisci e setosi e splendenti? Chi è l’autore di tutti quei bei disegni primaverili bidimensionali floreali delicatissimi? Ma soprattutto dove posso trovare l’opera completa di Confucio che fra l’altro dava dei nomi bellissimi e poetici alle epoche storiche [vedi qui]??? E via dicendo. Ci perdevo il sonno.]

Mi sembrano tutti motivi molto ragionevoli, e se non siete d’accordo PEGGIO PER VOI. Come avrete capito, nessun avvenimento personale o di pubblico interesse può distogliere la mia indolenza dalle attività più vergognosamente futili che esistano.

A chi avesse la memoria di un pesce rosso o mi seguisse da poco, oltre al regal perdono offro un paio di link ad altre mie ridicole dissertazioni cinematografiche, con le quali questo post formerà una trilogia (probabilmente ricordata negli annali della critica cinematografica come il blob meno serio di sempre): parte prima e parte seconda. Maneggiare con cautela. E ora iniziamo.

Lanterne rosse

Questo è probabilmente il film migliore fra tutti quelli che vi proporrò nel post. Soffocante, buio, claustrofobico, inquietante e terribilmente bello. Probabilmente lo inserirei in una ipotetica lista dei capolavori cinematografici degli ultimi decenni, e mi stupisce che rispetto ad altri filmoni sia relativamente così poco conosciuto. Il fulcro portante di tutta la vicenda (ambientata nella Cina settentrionale degli anni ’20) è la protagonista Songlian, interpretata dalla strepitosa, bellissima, bravissima, perché-non-sono-te Gong Li [attenzione: durante la lettura del post vi imbatterete spesso in fangirling rivolto a questa attrice] che praticamente ha conosciuto la fama internazionale grazie a questo film e con la sua recitazione dà senso a tutto il resto. Si potrebbero scrivere tomi sulla storia di Songlian, quarta moglie di un arricchito che si troverà a convivere con le altre spose e tutto ciò che ne consegue: poteva essere sviluppata in modo banale e invece è di una complessità sociologica e psicologica spaventosa (anche più sviluppata rispetto al romanzo di Su Tong, vedi la geniale idea di aggiungere le lanterne rosse da cui il titolo). Insomma, guardatevelo. Fidatevi delle mie pillole (vabbè, così suonava creepy).

Voto: 5/5

La foresta dei pugnali volanti

Sempre per restare nella filmografia di Zhang Yimou. I punti forti di questo wuxia sono sicuramente tutti estetici, a partire dalle palette di colori usate nelle diverse scene (che non hanno nulla da invidiare alla scelta cromatica di un Wes Anderson) – ad esempio gli splendidi toni di verde e azzurro che pervadono tutta la parte di film ambientata nella foresta di bambù – passando per i bei costumi, la fotografia e le varie inquadrature che sembrano cucire fra di loro una serie di quadri o stampe d’epoca antica. Non è un caso se Yimou è famoso proprio per la godibilità estetica, le luci e la “festa per gli occhi” di tutti i suoi film. La trama, dal canto suo, è piuttosto intricata e piena di plot twists che ovviamente non vi anticipo: in generale troviamo complotti contro il potere imperiale, classiche scene di lotta con tanto di arti marziali disseminate qua e là, qualche scenetta memorabile per i dialoghi, tragici amori, eppure… c’è qualcosa che non mi torna. Manca un quid che lo renderebbe all’altezza degli altri film dello stesso regista. Sarà che Zhang Ziyi non mi sembra mai ben calata nei suoi ruoli (nemmeno in Memorie di una Geisha, che non ho inserito in questo post perché poi perdo il controllo e straparlo), sarà che certi ribaltamenti narrativi mi sembrano forzatissimi, diciamo che mi ha lasciato la sensazione di un’occasione sprecata. Una stellina in più, però, per la fantastica colonna sonora del grande Shigeru Umebayashi che vi allego:

voto: 3,5/5

In the mood for love

Di nuovo onore e gloria a Umebayashi – fatevi un favore e ascoltate la playlist con questa colonna sonora QUI. Anche su questo immenso film ci sarebbero da scrivere pagine e pagine: di come sia impostata la tecnica di ripresa, di come ciò che non si dice e non si fa abbia ripercussioni e importanza spesso maggiore rispetto a ciò che effettivamente si fa e si dice, della poesia e della musica che gradualmente si sostituisce ai dialoghi (pochi) e agli sguardi (molti) dei protagonisti hanno già parlato in molti. Sarebbe ridicolo e riduttivo descrivere questo film come la storia di due, già sposati, che casualmente si incontrano nella Hong Kong degli anni ’60 e capiscono di essere in realtà destinati ad amarsi (proprio mentre i loro coniugi li tradiscono con i rispettivi marito e moglie, fra l’altro), senza mai esplicitare nulla, nascondendo l’anima dagli occhi severi di una società sempre pronta a giudicare. Sarebbe ridicolo e riduttivo perché le implicazioni sono innumerevoli. Guardatevi pure questo, e più di una volta. Maggie Cheung si merita un grande abbraccio.

Voto: 5/5

La città proibita

Zhang Yimou parte terza. Il titolo inglese, che tradotto sarebbe La maledizione del fiore dorato, a mio parere rende molto meglio. Filmone di proporzioni gigantesche per quanto riguarda scenografie, costumi, trucco e parrucco, riprese e fondali. Credo sia una delle produzioni cinematografiche più costose mai uscite dall’Asia, ed effettivamente guardando la cura dei dettagli, l’onnipresente patina d’oro (classica prigione dorata che racchiude dolori e traumi psicologici dietro ad una superficie di opulenza e ricchezza), le innumerevoli comparse e la pesante atmosfera del palazzo imperiale, è facile capire come mai siano servite tante risorse. Fatevi un’idea da questi screencaps.

Prendete un family drama con tradimenti, gelosie, ripicche, strane dinamiche familiari e sadiche punizioni. Solo che la famiglia in questione è quella imperiale cinese, durante la dinastia Tang, vale a dire il fulcro di potere assoluto in uno dei Paesi più grandi al mondo. Anche in questo caso, spicca Gong Li: pur senza volerlo, il complesso e tragico personaggio dell’imperatrice – allo stesso tempo vittima e carnefice – mette quasi in ombra il resto del cast e fa perdonare gli errorini del film nel complesso.

Voto: 4/5

E infine, per la rubrica “serie televisive misconosciute che però in Cina hanno un seguito pazzesco”, ecco a voi:

La leggenda di Zhen Huan

Voi mi dite Beautiful o Centovetrine. E io vi rispondo: PUPPA! Premettendo che ci sono un centinaio di episodi e io ne ho visti solo una ventina, questa serie tv potrebbe quasi avvicinarsi a Death comes to Pemberley o altre serie in costume della BBC. Potrebbe. Se non fosse per la sostanziale piattezza dei personaggi – se ne salvano un paio, fra cui la cattivona antagonista, perché sono interpretati da attori bravissimi – e dalla trama che con l’andar del tempo si affievolisce e diventa un po’ ripetitiva / prevedibile. Però godersi qualche episodio vale la pena, se non altro per i curatissimi costumi, i luoghi delle riprese, i gioielli, il trucco e la strabiliante accuratezza storica di certi dettagli.

Voto: ancora non classificabile in toto visto che non l’ho finita, e probabilmente mi ci vorrà un po’ prima di portare a termine la missione. Molto meglio delle soap opera che fanno vedere qui da noi, comunque.

Molto bene, ora concludo in bellezza con qualche scatto preso da alcuni photoshoot di Gong Li (i primi due per L’Officiel China, il terzo per i gioielli Plaget, mentre l’ultimo è una splendida foto di Jean-Marie Périer). Nel caso non l’abbiate ancora capito: QUANTO AMO QUESTA DONNA. Probabilmente una delle più belle e talentuose nel mondo del cinema contemporaneo, e se non siete d’accordo tolleranza zero e disonore su di voi.

 

Alla prossima, impillolati. Se siete interessati potrei sempre fare la versione India / Bollywood, fatemi sapere!

Spread the ammmore.

 

Come un giorno a Trieste può svelare ricordi e tesori

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(Ah, molto presto scriverò qualche altissima critica cinematografica su Frozen perché così è deciso)

Ecco, salve, ehm, ci sono. Nonostante tutti i muri contro i quali sto sbattendo il nasino ultimamente (ma anche alcune soddisfazioni che sto vivendo, non è giusto svalutare sempre le cose belle a vantaggio della negatività) ho finalmente trovato il tempo di scaricare e mettere a posto qualche foto dalla splendida Trieste.

Allora. Ho visitato Trieste a inizio Ottobre, un po’ prima del mio compleanno e dei grandi cambiamenti che poi sarebbero seguiti. Da tanto volevo farlo, anche perché pensare alla grande atmosfera letteraria che vi si respira(va) e a quella posizione a metà fra la tradizione italiana e quella mitteleuropea, all’insieme straordinario di culture, dialetti, montagne, mare, roccia, castelli, storia, Asburgo, caffè e chiesette mi metteva euforia.

Particolarmente pericoloso per la mia salute mentale e i miei improvvisi slanci di entusiasmo storico è stato visitare il castello di Miramare. Il destino del povero Massimiliano (o Maxy, come lo chiamo io) e di Carlotta mi rende triste quasi come il ricordo della biblioteca di Alessandria. Ma ora passiamo a rovinare questi pochi appunti con le foto che ho tentato di scattare, e ricordate amici miei, passare il mouse sulle immagini non costa nulla ma dà grande soddisfazione (ad uno psicanalista)!

In rigoroso ordine “come capita”:

[All'interno del castello di Miramare è proibito fare foto e riprese, non prendetevela con me]

statua

fontana

Purtroppo ci sono note dolenti. Questi territori non sono tutti armonia mitteleuropea, affascinanti monumenti storici e nostalgie austriache. Considerato l’importante centenario che ci si appresta a “celebrare” (mai verbo mi è suonato meno appropriato), ovvero 1914 – 2014, Prima Guerra Mondiale, era d’obbligo, anche solo per cultura / esperienza personale, passare per l’imponente sacrario di Redipuglia. La zona è quella carsica fra Trieste e Gorizia. Il luogo è un immenso parco adibito a cimitero monumentale, con lapidi dalla riconoscibile estetica fascista, che però rende ancora la sensazione di un certo sgomento nel visitatore. Non solo per le targhe all’entrata, ma anche per l’inquietante ripetizione della parola “presente” sopra ai nomi dei tantissimi soldati caduti, come avveniva ogni giorno all’appello, e come è avvenuto, in un certo senso, nel momento della morte.

redipuglia presente

redipuglia lapide

trincea

Per concludere con un’immagine più leggera, ecco qui la splendida Trieste, vista da un’altura

trieste

 Spero di essere tornata abbastanza degnamente dopo la pausa di un mese abbondante. Fatemi sapere di voi, amici. Siete mai stati a Trieste? Io sono rimasta assolutamente incantata, e mi sto interessando sempre più alla storia di questi territori, anche perché ultimamente le famose questioni foibe/Irredentismo/Presa di Fiume/sloveni/minoranze etniche/Indipendentismo/esuli istriani stanno generando sempre più ampi dibattiti. Se solo si potesse condividere questi tesori e queste memorie fra tutti, custodendo le lezioni del passato e ammirando l’arte e la cornice naturale.

Ma basta con le banalità, torniamo a formare dei circoli letterari partendo da qui, sulle orme di Svevo e Joyce! Avanti, impillolati miei, date sfogo alle idee!

Natale (I feel it in my toes)

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Signori miei,

anche stavolta mi tocca scrivere una cosa veloce veloce perché ho le vongole che sfrigolano col sughetto, i mattoni da studiare a prendere polvere sul tavolo, le luci dell’alberello che ogni tanto fanno un rumorino strano simile allo sbattere d’ali dei pipistrelli (e Halloween è passato), il vicino che ha appeso Babbo Natale al balcone e quindi, oltre a fare terribilmente inverno 2010 (così demodé), mi provoca continui colpi al cuore per timore che ci sia una specie di ladro in rosso che va in giro arrampicandosi ai balconi per derubare nell’onesto quartiere di Pillole (VT).

Insomma, sto col fiato sul collo, oltre al fatto che questo Natale dickensiano ha avuto la bella idea di piazzarsi durante un perfetto periodo da schifo. Eppure, posso comodamente condividere con voi una significativa lista di cose che staranno magnificamente in questi giorni di bagordi, giacché amo alla follia le liste e sono già di buon umore al pensiero che fra due righe

una riga

inizierò la lista! YAY! Ecco qui:

  • La necessità di rivedere il più possibile Love actually – L’amore davvero è una cosa di cui nessuno si deve vergognare MAI.
  • Ogni volta che torna l’inverno torna anche il periodo di immersione nelle opere di Victor Hugo.
  • E anche i testi del musical Les Misérables imparati a memoria
  • Non c’è neve né ghiaccio, molto male, allora cosa ci stiamo a fare a festeggiare il Natale
  • La consapevolezza degli esami che iniziano proprio subito dopo l’Epifania si può facilmente arginare con massicce dosi di cioccolato e vin brulé
  • muffin
  • biscotti in genere
  • tre maglioni identici con le renne o i fiocchi di neve: presenti
  • prontuario di frasi fatte con cui rispondere alle domande irritanti dei parenti che vengono in visita per le feste: presente
  • mercatini (qualsiasi commento o reazione poco lusinghiera nei confronti dei mercatini verrà “rispedita all’inferno dal quale proviene” cit.)
  • I don’t want a lot for Christmas THERE IS JUST ONE THING I NEED *urla saltando sul divano con le calze antiscivolo decorate da ricami di Babbo Natale e glitter*
  • bevande calde
  • e insomma questa lista è degenerata, ora però sono all’ultima voce e quindi sono di nuovo triste.

A questo punto, per ridare un senso e una speranza al Natale 2013, ci starebbe bene ispirarsi alla mia adorata Judy Garland: su queste note, pensare “next year all your troubles will  be out of sight”, però poi mi commuovo troppo.

Vi lascio dunque con queste due significative e profonde canzoni natalizie, che vi possano portare gioia e letizia in questi giorni di feste.

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